La mostra Out of frame – Ripensare le narrazioni visive delle migrazioni in Europa – si pone l’obiettivo di scardinare questi stereotipi, abbandonando le categorie astratte, per concentrare l’attenzione sulle persone e sulle loro storie
Un dispiegamento enorme di mezzi sofisticati e uomini alla ricerca di un sommergibile di cui si sono perse le tracce. Un barcone con circa settecento migranti al largo della Grecia (600 dei quali moriranno) non viene soccorso. Dai primi accertamenti pare che la barca sia stata ferma in mare per sette ore in balia delle onde. La Bbc ha ottenuto prove che mettono in dubbio la versione della Guardia Costiera greca sull’affondamento della barca di migranti della settimana scorsa in cui centinaia di persone potrebbero avere perso la vita.
Queste sono le ultime notizie che arrivano dal mare. Nel sommergibile ci sono cinque ultra ricchi. Sulla barca naufragata in Grecia settecento morti di fame. Si tratta di una semplice considerazione, anche per dire che le vite umane sono sempre vite, e vanno salvate. Sempre.
Sentiamo parlare da anni della cosiddetta – crisi dei migranti: un’espressione di comodo, che usiamo per capirci, ma che è imprecisa, se non addirittura fuorviante, per due motivi: il primo è che la parola migrante è estremamente generica. Indica tutte quelle persone che lasciano la loro casa, la loro terra, per spostarsi altrove, ma non ci dice niente su chi sono, da dove vengono e sulle ragioni del loro spostamento. Comprende tutto e tutti, dai profughi ambientali, a quelli che fuggono da una guerra, dai richiedenti asilo a chi si sposta perché nel suo paese non ha da mangiare o, semplicemente, non ha prospettive.
Ma è la parola “crisi” a essere forse più problematica, perché suggerisce un’idea di emergenza, mentre il fenomeno migratorio in Italia, così come in Europa e altrove, è di natura strutturale. Malgrado questo continuiamo a rispondere al fenomeno con misure straordinarie o, appunto, emergenziali.
Questi termini generici si traducono spesso in immagini altrettanto generiche e spersonalizzate, in cui si mostra appunto il “migrante”, come se appartenesse a una categoria umana a sé stante, ridotto a soggetto passivo.
La mostra Out of frame – Ripensare le narrazioni visive delle migrazioni in Europa si pone l’obiettivo di scardinare questi stereotipi, abbandonando le categorie astratte, per concentrare l’attenzione sulle persone e sulle loro storie. Come fa, per esempio, il fotografo colombiano Felipe Romero Beltrán che per più di due anni ha collaborato con un gruppo di ragazzi per ricostruire il loro viaggio dal Marocco alla Spagna, ricreando alcuni dei momenti più difficili della loro vita.
L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 26 giugno a Roma, a palazzo Altieri, presenta il lavoro di sei autori – Miia Autio, Felipe Romero Beltràn, Samuel Gratacap, Alessio Mamo, Alisa Martinova e Aubrey Wade – che hanno indagato i fenomeni migratori contemporanei, e il progetto partecipativo Now you see me Moria: un appello a tutti i cittadini europei all’azione in supporto delle persone che vivono rinchiuse nei campi.
Proponendo progetti che indagano il tema migratorio con linguaggi e approcci fotografici differenti – spiega la curatrice Giulia Tornari, – la mostra vuole stimolare nell’osservatore una riflessione sul ruolo che la fotografia può assumere quale strumento di comprensione del reale.
Out of frame in quanto progetto visivo, si interroga sulle rappresentazioni dei fenomeni migratori in Europa attraverso sette lavori fotografici e un’installazione murale che presenta la cronologia dei principali fatti della cronaca e una selezione delle pubblicazioni più rappresentative degli eventi relativi alla migrazione che sono avvenuti dal 2015 al 2022 nei sette paesi europei presi in esame.
Out of frame è un progetto dell’associazione culturale Zona e fa parte di Bridges: Assessing the production and impact of migration narrative (bridges-migration.eu), che studia le cause e le conseguenze della narrazione sulla migrazione.
Fonte: Internazionale, Zona.org

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