La libertà di stampa in Italia

Nel 2016 l’Italia si trovava al Settantasettesimo posto nella classifica stilata da Reporters sans Frontiers. Nel 2020 l’Italia guadagna il quarantunesimo posto, ma c’è poco da rallegrarsi.

Paesi come Ghana, Sud Africa, Burkina Faso, Botswana godono di una maggiore libertà di stampa rispetto all’Italia. 

Il livello di violenza e di minacce contro i giornalisti cresce soprattutto a Roma e nelle regioni del Sud. In Campania il direttore di Campanianotizie.com, Mario De Michele, ha rischiato di morire in un agguato di stampo camorristico a novembre 2019 a seguito di un’inchiesta giornalistica. Si segnalano casi di violenza fisica e verbale nei confronti di giornalisti da parte di gruppi appartenenti all’ala neofascista. Sono circa 20 i giornalisti che vivono sotto protezione – è quanto si legge in una nota di Reporters senza frontiere, l’associazione internazionale, che difende i giornalisti di tutto il mondo.

Il rapporto sulla libertà di stampa nel mondo, ci suggerisce che i prossimi anni saranno decisivi per il giornalismo e il diritto a essere informati. Sono molti i fattori che hanno creato caos nel mondo dell’informazione. In primo luogo, l’assenza di una normativa che faccia ordine nel digitale, dove vi è un’enorme confusione di notizie e fake news. Divulgazione e pubblicità si confondono con un giornalismo, che a causa della crisi economica spesso si vende per pochi euro, a svantaggio dell’informazione di qualità. Nel mondo le dittature non fanno bene al giornalismo, perché minacciano e aggrediscono proprio ciò che sta alla base di esso,appunto la libertà. Infine, la crisi sanitaria che sta attanagliando i paesi del mondo è un’ulteriore occasione per limitare la libertà di informazione, infatti, molte notizie sono censurate e tenute nascoste, basti pensare a ciò che ha fatto la Cina. I governi usano l’informazione per imporre nuove misure e disorientare l’opinione pubblica. Non parliamo del mondo islamico, dove ci si nascondo dietro al velo, dove l’analfabetismo raggiunge i massimi livelli e le notizie arrivano sotto forma di vignette, disegnate da qualche giornale occidentale. Secondo Rsf, circa il 9% della popolazione vive in Paesi in cui la libertà di stampa è davvero riconosciuta o quasi

Libertà di stampa: gli ultimi e i primi della lista

I paesi in cui la libertà d’informazione soffre sono Cina (177° posto su 180), Russia, (149° posto), Brasile (150° posto), Arabia Saudita (172° posto), Egitto (163° posto), Libia (162° posto), Iran (170° posto), Messico (144° posto), India (140° posto), Corea del Nord (179° posto) e Turkmenistan (180° posto, l’ultimo al mondo).

La libertà di stampa è più garantita in paesi come Norvegia, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Danimarca, Svizzera, Nuova Zelanda, Giamaica, Belgio e Costa Rica, Germania, Canada.

Nel sud Italia è sempre più difficile fare informazione, gruppi criminali minacciano continuamente i giornalisti, grazie anche al silenzio delle forze dell’ordine e delle istituzioni.

In Europa è sempre più difficile fare informazione libera. A Malta, ad esempio, diventata centro dei traffici della Mafia, la giornalista Daphne Caruana Galizia fu uccisa con un’autobomba, per aver scoperto il sistema di riciclaggio. Di giornalisti uccisi, purtroppo ce ne sono centinaia in tutto il mondo. Accanto al giornalismo censurato e imbavagliato, esiste il giornalismo degli avvoltoi, assoggettati al potere e la fabbrica della disinformazione continua a tessere la sua rete. La cattiva informazione è lo strumento più potente in mano ai governanti.

Le scuole chiuse e le ore passate su internet non aiutano affatto a far crescere bene una generazione, che ha il gravoso compito di ricostruire e cambiare il mondo attuale.

Gli strumenti a disposizione per diagnosticare il Covid, tamponi molecolari, sierologici e test antigienici : il punto dell’Istituto superiore della Sanità

Quali tamponi scegliere per diagnosticare il Covid-19

L’Istituto superiore della Sanità pubblica le indicazioni relative ai tamponi da effettuare per identificare il Covid-19 nei differenti contesti. La strategia del testing ha obiettivi ben precisi, se ben organizzata su tutto il territorio nazionale.

Tamponi molecolari, test rapidi antigenici, test sierologici: sono questi al momento, secondo le evidenze a disposizione, gli strumenti per identificare l’infezione da SARS-CoV-2. Con un nuovo documento appena pubblicato le istituzioni nazionali coinvolte riassumono le informazioni disponibili e indica il test da utilizzare nei differenti contesti. Infatti, l’elevata sensibilità e specificità dei test non possono rappresentare l’unico criterio nella scelta del tipo di test da utilizzare nell’ambito di una strategia che prevede non solo la diagnosi clinica in un preciso momento ma anche la ripetizione del test all’interno di una attività di sorveglianza che sia sostenibile e in grado di rilevare i soggetti positivi nel loro reale periodo di contagiosità. La scelta di questi strumenti tiene in considerazione diversi parametri come ad esempio i tempi di esecuzione del test, la facilità d’uso e le caratteristiche di sensibilità e specificità, l’organizzazione regionale, la situazione epidemiologica, la necessità di interventi rapidi di controllo.

Gli obiettivi del testing per l’European Centre of Disease Prevention and Control:

  • controllare la trasmissione;
  • monitorare l’incidenza, l’andamento e valutare la gravità nel tempo;
  • mitigare l’impatto del COVID-19 nelle strutture sanitarie e socioassistenziali;
  • rilevare cluster o focolai in contesti specifici;
  • prevenire la (re) introduzione nelle aree che hanno raggiunto un controllo sostenuto del virus

Tale strategia andrebbe implementata per quanto possibile e organizzata in modo omogeneo sul territorio nazionale.

Il tampone molecolare è la prima scelta ad esempio in caso di caso sospetto sintomatico, in caso di contatto stretto di caso confermato che manifesta sintomi, negli screening degli operatori sanitari, nei soggetti a contatto con persone fragili o per l’ingresso in comunità chiuse. In altri contesti è indicato ricorrere ai test antigenici rapidi che, oltre essere meno laboriosi e costosi, possono fornire i risultati in meno di mezz’ora e sono eseguibili anche in modo delocalizzato consentendo di accelerare le misure previste. Nei casi in cui il test rapido dovesse risultare positivo può essere necessario averne la conferma tramite il tampone molecolare specialmente in assenza di un link epidemiologico.

I test antigenici rapidi salivari, attualmente in fase di sperimentazione, andranno considerati come alternativa ai test antigenici rapidi su tampone oro-naso faringeo o nasali se le validazioni e le esperienze pilota oggi in corso in Italia, daranno risultati che ne indicano un uso anche nella routine di sanità pubblica. Si sottolinea che i sistemi di raccolta della saliva tipo “Salivette” non appaiono al momento adeguati, per modalità di svolgimento, per i soggetti non collaboranti a causa del rischio di ingestione del dispositivo di raccolta.

Nei casi sospetti e casi positivi:

Il test è mirato alla ricerca del virus nel contesto delle indagini cliniche ed epidemiologiche di soggetti con sintomatologia compatibile con una infezione da SARS-CoV-2, inclusi i contatti stretti sintomatici, e ai test effettuati per definire la guarigione dei casi positivi.

Nei contatti stretti asintomatici:

I test dovrebbero essere limitati solo ai contatti stretti di un caso confermato sia che il test sia prescritto all’inizio che alla fine della quarantena.

Non è raccomandato prescrivere test diagnostici a contatti stretti a loro volta contatti stretti di caso confermato; qualora essi vengano richiesti in autonomia, i soggetti non devono essere considerati sospetti né essere sottoposti ad alcuna misura di quarantena né comunicati al Dipartimento di Prevenzione, tranne i positivi che vanno sempre comunicati.

L’esecuzione dei test diagnostici, anche in ambito scolastico, per i contatti stretti, deve essere sempre accompagnata dalla segnalazione al Dipartimento di Prevenzione di competenza. Allo stesso tempo deve essere raccomandato al soggetto di rispettare l’isolamento domiciliare in attesa del risultato del test.

fonte: ISS

Librerie, servizio essenziale anche nelle zone rosse, lo dice il nuovo DPCM

Nei giorni precedenti all’uscita del nuovo DPCM del presidente del Consiglio, in molti erano accorsi ad ingrossare le file fuori alle librerie. Editori e librai avevano più volte lanciato appelli al governo affiché le librerie restassero aperte. L’appello è stato accolto, le librerie resteranno aperte anche nelle zone rosse, permettendo alle persone di poter accedere ad un servizio che il governo, finalmente, ha dichiarato necessario.

La decisione di tenere le librerie aperte ha ricevuto commenti favorevoli da più parti. “I libri sono beni essenziali e, soprattutto in un momento come questo, aiutano gli italiani a superare la solitudine e le difficoltà legate alle limitazioni della libera circolazione e della socialità: ringraziamo il Governo per aver tenuto conto dei nostri appelli, consentendo l’apertura delle librerie anche nelle zone rosse, e in particolare il ministro Dario Franceschini sempre attento alle esigenze del mondo del libro”, dichiarano il presidente dei librai (ALI Confcommercio) Paolo Ambrosini e il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Ricardo Franco Levinel giorno in cui il governo vara il nuovo Dpcm per la lotta al Coronavirus. “Ogni libreria si impegnerà per garantire la massima sicurezza all’interno degli esercizi, così come è avvenuto nei mesi scorsi, perché la salute rimane la prima cosa da tutelare: controllo degli accessi, igienizzazione degli scaffali, uso dei mezzi di protezione personale rimangono essenziali”.

Finalmente abbiamo compreso che la cultura è indispensabile e che rappresenta il motore per la ripartenza del paese.

Con il nuovo DPCM l’Italia si uniforma agli altri paesi europei, ad eccezione della Francia. L’allegato 23 del nuovo Dpcm di Conte considera essenziali, oltre alle librerie, anche negozi di elettronica, ferramenta, centri per il giardinaggio, farmacie e negozi di ottica, oltre a edicole, cartolerie, negozi di biancheria, calzature, cosmetici e giocattoli. Ovviamente i generi alimentari e supermercati.

La Francia in questo secondo Lockdown non ha considerato l’importanza dei libri e della cultura, come cibo per l’anima e mente. L’emergenza sanitaria non può fermare le idee e la voglia di sognare, e in questo i libri sono maestri assoluti.

Le statistiche aumentano incertezza e caos: Come distinguere una statistica onesta da una falsità

A cosa servono le statistiche? A molti sarà venuto questo dubbio. Gli aspetti da valutare sono tantissimi. Le statistiche sono uno strumento molto delicato, e spesso sono usate per gonfiare dati, per manipolare e confezionare falsità.

L’informazione è fondamentale in una democrazia, ma lo è anche la nostra capacità di valutarla e interpretarla. Le statistiche sono nate per fornire una comprensione globale della popolazione, per poter agire politicamente. Da qualche tempo, sembra che sondaggi e numeri siano al servizio del potere.

In un articolo apparso su TheGuardian si parla proprio di questo

– Di cosa parlano le statistiche che le rendono una manna dal cielo per le persone intente a reinventare la realtà? Arrivano con una patina di esattezza scientifica – e più sono esatti, maggiore è la loro apparente accuratezza. Meglio ancora, trasmettono un’aria di certezza e ci danno qualcosa a cui aggrapparci in un mondo turbolento. Pochi di noi sono inclini a guardare più in profondità. Ma se lo facciamo, troveremo spesso un mix di bugie grossolane e giochi di prestigio: definizioni sfuggenti, percentuali manipolate, confronti selezionati o stime approssimative presentate come certezze.

– Statistiche competenti e oneste possono chiarire verità essenziali. Possono rivelare disuguaglianze sociali, indicare dove dovrebbero essere dirette le risorse o la legislazione, evidenziare pericoli o aiutarci a valutare le prestazioni di un governo. Ma i numeri fittizi sminuiscono quelli che informano. Figure scioccanti catturano la nostra attenzione, mentre aneddoti colorati eclissano l’informazione vera. Se lo scetticismo ci porta a rifiutare tutte le statistiche che si dirigono verso di noi, anche i numeri veritieri vengono filtrati, lasciandoci aggrappati al buio. Anche le statistiche affidabili raramente trasmettono tutta la verità. Le stime hanno margini di errore; le medie non riflettono la diversità tra gli individui e misure diverse possono raccontare storie diverse.

Difendersi dalle statistiche false

Consultare statistiche che si avvicinano alla realtà aiuta a nutrirsi di un’informazione più sana, essenziale in tempi di incertezze. Ovviamente una statistica prende in esame un campione della popolazione, per cui presenta grandi limiti. In queste settimane ci vengono forniti moltissimi dati, soprattutto numeri, e anche qui sono stati fatti (e ancora oggi) molti errori di valutazione. Parliamo del Covid e dei numeri relativi ai ricoveri, ai decessi e ai guariti: è una perenne polemica sulle operazioni di sottrazione ecc.

La prima cosa che possiamo fare è quella di usare il senso critico. Alcune statistiche, dati e numeri non hanno alcun senso, perché non dimostrano e non spiegano proprio nulla. Partiamo dal presupposto che uno studio, un’indagine o un sondaggio devono servire a rafforzare un quadro che abbiamo della realtà. Chiediamoci chi è che viene intervistato, ad esempio, che età ha, in che parte del paese vive, qual è la sua condizione sociale e così via. Molti politici utilizzano i numeri per raccontare cose non vere, per cui sondaggi e statistiche sono un’arma a doppio taglio, e bisogna stare molto attenti. In secondo luogo, bisogna interrogarsi anche su chi promuove uno studio o un sondaggio, chi lo finanzia. Un’industria farmaceutica, una fabbrica di armi, una parte politica con interessi in un settore piuttosto che in un altro?

Oggi, la nostra attenzione deve essere massima, specie per i numeri del Covid, che possono anche destabilizzare il nostro equilibrio emotivo.

HG Wells ha affermato che il pensiero statistico un giorno sarà necessario per una cittadinanza efficiente quanto la capacità di leggere e scrivere

Smart working nei borghi: Borgo in Toscana disponibile come Smart working Village

Se si pensa alla Toscana, vengono in mente colline verdi, montagne, natura e cultura. Poi, passeggiate in bici, escursioni. Il Monte Amiata domina la Val D’Orcia, è un antico vulcano spento, qui è sempre tempo di vacanza, in inverno per le piste da sci, nelle altre stagioni, per le acque termali di Saturnia. Il borgo medievale Santa Fiora è accogliente e immerso nella natura. Famosa è la Sagra del fungo amiatino, che si svolge nel mese di ottobre.

Santa Fiora diventa Smart working Village

Santa Fiora si trova fra il Monte Amiata e le colline toscane, ed è uno dei borghi più belli d’Italia. Come sta accadendo a tanti borghi e posti incantevoli e dimenticati, anche il comune in provincia di Grosseto si trasforma in Smart village per i lavoratori agili, i quali grazie alla banda ultra larga e sconti sugli affitti, possono trasferirsi nel paesino facendo domanda entro il 31 dicembre prossimo. Ormai sono sempre di più i borghi smart working.

Questo territorio è ricco di parchi e riserve naturali popolate da cervi, daini, camosci, lupi e caprioli, sul monte Amiata esistono sei percorsi, che passano attraverso il bosco verso la vetta. All’interno di questi percorsi è possibile ammirare bellissimi paesaggi, là dove la vegetazione si apre.

Santa Fiora: i punti di interesse sono tanti, qui si trovano parchi, chiese e siti di grande interesse storico. Attraverso il percorso urbano è possibile avviare una visita virtuale di tutti i luoghi.

Smart working Village: A chi si rivolge?

Il bando si rivolge a chi non ama il caos delle città o è stanco delle metropoli piene di smog e traffico. Chiunque abbia voglia di immergersi nella natura della montagna. Possono fare richiesta professionisti, freelance, ma anche dipendenti pubblici e privati che vogliano lavorare, anche solo per un periodo in un incantevole borgo. L’obiettivo principale del sindaco Federico Balocchi è quello di attrarre le persone ma anche le famiglie, con la speranza che si stabiliscano in modo permanente a Santa Flora, ripopolando di vita il borgo.

Smart working nei borghi: Gli incentivi per l’affitto

Il bando prevede la copertura del 50% delle spese di affitto, fino a 200 euro al mese per sei mesi prorogabili. Lo Smart working in questo periodo si è diffuso a macchia d’olio, e molti hanno deciso di lavorare da altri luoghi, anche dalla casa al mare o in montagna, per chi ne ha la possibilità. Questa nuova forma di lavoro ha i suoi pro e i suoi contro, indubbiamente permette al lavoratore di organizzare meglio il lavoro e ottimizzare il tempo. Buona parte del tempo prima era impiegato per recarsi al lavoro, nelle auto o autobus e metropolitana. Lo Smart working ha la pretesa di rendere le persone più felici e appagate. Le ultime limitazioni fanno pensare che lo Smart working si consoliderà maggiormente. Certo, non deve essere limitante, nel senso che non bisogna chiudersi dentro ad una stanza o in una casa piccola e lavorare solo, escludendo il resto del mondo. Ecco perché diventa importante una casa grande, con terrazzi, balconi o giardini e il vantaggio di trasferirsi anche se per poco in borghi immersi nella natura o vicino al mare, che ad ogni modo hanno un enorme potenziale di sviluppo, soprattutto dal punto di vista della socialità. Nei piccoli borghi, la vita è più gestibile, rispetto alle grandi metropoli, più concentrata e meno caotica. Questo particolare può diventare un punto di forza nell’arginare e combattere la diffusione del Covid.

Ecco dove scaricare il bando Santa Fiora Smart working Village

Terza economia, traino fondamentale per la ripresa economica

La logica dei profitti ha fallito, l’economia dei capitali fa acqua da tutte le parti, eppure c’è ancora chi la persegue: multinazionali, industrie farmaceutiche, aziende che licenziano e trasferiscono la produzione dove la manodopera costa meno, infischiandosene del capitale umano, che resta senza lavoro. Di esempi ce ne sono a centinaia, ma la storia c’insegna che i cambiamenti passano attraverso l’economia e la lotta dal basso, da gruppi di persone che si uniscono per cambiare le cose. Nel mondo imprenditoriale da molti anni ormai è in atto un mutamento di pelle, molte imprese, anche multinazionali si muovono verso il green e la produzione ecosostenibile, questo per il benessere dei cittadini, per salvaguardare l’ambiente e le risorse. Molti cittadini, dall’altro lato hanno imparato a boicottare le multinazionali, che non seguono standard qualitativi, che non rispettano l’ambiente e i lavoratori, hanno imparato a leggere le etichette di prodotti, sono diventati consumatori consapevoli.

Il sistema economico attuale crea diseguaglianze, c’è bisogno di più un’economia sociale.

Ha parlato di terza economia in alcune trasmissioni e sulle pagine di Avvenire, Steni Di Piazza, Sottosegretario di Stato al Lavoro e alle Politiche sociali.

L’Italia, specialmente negli ultimi vent’anni, ha il merito di aver introdotto nel dibattito politico ed economico nuovi approcci e nuove visioni. Si parla di bene comune e di centralità della persona come elementi essenziali e imprescindibili. Una naturale prosecuzione di un pensiero che ebbe in Olivetti il miglior esponente. Un uomo che appare oggi di assoluta modernità, richiamato ogni volta che il dibattito mette a fondamenta il welfare aziendale e la responsabilità sociale di impresa. Siamo, di fatto, nel cammino verso una Terza Economia che, generata dalla necessità di garantire i diritti di ciascuna persona, si lancia adesso in sfide richiamate da tutti i territori della Terra – Ha detto il Sottosegretario.

La terza economia rappresenta la terza colonna, la prima è quella tradizionale dei capitali, mentre la seconda è l’economia dello Stato. Oggi, c’è bisogno di un modello che porti a una crescita di valore umano e sociale, oltre che economico. Il cammino è lungo, anche se è iniziato con l’economia circolare, la green economy, la sharing mobility, la produzione che rispetta l’ambiente, le associazioni e le imprese che producono valore nel sociale, tenendo conto del benessere dei cittadini.

Il paradosso dell’economia italiana

L’Italia è il paese del paradosso, è la terza maggior economia dell’Unione europea. È la seconda manifatturiera del Continente, è uno dei più grandi esportatori al mondo, con un avanzo commerciale cresciuto da 31 miliardi del 2010 a 89 miliardi del 2018, ha una ricchezza privata enorme, ma gli alti tassi d’interesse assorbono la grande quantità di  denaro pubblico, che potrebbe essere speso a vantaggio di imprese e famiglie.

Oggi l’economia etica è più conveniente rispetto a prima. Tante multinazionali che in passato hanno distrutto l’ambiente, oggi cambiano rotta e questo fa molto riflettere. Infatti, c’è da chiedersi se sia un cambiamento sincero oppure una strategia di marketing, visto che sempre più persone sono attente all’ecosostenibilità. Di esempi ce ne sono tanti, alcuni talmente paradossali, che viene quasi da sorridere, come ad esempio, multinazionali che producono petrolio, come Eni, che ha fatto danni ambientali devastanti sia in Italia sia nel resto del mondo, dove ha anche subito denunce. Oggi, segue un percorso green e in alcuni territori devastati dalle scorie e rifiuti tossici che ha prodotto, si propone addirittura di bonificare.  

Il sottosegretario Di Piazza ha dichiarato di aver siglato il patto della terza economia; si tratta dell’iniziativa di un gruppo di imprenditori virtuosi e associazioni che si sono riuniti, per chiedere alla politica interventi più incisivi per quella parte dell’economia di cui si parla poco. Lo Stato dovrebbe intervenire con una serie di norme, concedendo beni confiscati alla camorra per fare impresa sociale, e creare condizioni più favorevoli affinché chi lavora per il benessere della collettività, e non solo per il profitto sia premiato.

Per questi imprenditori illuminati si fa molto poco, alcune imprese che operano nella terza economia sono addirittura multinazionali con fatturati di milioni di euro. La terza economia sa essere il traino principale in tempo di crisi, sa dialogare con il mercato dei capitali e con lo Stato; nei mesi della pandemia si sono viste associazioni e imprese che hanno lottato per i più deboli, anche senza aiuti dall’alto.

Il Sottosegretario Stenio Di Piazza continua –

L’Agenda 2030 rappresenta un manifesto e una guida per un’economia etica e sostenibile. L’Italia può diventare assoluta protagonista di questa trasformazione, avendo manifestato nella sua storia la vocazione di porre al centro persone e comunità, oltre le logiche spietate della ricchezza per pochi. Contrastare le derive ingiuste del capitalismo non dovrà significare la negazione del valore della cultura imprenditoriale. Più che di modelli inscatolati nelle norme del diritto si dovrà legiferare dando respiro all’avvio di processi. L’art. 41 della Carta costituzionale definisce l’iniziativa economica come uno strumento necessario alla realizzazione del bene comune, senza ledere quelli che sono i valori fondamentali della persona.

La Terza Economia intende l’impresa come parte integrante della società, non come un’entità avulsa. In cui i bisogni dei cittadini e delle comunità pesano quanto le richieste degli azionisti. In cui l’imprenditore indirizza la mission (priva da pensieri di mera filantropia), non soltanto verso il raggiungimento degli obiettivi di profitto, ma al welfare di comunità.

Creare valore aggiunto e valore immobiliare

Stiamo vivendo in un’epoca che difficilmente sarà dimenticata, e questo vale anche per il settore immobiliare. La pandemia ha fatto tremare tutto, in particolar modo l’economia, causando il crollo di molti mercati, e ha creato un’instabilità generalizzata. Il mercato immobiliare non è rimasto fuori da questa crisi.

Per il bene del Paese bisognerà lavorare proprio sull’economia, e in particolare creare valore immobiliare può generare un grande impatto positivo sia dal punto di vista economico che sociale. In un periodo di crisi, vi sono tante opportunità per aggiungere valore al proprio patrimonio sia a quello finanziario sia immobiliare.

Come creare valore aggiunto in tempo di crisi

La sfida per manager e imprenditori è ambiziosa, ma la storia ci insegna come la tenacia e la competenza ripaghino ogni sforzo fatto, anche quando tutto sembra disperdersi.

Ogni azione finalizzata a creare un impatto positivo nel settore economico, in quello sociale e nella brand awareness (grado di conoscenza di un marchio da parte dei consumatori; indica inoltre la capacità di ricordarlo e collegarlo ai suoi prodotti o servizi.) è un ottimo motivo per valorizzare l’intero comparto real estate.

Tutti i progetti in ambito retail, residenziale e logistico sono destinati a essere utilizzati dall’uomo che deve essere posto al centro di questa sfida.

Un’idea per accrescere il valore immobiliare potrebbe riguardare ad esempio l’installazione di strumenti domotici nelle abitazioni (creando valore dal punto di vista sociale per una questione di risparmio di tempo). Oppure l’installazione di pannelli fotovoltaici e solari per una creazione di valore a livello economico (per il risparmio del consumo di energia), sociale e ambientale (perché si tratta di un prodotto eco-sostenibile). Molti imprenditori o semplici proprietari di casa, stanno approfittando proprio adesso del bonus ristrutturazione 110% messo in campo dal governo, per modernizzare le proprie abitazioni e aggiungere valore agli immobili. Un’occasione da non perdere.

Ci sono tantissimi altri modi per creare valore immobiliare ed è utile rivolgersi soprattutto alla qualità di vita che un bene immobiliare è in grado di offrire. Non dimentichiamo che con la pandemia sono cambiate le esigenze legate al modo di vivere le abitazioni. Si cercano, infatti, immobili con più spazi da destinare al lavoro e allo studio, case più accoglienti e con buone classi di efficienza energetica.

Il valore si crea in ogni tipologia di mercato e non solo in quello immobiliare ed è importante che la sua creazione non si basi solo sull’incremento del capitale (e quindi solo sull’aspetto economico), ma che costituisca un valore che cresca nel tempo.

Andamento del mercato immobiliare

Il mercato immobiliare è un settore molto delicato, che subisce l’influenza di diversi fattori. A settembre 2020 gli immobili residenziali avevano registrato un aumento dello 0,32. L’impatto della pandemia sul settore immobiliare è ancora in fase di valutazione da parte degli esperti. Le tendenze verso il green, gli spostamenti, lo smart living e la sostenibilità influenzeranno non poco il mercato immobiliare.

Il valore dell’immobile deve soprattutto essere in grado di fornire un servizio che offre dei vantaggi all’utilizzatore e più in generale alla comunità. L’economia e il sociale sono due settori che sotto questo punto di vista devono andare avanti in egual modo, che oggi si integrano e si compensano. L’economia del capitale e del profitto sta cedendo il passo a un’economia alternativa, dove al centro si pone il cittadino, con le sue problematiche e le sue esigenze.

Per capire come creare valore immobiliare, immaginiamo un progetto dove l’uomo è l’attore principale e tutto deve essere realizzato a sua misura per migliorarne la qualità di vita: la realizzazione degli immobili residenziali, commerciali, logistici e alberghieri dovrà mirare alla creazione di comfort e all’abbattimento di qualsiasi tipo di barriera e ostacolo.

Gli strumenti domotici permettono a un immobile di diventare Smart. Grazie agli elettrodomestici connessi, alle tv e luci da impostare in remoto, ad allarmi intelligenti ecc. il valore immobiliare va a coincidere con il valore sociale. In una Smart casa i tempi dei lavori domestici sono programmati e semplificati, con risparmio di energia e tempi.

Trasformare un immobile in una Smart casa non è l’unico modo per creare valore immobiliare, dal punto di vista economico, invece, sarà utile rimettere in sesto unità e edifici abbandonati. Ristrutturando vecchi immobili e destinandoli a un uso collettivo o per servizi utili ai cittadini, si potrà accrescere il valore di una città.  

Nel real estate aumentando il valore economico automaticamente aumenta anche il valore sociale: da qui si capisce che i due settori sono due rette parallele che avanzano in contemporanea.

Per concludere ripetiamo come sia importante fornire servizi e riqualificare aree abbandonate per creare valore immobiliare, quest’ultimo è la ricchezza economica e sociale che migliora la qualità di vita delle persone.

a cura di Domenico Amicuzi Professionista Immobiliare

Come realizzare un documentario e proporlo alla televisione

Prima di realizzare un documentario è bene stabilire cosa si vuole raccontare e quali informazioni devono essere trasmesse al pubblico. Per questo motivo bisogna individuare le fonti dalle quali reperire tutti i dati possibili riguardo all’argomento scelto. Si deciderà, poi, riguardo all’opportunità di raccogliere interviste, per integrare il racconto. In base alle ricerche fatte e alle informazioni, interviste e altro materiale raccolto, chi desidera realizzare un documentario dovrà disegnare un progetto o un copione.

Il documentario è una forma comunicativa che ha tantissime potenzialità, a dispetto di chi pensa che sia qualcosa di noioso. L’argomento che si andrà a trattare deve essere ben definito e interessante. Inoltre, il linguaggio di un documentario deve essere coinvolgente, mai banale e somigliare a una narrazione. Un documentario deve gettare nuova luce su un tema, cioè deve avere la capacità di offrire una nuova prospettiva al pubblico. Realizzare un documentario significa suscitare emozione, interesse, curiosità, ingredienti essenziali per fare centro.  

Tutte le fasi di un documentario sono importanti: le ricerche, la progettazione, la pre-produzione, la scelta dei tecnici, dei fonici, di videomaker, degli sceneggiatori e infine il montaggio, le riprese e così via.

Chi decide di realizzare un documentario, spesso, si affida a esperti, in modo da ottenere un prodotto professionale, che non lasci nulla al caso. I professionisti del settore sapranno consigliare su scelte fondamentali, quali la luce, l’ambientazione, l’inserimento di grafici o musiche, di voci fuori campo per la narrazione. Infine, oltre alla competenza, sono necessari mezzi professionali, come telecamere per le riprese, doppiatori, attori e così via.

Realizzare un documentario non è semplicissimo, ma se si ha dimestichezza con la tecnologia, una buona vena giornalistica, curiosità quanto basta si potrebbe anche tentare l’ardua strada del fai-da-te.

Michael Moore è uno sceneggiatore, regista, attore, che attraverso i suoi documentari ha affrontato, con grande successo, problemi legati al sistema politico ed economico degli Stati Uniti. Molto spesso, il regista americano ha dato consigli su come realizzare un documentario, che elenchiamo di seguito:

Prima regola per un buon documentario: non fare un documentario, ma un film.

Il pubblico vuole divertirsi, non vuole subire lezioni di nessun genere. Poco importa se piangeranno o rideranno.

Non dire cose scontate

Bisogna trovare storie, temi, idee che non siano vecchi, già noti, già detti. Perché uno dovrebbe vederlo, altrimenti?

Il documentario di oggi sembra una lezione universitaria. Con un modo universitario di raccontare una storia
Si deve trovare un modo diverso per raccontare una storia, anche in modo creativo, anche andando controcorrente. L’immaginazione e l’improvvisazione sono ottimi ingredienti.

Il documentario deve essere qualcosa di croccante, non una medicina
È un po’ la stessa cosa: non didascalico, non noioso, non “necessario”. Deve essere sempre una scelta, consapevole o meno, del pubblico.

La sinistra è noiosa
Essere di sinistra significa avere poco senso dell’umorismo? Forse. Ma non è sempre stato così. Si può divertire e raccontare storie da un’angolatura ideologica precisa. È un compito necessario.

Dire i nomi
I cattivi, nei documentari, sono sempre sullo sfondo. Si dice, non si dice, si sottintende. Perché? Se si hanno cose da dire e responsabili da nominare, vanno nominati: aziende, persone, dinastie. Che problema c’è? Le persone capiscono meglio.

Il tocco personale
Non significa apparire nel film. Ma dargli una voce personale, con riflessioni e pensieri propri, anche ingenui. Il pubblico apprezza.

Mostra le telecamere degli altri
È fondamentale spiegare al pubblico come e perché i media mainstream non parlano di quello che c’è nel documentario. Quali sono gli interessi, le timidezze degli altri? Scoprili e mettili in luce. Il pubblico ne sarà grato.

Inquadra sempre le persone che non sono d’accordo
Un coro di assenso che ripete sempre le stesse cose non va da nessuna parte. Si impara molto di più inquadrando le persone che non sono dalla stessa parte, che raccontano e spiegano come vanno le cose. E, nel più dei casi, rivelano informazioni e particolari importanti.

Meno è meglio
È una vecchia regola giornalistica. Taglia, taglia. Rendi tutto più breve. Meno parole, meno scene, meno tutto.

Il suono conta più dell’immagine
Vale nei film, vale nei documentari. Non si può fare un buon film/documentario senza una colonna sonora intelligente. Per questo si deve investire molto anche lì.

Infine, la passione è ciò che indirizza le nostre scelte, e se ci si concentra su un argomento che si conosce e che ci appassiona, il successo è garantito.

Realizzare un documentario: Sbocchi lavorativi

Un documentario può essere realizzato per diversi scopi. Con l’esperienza si può diventare davvero bravi, e si possono proporre i propri lavori a web tv o trasmissioni televisive anche nazionali.

Molti brand stanno scegliendo proprio il documentario per promuoversi. Il loro obiettivo è quello di raccontare la verità, attraverso uno strumento di comunicazione che intrecci più forme: racconto, immagine, intervista e così via. Il documentario è un mezzo molto complesso, se si realizza sotto la giusta ottica, cioè non tralasciando le varie angolazioni, chi lo realizza può ricevere riconoscimenti e premi, finanziamenti, anche se è molto difficile. Però se si affrontano tematiche legate e associazioni, fondazioni oppure organizzazioni umanitarie ecc., si può girare il mondo e ricevere molti consensi fra il pubblico. Inizialmente, si potrebbero cercare finanziamenti, ma nella maggior parte dei casi ci si autofinanzia, per poi cercare una televisione o una produzione che compri il nostro prodotto.  

Si possono scegliere due strade:

La prima è quella di farsi commissionare direttamente dalla produzione la realizzazione di un documentario, in base ad un progetto e in base a linee guida prestabilite;

La seconda strada è quella di seguire il proprio istinto e costruire dall’inizio alla fine tutto il progetto, da proporre poi alla televisione.

Link building, come aumentare le visite, trovare nuovi clienti e posizionarsi nella prima pagina google

Fra le numerose tecniche Seo per scalare le ricerche di google, la link building è sicuramente la più efficace, a patto che venga sfruttata in modo appropriato e seguendo poche semplici regole. La link building è dunque, alla base di ogni Campagna Seo che si rispetti e che voglia ottenere ottimi risultati: trovare nuovi clienti e aumentare le visite,  posizionarsi nella prima pagina google. In breve questa tecnica consiste nell’acquisizione di link, che vengono inseriti all’interno di articoli. Chiamati anche backlink, essi sono fondamentali per gli algoritmi, che permettono ai siti web di posizionarsi sui principali motori di ricerca e nella prima pagina di google.

Come posizionarsi primi su Google, quanto costa la prima pagina google, ottimizzazione motori di ricerca, come trovare nuovi clienti e aumentare le vendite – Queste sono le domande più frequenti di chi vuole essere trovato sul web

La Link building è strettamente legata alla Seo Copywriting, anzi senza l’una difficilmente l’altra può essere efficace. Gli algoritmi di google cambiano in continuazione, per cui anche per i più esperti di tecniche Seo, non è sempre semplice elaborare strategie che diano risultati certi. Ciò che sta alla base della link building e della Seo copywriting è la qualità dell’articolo. Le caratteristiche di un articolo Seo Oriented sono la lunghezza, la qualità e la capacità di chi scrive di saper scegliere e posizionare in modo adeguato le parole chiave, le keywords. Le Web Agency e le aziende sono spesso alla ricerca di bravi Seo Copywriter.

La link building ha tre obiettivi principali:

  • Aumentare le visite;
  • Trovare nuovi clienti
  • Aumentare l’autorevolezza del sito web

È una tecnica indispensabile perché è uno dei principali fattori di ranking su Google, quindi produce un fortissimo valore economico per chi sceglie di attuarla.

La link building incrementa la Link Popularity, cioè la quantità di link presenti su altri portali che puntano al nostro sito web.  Gli unici efficaci sono i  backlink editoriali, che sono inseriti da chi scrive un articolo, come fonte attendibile per approfondire alcuni argomenti. Questo tipo di link ha un grande valore per chi desidera aumentare le visite.

Quanto costa una Campagna di Link building

Una campagna di link building efficace non deve strafare, nel senso che è controproducente inserire tantissimi link in una sola volta. Chi desidera aumentare le visite dovrebbe ricordare che Google non premia le strategie troppo aggressive. 

Esistono diverse soluzioni per chi vuole trovare nuovi clienti. Bisogna partire dal presupposto che una buona campagna di link building è equilibrata, e che non è necessario scegliere i siti web, che registrano milioni di visite. Un backlink alla settimana potrebbe essere una buona strategia, in alcuni casi aumentabile a due. Il segreto di una campagna di link building  è la durata, più tempo dura, meglio è. Di solito, un articolo interessante, che appare su un portale con un discreto numero di visite (anche 1000/2000 mensili) può generare più risultati di una campagna a livelli più alti. La verità è che un sito popolare ha anche migliaia di link e di articoli, per cui il nostro backlink potrebbe perdersi, o comunque essere poco visibile, se si scelgono keywords già utilizzate da altri. Un blog che ottiene 50 o 100 visite al giorno, significa che tratta argomenti interessanti, e chi decide di leggerli li sceglie e li apprezza.

Se ci si rivolge ad  una Web Agency  (Agenzie web), a esperti e Consulenti Seo i costi possono lievitare enormemente. In media il costo di una campagna di quattro link al mese potrebbe aggirarsi intorno ai 3500/4000€ all’anno, circa 300€ al mese. Ma esistono campagne che possono avere anche costi più alti, in base ai link, alla consulenza offerta, infatti, spesso, insieme alla link building si offre un’analisi e una revisione del sito, per stabilire le migliori strategie da attuare e così via.

Analizzando l’offerta link building in rete abbiamo trovato un po’ di tutto:

499€ per un backlink pubblicato su un sito autorevole (500mila visite mensili) –  99€ per un link su un sito con basso traffico (1000 visite mensili);

13mila euro per un link su portali on line molto popolari;

Altre offerte 20/40 euro a link;

Alcuni partono da 100 euro fino a 400 euro a link; bisogna però anche considerare la concorrenza delle parole chiave. Se il sito ospitante riceve migliaia di visite, ma si scelgono parole chiave popolari, il backlink avrà poco valore.

Altre strategie di posizionamento su google e sui motori di ricerca

Le soluzioni sono immense: Link indiretti – che consistono nel rafforzare i siti che hanno al loro interno nostri link, link nofollow, indica a google che quel link non deve influenzare il posizionamento del sito linkato (sono comunque utili nel bilanciamento nofollow/dofollow), dosare nel tempo la quantità di link inseriti, scegliere long tail Keywords meno popolari (meno concorrenza) e per questo più efficaci, valutare altre fonti per diffondere il proprio brand come forum, pagine social, gruppi ecc.

Ovviamente il link deve essere contestualizzato, cioè inserito in un discorso che attiene a quanto contenuto nell’articolo. Un buon articolo di circa 800/1000 parole ogni settimana, con un contenuto interessante, originale ed esposto bene è una strategia di gran lunga superiore a tante soluzioni offerte da numerosi esperti del web, senza nulla togliere alla loro competenza.  

Per ricevere informazioni su come si struttura un’efficace campagna di link building a costi accessibili inviare una mail a campagnelinkseo@gmail.com   indicando nell’oggetto: Strategie Campagne Link building

Quanto vale la disinformazione in Italia e la macchina delle fake news

Un’interessante ricerca di contenutidigitali.net ha analizzato 23 siti di fake news italiani. Queste statistiche servono a comprendere in che modo le fake news e la disinformazione influenzano le nostre vite.

Ogni mese questi 23 siti generano complessivamente più di 16 milioni di visite, e già questo è un dato importante, per farci capire che il fenomemo è di grossa portata. La ricerca ha anche analizzato il tempo che viene speso sui siti di fake news. Il tempo medio è superiore a 5 minuti, e questo significa che una notizia viene letta dall’inizio alla fine, e così il dramma si aggiunge ad un altro dramma. La disinformazione è anche sinonimo di cattiva informazione, e questo concetto è molto complesso e per contrastare questo fenomeno bisogna possedere un buon senso molto elevato.

Disinformazione e fake: news traduzione in cifre

  • Il primo sito di fake news italiano genera il 28,2% del traffico totale di tutti i siti di fake news, per un totale di 4.590.000 visite/mese.
  • 6 siti su 23 generano più di 1 milione di visite al mese.
  • 11 siti generano tra le 100.000 e le 999.999 visite al mese.
  • 6 siti generano meno di 100.000 visite al mese

La ricerca ha messo in evidenza che una parte del traffico giunge dai motori di ricerca, mentre la più grande fetta dai social network, in particolare da facebook.

Come difendersi dalle fake news e dalla disinformazione

Se i principali social network si sono attivati per evitare che questo tipo di news potesse avere una grande diffusione, lo stesso stanno facendo agenzie diplomatiche o centri di monitoraggio. Facebook è parte dei firmatari del “Codice di buone pratiche sulla disinformazione” promosso dalla Commissione Europea nel 2018 e ha assunto oltre 35.000 persone che si occupano di sicurezza della piattaforma.

L’azione di Facebook si fonda sul presupposto che non tutti i contenuti vadano rimossi ma che, per alcune tipologie di contenuti, vadano strutturati interventi differenti come la diminuzione della distribuzione e della visibilità oppure la creazione di una maggiore consapevolezza dell’utente nei confronti di tali contenuti, attraverso strumenti di segnalazione della notizia falsa, come etichette informative “Questo – spiegano da Facebook – per trovare il giustobilanciamento tra libertà di espressione e sicurezza dei propri utenti”.

Tre pilastri sono alla base della strategia di Facebook: rimozione, riduzione ed informazione.

NewsGuard è lo strumento di affidabilità di internet, si tratta, in pratica di una community formata da giornalisti e analisti che quotidianamente si occupa di monitorare migliaia di siti web di informazione e verificare l’attendibilità delle notizie pubblicate. In questo modo, NewsGuard contrasta la disinformazione. I giornalisti effettuano ricerche sulle testate giornalistiche, per aiutare i lettori le notizie vere da quelle false.

Fake news e disinformazione: il lato sociale

Quali sono le ripercussioni della disinformazione e delle fake news sulla nostra vita e sulla nostra socialità?

Prima di rispondere a questa domanda, è necessario fare la domanda: Perché ci informiamo, perché leggiamo le notizie?

La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo. L’informazione serve a conoscere e capire il mondo che ci circonda. E cosa significherebbe se l’informazione viene distorta e se percepiamo il falso come vero? Sarebbe un disastro enorme.

Oltre ad alcuni siti e alle misure messe in atto dai social network, vi sono tanti consigli per evitare le fake news, ma lo strumento più importante resta sempre il buon senso e la capacità di saper leggere il mondo sotto ogni suo aspetto. Al di là di ogni sospetto, una fake news dovrebbe insinuare in noi qualche dubbio.

In ogni caso NewsGuard è anche un’applicazione, che si può scaricare e utilizzare nelle situazioni di dubbio. I lettori dovrebbero essere sempre pieni di dubbi e attenti, ma soprattutto meno che ingenui.

La realtà è complessa e non fidarsi di chi tenta di semplificarla è il primo passo verso la liberazione dalla zavorra della disinformazione e delle fake news.

Blog su WordPress.com.

Su ↑