Quanti scrittori rinunciano ai Social?

Maggie O’Farrell, vincitrice del Women’s Prize, difficilmente posterà qualcosa su Twitter. Proprio oggi, quando qualcuno inizia a parlare di dipendenza dai social.

Tutte le buone intenzioni per raggiungere un buon equilibrio fra virtuale e vita reale, spesso si scontrano con la natura vera dei social, cioè quella di creare dipendenze. Inoltre, c’è chi pensa che per scrittori e personaggi famosi i social siano un imperativo al quale è impossibile rinunciare. Non la pensano tutti così.

Un articolo apparso su TheGuardian dal titolo emblematico: Cosa guadagnano – e perdono – gli scrittori quando evitano i social media? Spiega la scelta che alcuni fanno di restare lontani dai social.

a scorsa settimana, quando Maggie O’Farrell ha vinto il premio delle donne per la narrativa  per il suo romanzo storico Hamnet , un coro di festeggiamenti è scoppiato sui social media. O almeno quella parte abitata dal mondo letterario. O’Farrell è una scrittrice, molto amata e rispettata dai colleghi oltre che dai lettori, e tutti volevano dirlo.

Per molti autori, questo spettacolo pubblico di consensi da parte dei colleghi del settore sarebbe parte integrante della vittoria di un premio importante e darebbe luogo a uno tsunami di retweet falsamente modesti, lo scopo finale dei social media è, presumibilmente, un mezzo per promuovere i nostri marchi personali e prodotti a un pubblico più ampio.

O’Farrell non ha ritwittato una parola di questa lode, tuttavia, dal momento che è uno dei tanti scrittori che scelgono di non interagire affatto con i social media.

C’è stato un tempo in cui questo era visto come una posizione di rifiuto deliberatamente eccentrica che sarebbe stata difficile da mantenere. Da tempo gli editori e i librai si aspettano che gli autori si rendano disponibili ai lettori tramite i loro canali di social media, in modo che possano promuovere i loro libri.

Disdegnare i social media diventa quindi una dichiarazione di fiducia nel tuo lavoro e nella sua capacità di trovare un pubblico senza che tu compaia costantemente per ricordare alle persone. È una dichiarazione sulle tue priorità. C’è qualcosa di invidiabile sicuro di sé nella decisione di allontanarsi da un forum in cui tutti urlano, per sentirsi pensare.

Sono molti gli scrittori che non sono sui social, insieme a O’Farrell troviamo Hilary Mantel, Ali Smith, Tana French, Olivia Laing. Sono scrittori il cui lavoro è immersivo, profondamente ricercato, frutto di riflessione e ampia lettura, che sono tutti l’antitesi dei social media, che facevo molto di più prima di entrare in Twitter.

Il giorno dopo l’annuncio del premio per le donne, il marito di O’Farrell, il romanziere William Sutcliffe, ha offerto un tributo a sua moglie sotto forma di un ironico Tweet – Devi raccogliere l’ispirazione dando tanta energia alla tua vita senza scrivere quanto alle ore trascorse alla scrivania”, ha detto. “Nessun social media aiuta in questo.” 

Chi è Maggie O’Farrell

Maggie O’Farrell, nata in Irlanda del Nord nel 1972, è cresciuta tra il Galles e la Scozia e attualmente vive a Edimburgo con il marito, il romanziere William Sutcliff, e i loro tre figli. Nella sua carriera di scrittrice ha vinto numerosi premi, tra cui il Somerset Maugham Award e il Costa Novel Award. Guanda ha pubblicato i romanziLa distanza fra noi, La mano che teneva la miaIstruzioni per un’ondata di caldo Il tuo posto è qui e il memoir Io sono, io sono, io sono.

Fonte immagine Maggie O’Farrell: Illibraio

Rivoluzione tecnologica: I trend nella sanità digitale

Con “sanità digitale” si fa riferimento all’applicazione dell’innovazione tecnologica e della digitalizzazione nelle pratiche medico-sanitarie e nell’ottimizzazione del percorso di cura dei pazienti.

Si tratta di un nuovo scenario capace di supportare in maniera concreta le attività di molteplici settori sanitari (l’assistenza, la sorveglianza, lo studio per promuovere prevenzione e diagnosi ma anche il trattamento e il monitoraggio delle condizioni) semplificare l’accesso ai servizi, migliorarne l’efficienza e ottimizzare la gestione e l’organizzazione delle pratiche medico-sanitarie nell’intero settore della sanità.

La rivoluzione digitale in campo medico va dunque ricercata, voluta e supportata così da rispondere efficacemente ai condizionamenti settoriali e sfruttare le opportunità a disposizione: più informazione, maggiore integrazione dei servizi, più competenze trasversali, relazioni fluide e dirette, etc.

Quali sono i trend tecnologici che incidono positivamente sul settore della sanità e quali i vantaggi per pazienti e strutture sanitarie

Fascicolo Sanitario Elettronico

Il FSE è lo strumento attraverso cui un paziente/utente può tracciare e consultare la propria storia medico-sanitaria e condividerla in maniera immediata e diretta con i professionisti sanitari.

Esso è in effetti definito come uno strumento che raccoglie “l’insieme dei dati e documenti digitali di tipo sanitario e socio-sanitario generati da eventi clinici presenti e trascorsi, riguardanti l’assistito” (DPCM n.179/2015) e a seguito del consenso del paziente può esser aggiornato e reso disponibile in formato digitalizzato da tutti i professionisti presenti sul territorio nazionale.

Il FSE è una base informativa completa che permette di:

  • facilitare l’integrazione delle diverse competenze professionali e semplificare l’assistenza del paziente;
  • rendere disponibile ai pazienti la loro documentazione sanitaria, sempre e ovunque (non sarà più necessario che il paziente porti con sé i propri documenti sanitari ogni qualvolta cambi struttura o medico);
  • Semplificare una serie di operazioni che riguardano le prestazioni e l’offerta di salute (immediata visualizzazione di referti, prenotazioni, terapie, etc);
  • Favorire il processo di dematerializzazione dei documenti sanitari (con conseguente e favorevole abbattimento dei costi per la gestione e la conservazione dei documenti cartacei),
  • Migliorare la qualità della vita e facilitare il dialogo, l’interazione e il rapporto tra medici e pazienti.

Telemedicina

La telemedicina è l’insieme di tecniche mediche e informatiche che permettono di fornire servizi sanitari e consulenze mediche da remoto, favorire il colloquio diretto tra medico e paziente via smartphone e/o laptop, nonché, monitorare e sostenere con tempestività e costanza le terapie dei pazienti cronici.

La telemedicina conduce il paziente al centro del percorso di cura ed è garanzia di una pluralità di benefici e vantaggi:

  • Elimina le barriere geografiche e accorcia le distanze, consentendo, ad esempio, ai pazienti di poter chiedere un consulto anche a chi opera fuori regione senza dover affrontare spostamenti;
  • Garanzia di una maggiore equità d’accesso alle cure e di una gestione continua dei casi cronici;
  • Abbatte i tempi d’attesa e limita la presenza massiccia dei pazienti negli ambulatori e in sala d’attesa;
  • Agevola l’interazione di diversi specialisti in un unico caso terapeutico, indipendentemente dalla struttura o dal paese in cui operano.

In realtà, l’Italia non ha un’infrastruttura sanitaria che supporti la medicina digitale, anche se ha competenze e risorse per poterla attuare al meglio. La medicina digitale trova applicazione per quanto riguarda le ricette mediche e per evitare lunghe file alle Asl, con un minor spreco di tempo, energia e denaro. L’Italia è il Ventiquattresimo paese su 28 per sviluppo digitale.  Secondo alcune stime in Italia si potrebbero costruire 600 ospedali intelligenti, e in questo modo trovare le risorse risparmiando il 30% delle spese sanitarie. Gli Hub digitali non sono un’utopia, il politecnico di Milano ha stimato un risparmio sulla spesa sanitaria di 15 miliardi di euro; una somma che si potrebbe investire nelle Start up del settore sanitario, e nella formazione di infermieri informatizzati. Infine, ci sono 30 miliardi di euro che l’Europa mette a disposizione  per lo sviluppo digitale dietro presentazione di progetti. In Italia ci sono le competenze, le tecnologie e le apparecchiature, per realizzare una rivoluzione anche nel campo della sanità pubblica, ma ciò non avviene.

Cup – Centri Unici di Prenotazione

Uno dei trend della sanità digitale che favorisce l’accesso all’assistenza sanitaria in tempi rapidi è il CUP, Centri Unici di Prenotazione (CUP). Il CUP, consente al cittadino/paziente di effettuare la prenotazione dei servizi sanitari mediante diversi canali digitali (mail e/o totem posti nelle farmacie, portali internet, applicazioni mobili, etc) che integrati alle rispettive agende di prenotazione favoriscono l’abbattimento dei tempi d’attesa e la diretta accessibilità alla cura.

Per CUP s’intende il sistema centralizzato e informatizzato di prenotazione delle prestazioni sanitarie, mediante cui gestire l’intera offerta (SSN, regime convenzionato, libera professione) in modo organizzato ed efficiente, e supportare le modalità di programmazione dell’offerta sanitaria per contenere i tempi d’attesa, migliorare il servizio assistenziale ai pazienti, ottimizzare l’offerta verso il paziente e valutarne il fabbisogno confrontando quanto prenotato con quanto concretamente erogato. Il CUP, tra l’altro oggi, si integra con le agende di prenotazione di software e Doctor Manager gestionali medici, utilizzati in ambulatori e strutture sanitarie convenzionate con il SSN, favorendo il processo di digitalizzazione dell’intero settore medico-sanitario.

Applicazione medico-sanitarie sia per i pazienti che per i medici

Il mercato della sanità digitale, dunque, è sempre più guidato dalle attese dei pazienti, dalla loro sempre più acuta consapevolezza nei confronti di temi legati alla salute e al benessere e dai loro stili di vita più digitali. Strutture e medici, pertanto, devono rispondere strategicamente, ascoltando le necessità dei pazienti e offrendo soluzioni digitali idonee al miglioramento del loro percorso di cura e al raggiungimento di sempre più efficaci ed efficienti obiettivi di performance.

I borghi d’Italia si ripopolano con lo Smart working

Cosa non ha fatto lo smart working? Ha creato, se possiamo azzardare, un nuovo stile di vita, un modo di pensare diverso. In pratica lo Smart working ha permesso a milioni di persone di lavorare da casa, e da casa ad altri luoghi il passo è breve. Se posso lavorare da casa, posso lavorare ovunque. Di poche settimane fa è la notizia che le isole Barbados incentivano gli smart workers a trasferirsi, per rifocillare l’economia e il turismo.

E se possiamo vivere e lavorare su un’isola dei Caraibi, allora lo possiamo fare anche da un piccolo, tranquillo borgo italiano? Qualche amministrazione già sta pensando a case gratis e banda larga e non solo. Negli ultimi tempi i borghi italiani stanno vivendo una rinascita, si sta infatti, riscoprendo la cultura e di questi antichi luoghi. In molti borghi si respira una storia millenaria, che insieme alle tradizione, ad un paesaggio, il più delle volte incantevole li rendono mete molto ambite dai turisti e non solo. Forse, perché il modella della città metropoli, trafficata e caotica ha ceduto il passo, come dimostra il fatto che sempre più giovani diventano imprenditori agricoli e si spostano in campagna.

Rosanna Mazzia, presidente dell’Anci – Associazione Nazionale Comuni Italiani – lancia un appello: “Se lavorate in smart working considerate la possibilità di trasferirvi nei borghi, anche per brevi periodi. L’importante è che sia presente una connessione internet stabile”.

Molti borghi rischiano lo spopolamento totale, e sarebbe un vero peccato non approfittarne, proprio ora che la globalizzazione potrebbe darci una mano. Il web ci connette con il mondo intero, e potrebbe nascere addirittura un nuovo modello intermedio fra tecnologia e tradizioni, fra informazione e bellezza. Le idee sono tante come le strategie per invertire la rotta.  La richiesta al governo è di “un programma organico per invertire la rotta puntando sul lavoro” attraendo così nuovi abitanti. Dunque: “banda larga; vantaggi fiscali – anche a tempo – per chi vive o fa impresa nei centri a rischio spopolamento; servizi”. Non solo: “In Italia – continua – ci sono 2 milioni di case abbandonate, senza contare le terre. Servirebbe una norma per poterle riutilizzare “.

Molto dipenderà dai sindaci dei borghi, ormai la strada è aperta, e le scelte giuste, come le richieste al governo da parte degli amministratori potrebbero fare la differenza. Servono per questo cambiamento, persone che abbiano lungimiranza e una visione globale. Oltre alla banda larga, agli sgravi e alla cultura, le persone potrebbero essere attratte anche da eventi, manifestazioni e da tante altre cose, che non farebbero mai desiderare di ritornare nella grandi metropoli. Non bisogna dimenticare che nei borghi si vive con più intensità, la vita sembra essere più lenta e il tempo assume un senso diverso. L’ambiente è lo sfondo principale, per cui viene rispettato molto di più rispetto alle città, dove la natura ha lasciato il posto al cemento. I sindaci dovranno fare molto, insieme al governo, che a volte su alcuni temi sembra distrarsi.

Europa: Le nuove etichette tutelano il Made in Italy

Non è mai stato un mistero, cercano in tutti i modi di imitarci e di boicottarci; parliamo dell’unico e inimitabile Made in Italy, che oggi segna un punto. Già in passato, il Ministro dell’Agricoltura ha dovuto lottare contro quei paesi che volevano imporre il semaforo ai prodotti europei, danneggiando quelli italiani. Oggi la vittoria è il No al semaforo che distingue cibi buoni e cattivi, sì alle batterie che indicano i nutrienti in ciascun alimento. Lo ha deciso anche l’Europa. La Commissione Ue infatti ha dato il via libera a Nutriform Battery, il sistema di etichettatura nutrizionale italiano che supera le limitazioni del sistema a semaforo, adottato in Francia, tutelando il Made in Italy.

A dispetto del blasonato cugino francese, da molti considerato il sistema di etichettatura per eccellenza, l’italiano Nutrinform Battery ha ottenuto l’ok definitivo, grazie al quale nel corso dei prossimi mesi potrà essere introdotto su base volontaria in Italia. Il via libera della Commissione attraverso la procedura Tris, volta a valutare eventuali incompatibilità con il diritto dell”Ue, era necessario per poter adottare lo schema in Italia.

Adesso dunque può essere considerato a pieno titolo uno degli schemi di etichettatura fronte pacco ammesso dalle autorità comunitarie, anche in vista di una possibile armonizzazione di tutti i sistemi entro il 2022.

“L’approccio innovativo dello schema italiano, basato sull’informazione e sull’educazione invece che sulla proibizione risponde molto meglio di altri sistemi alla nostra cultura alimentare, che affonda le sue radici sulla dieta mediterranea. La piramide alimentare ci ricorda che non esistono cibi buoni o cattivi in assoluto, ma corrette quantità e frequenze di consumo per ogni alimento” ha detto il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio.

Cos’è Nutrinform Battery

Sulle confezioni degli alimenti, nei prossimi mesi vedremo un’icona a forma di batteria, simile a quella degli smartphone, che indicherà la presenza di calorie, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale per porzione. La parte carica della batteria rappresenta graficamente la percentuale di energia o di nutrienti contenuta in una singola porzione, permettendo così di capirlo visivamente e in modo molto intuitivo. In questo modo, è facile anche gestire una dieta giornaliera equilibrata valutando con facilità la somma di ciò che si mangia nell’arco della giornata.

La proposta italiana del Nutrinform Battery ha come obiettivo quello di fronteggiare la crescita del numero di persone in sovrappeso attraverso un’immediata informazione al consumatore della presenza dei macronutrienti ossia cioè calorie, grassi totali, grassi saturi, zuccheri e sale, affinché egli sia al corrente di quanto l’assunzione di una porzione di quel prodotto sia in grado di “riempire la batteria” per ognuno dei nutrienti sotto esame.

Questa etichettatura non va a sostituire la classica etichetta nutrizionale sul retro del pacco che indica le percentuali di energia e nutrienti presenti in ogni singolo prodotto alimentare né l’elenco degli ingredienti presenti, obbligatori per legge.

Perché tutela il Made in Italy, rispetto al semaforo francese e inglese

Esistono vari sistemi di etichettatura simili, uno tra tutto l’ormai celebre semaforo Nutriscore adottato in Gran Bretagna (a 3 colori) e in Francia (a 5 colori e 5 lettere).  Essi hanno in comune il fatto di far distinguere al consumatore ciò che è buono, in verde, da ciò che non lo è, in rosso, passando per una serie di gradazioni.

Purtroppo tale sistema è stato considerato da molti “fuorviante, discriminatorio ed incompleto”, come ha detto Coldiretti, secondo cui avrebbe penalizzato alimenti sani e naturali che da secoli sono presenti sulle tavole per favorire prodotti artificiali di cui in alcuni casi non è nota neanche la ricetta.

Tra questi il Grana Padano, il Parmigiano Reggiano ma anche l’olio extravergine di oliva che avrebbero ottenuto addirittura il semaforo rosso.

“In questo modo si mette in pericolo l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop) che la stessa Unione Europea dovrebbe invece tutelare e valorizzare” era stata la critica di Coldiretti.

Invece, il nuovo Nutriform Battery supera questo limite perché non boccia alcuni alimenti sulla base di ciò che “contengono” ma informa in maniera più attenta il consumatore. Ricordiamo che otrà essere applicato nel nostro paese su base volontaria su tutti i cibi confezionati ma non per quelli a marchio Dop e Igp che, grazie alle caratteristichedi eccellenza e di tipicità, sono stati esclusi.

Fonti di riferimento: NutrinformbatteryFederalimentare

Covid: La Finlandia rilancia il lavoro

Il problema più grande che affligge le persone non è tanto il Coronavirus, ma gli effetti che potrebbe causare e che sta causando sull’economia. I negazionisti sono da sempre accusati di trattare l’emergenza sanitaria con leggerezza, ma un’analisi attenta del fenomeno ci racconta di un tasso basso di mortalità. Non necessariamente bisogna negare l’esistenza e la diffusione del virus, ma guardare la realtà in modo oggettivo può servire. Fin dall’inizio della pandemia, con la chiusura di molte attività, le persone erano preoccupato per lo stato occupazionale e per l’economia; senza un buon Welfare, senza attività commerciali e produzione non si va da nessuna parte e non si fanno progressi in nessun campo.

La giovane premier finlandese, Sanna Marin, sostiene il mantra lavorare meno lavorare tutti e propone una riduzione delle ore lavorative. La Finlamdia, dunque sotto la minaccia degli effetti della pandemia sull’economia e sull’occupazione in giro per il mondo, rilancia l’obiettivo di una riduzione dell’orario di lavoro in Finlandia, a parità di salario, dalle attuali 8 ore giornaliere fino a 6: si spera di compensare la riduzione con una maggiore produttività.

Il discorso che la premier finlandese ha tenuto è stato riportato dall’Helsinki Times e ripreso fra gli altri dai media del Regno Unito, in una stagione nella quale molti governi – persino quello conservatore britannico – sembrano aver riscoperto le virtù delle ricette keynesiane, del welfare, della sanità pubblica, dell’intervento economico dello Stato, dopo anni e anni di predominio della vulgata neoliberale.

Serve “una visione chiara e una roadmap concreta” per puntare a una giornata lavorativa più breve e a un miglioramento della qualità della vita dei lavoratori, ha affermato Sanna Marin. “Il traguardo di un accorciamento dell’orario di lavoro non va accantonato e non è in conflitto con quello di assicurare un tasso occupazionale elevato e la solidità dei conti pubblici”, ha aggiunto: a patto d’impegnarsi, “come società, come aziende e come dipendenti, a incrementare la produttività” secondo un percorso che, “in base ad alcuni studi”, la giornata di sei ore potrebbe addirittura stimolare.

“Ridurre gli orari e migliorare la condizioni di lavoro” è del resto “un modo per distribuire più equamente le ricchezze”, ha proseguito la neppure la 35enne premier Marin. La pandemia ha portato allo scoperto nuovi valori, che bisogna perseguire e un nuovo punto di vista, mettendo in primo piano le piccole cose, il benessere e la salute.

Oltre tutti i buoni propositi, che in politica non mancano mai, resta il fatto che la compagnia Finnair, bandiera finlandese, ha annunciato un piano di esubero per 1000 dipendenti. Il paese nordico è stato uno dei più restrittivi a limitare i voli e gli spostamenti, di fronte alla minaccia di una seconda ondata di Covid.

Come contenere il virus con la riapertura delle scuole a settembre: le linee guida

Il Ministero dell’istruzione ha presentato già nel mese di giugno scorso, le linee guida per la riapertura delle scuole previste a settembre 2020. Nonostante ciò, anzi anche su questo argomento vi è in Italia un dibattito acceso fra Governo e Opposizione. La scuola è un buon campo per lo scontro politico, per cui fin da subito sono state messe sotto accusa e criticate le scelte del governo, in tema di sicurezza e contenimento del virus nelle scuole.

Quali sono i punti fondamentali delle linee guida per la riapertura delle scuole

Le date di riapertura
Dal primo settembre le scuole riapriranno per il recupero degli apprendimenti delle studentesse e degli studenti che non hanno raggiunto la sufficienza alla fine dell’anno scolastico appena concluso e di tutti gli alunni che i docenti vorranno far partecipare in base alle esigenze della loro classe. Dal 14 settembre cominceranno le lezioni

Scuole igienizzate e in sicurezza
Le scuole saranno pulite costantemente e ci saranno prodotti igienizzanti, saponi e tutto quanto servirà per assicurare la sicurezza di alunne e alunni e del personale. Per questo scopo sono già stati erogati alle istituzioni scolastiche 331 milioni che potranno essere utilizzati anche per piccoli interventi di manutenzione e arredi innovativi

Più spazi per la scuola
La scuola che inizierà settembre, per rispettare il distanziamento previsto ad oggi dal Comitato tecnico-scientifico (1 metro di distanza fra le “rime buccali degli alunni”), avrà bisogno di più spazi. Il Ministero ha messo a punto in queste settimane un ‘cruscotto’, un sistema informatico che incrocia i dati relativi a aule, laboratori, palestre disponibili con il dato delle studentesse e degli studenti e la distanza da tenere. Questo strumento consentirà di individuare, comune per comune, scuola per scuola, le priorità di intervento e gli alunni a cui sarà necessario trovare nuovi spazi in collaborazione con gli Enti locali. Uno strumento rapido per poter agire chirurgicamente sulle situazioni più complesse. Secondo i dati dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica ci sono poi circa 3mila edifici scolastici dismessi che possono essere recuperati. Si useranno anche spazi esterni, attraverso patti con il territorio, per una didattica che possa svolgersi anche nei musei, negli archivi storici, nei teatri, nei parchi

Più didattica laboratoriale e flessibilità
Le linee guida sollecitano una didattica meno frontale e più laboratoriale, in piccoli gruppi e non necessariamente in classe, ma anche in spazi diversi per coniugare la necessità di distanziamento con l’innovazione. Sarà favorito l’acquisto di nuovi arredi, come i banchi singoli di nuova generazione che consentono una didattica più collaborativa. La didattica digitale potrà essere integrata con quella in presenza ma solo in via complementare nella scuola secondaria di II grado.

Priorità a infanzia e alunni con disabilità
Nel lavoro che sarà fatto dalle scuole e ai tavoli regionali massima priorità sarà data ai più piccoli, che più di tutti hanno sofferta la chiusura della scuola in questi mesi e agli alunni con disabilità.

Formazione del personale e informazione
Il personale sarà formato sui temi della sicurezza e anche sulle nuove tecnologie per non disperdere il lavoro fatto durante la chiusura delle scuole per l’emergenza. Ci sarà una campagna informativa sui comportamenti responsabili da tenere che coinvolgerà anche genitori e studenti.

Il Comitato tecnico-scientifico
Le indicazioni su distanziamento, mascherine, misure di igiene sono contenute nei documenti elaborati dal Comitato Tecnico-Scientifico allegati alle Linee guida per le scuole. I documenti saranno aggiornati periodicamente. Il Comitato si è già riservato la possibilità di rivalutare a ridosso della ripresa scolastica la necessità dell’obbligo di mascherina, sulla base dei dati del contagio che via via emergeranno.

Le critiche al documento del Ministero dell’Istruzione oppure le proposte di miglioramento lasciano il tempo che trovano, perché la riapertura delle scuole è una priorità assoluta sotto ogni punto di vista. La formazione delle nuove generazioninon può aspettare, i futuri adulti dovranno contribuire a rendere il mondo più giusto ed equo, più solidale, più verde, migliore di oggi, anche perché peggiorarlo sarebbe un’impresa molto difficile.

In una lettera aperta pubblicata a giugno e firmata da più di 1.500 medici del Royal college of paediatrics and child health del Regno Unito (Rcpch), si legge che una chiusura prolungata delle scuole rischia “di compromettere la crescita di un’intera generazione di ragazzi”. Spesso l’istruzione a distanza è solo un’ombra sbiadita di quella in classe. Inoltre costringe molti genitori a dividersi tra il lavoro e la cura dei figli. Con la chiusura della scuole i bambini delle famiglie più povere, che dipendono dai pasti scolastici, hanno cominciato a patire la fame. E c’è stato anche un aumento degli abusi in famiglia, perché il personale scolastico non era più in grado d’individuare e denunciare i primi segni delle violenze. Così si è allargato il coro di esperti che chiedeva di riportare i bambini a scuola.

L’esperimento dei paesi che hanno riaperto prima le scuole

Circa venti paesi hanno riaperto le scuole agli inizi di giugno, e ogni stato ha monitorato la situazione, sono state imposte restrizioni e quando si è reso necessario, qualche scuola ha anche chiuso. Altre scuole hanno deciso di mettere in quarantena chi risultava positivo al covid, decidendo comunque di non chiudere.

Secondo gli esperti, i risultati sono molto incoraggianti; infatti, il distanziamento, la mascherina e i comportamenti responsabili hanno fatto registrare pochi casi di contagio. In realtà, il contagio dipende anche dalla quantità di virus esistente in una comunità.

Gli scienziati hanno iniziato ad analizzare i dati delle scuole che hanno riaperto o che non hanno mai chiuso, per comprendere meglio come il virus si comporta in un ambiente come la scuola, dove i bambini interagiscono fra loro per molte ore al giorno. Gli studi sono ancora in atto, si cerca di capire se il contagio fra piccoli è diverso. Ad ogni modo è necessario accettare un certo rischio con la riapertura delle scuole, un rischio inevitabile, ma che bisogna correre.

In Olanda la scuola ha riaperto ad aprile, con classi dimezzate e senza distanziamento fra alunni di età inferiore a 12. Il primo paese europeo ad aprire le scuole è stato la Danimarca,  ha diviso i bambini in piccoli gruppi che potevano riunirsi durante la ricreazione; ha adottato soluzioni  per dare agli alunni più spazio e aria, arrivando a organizzare lezioni in un cimitero. In Belgio, invece, alcune classi si sono riunite all’interno delle chiese, per garantire la distanza tra gli studenti. In Finlandia le classi non hanno subito cambiamenti, ma gli insegnanti evitano di far interagire gli alunni fra di loro. In Canada, Danimarca, Norvegia, Regno Unito e Svezia l’uso delle mascherine è facoltativo. In altri paesi come il Ghana non tutti a scuola indossano la mascherina, perché non tutti hanno la possibilità di comprarla.

Il Covid ha destabilizzato in qualche modo molte certezze conquistate, così anche per quanto riguarda la scuola si procede a tentativi. In realtà, non si sa bene come comportarsi se qualcuno risulta positivo. Fortunatamente, a distanza di mesi una qualche consapevolezza in più esiste. Quando si parlava per sentito dire, o quando si immaginava solo che il Covid fosse lontano, nelle scuole si sono viste scene da brivido, come l’allontanamento per uno sternuto oppure l”isolamento in una stanza di bambini che non avevano portato il certificato medico.

Tutte le precauzioni non sono mai abbastanza, e tutto può servire, come i tamponi per monitorare la situazione del contagio e anche altro. In questi mesi la fantasia non ha mai smesso di stupire.

Dalla rivista Science, Edwards afferma che non esiste una vera cultura della ricerca. Fare esperimenti sui minori, inoltre, è più faticoso, perché qui intervengono diverse figure come gli educatori, gli insegnanti, le amministrazioni scolastiche, per non parlare delle autorizzazioni dei genitori.

 

Il paziente digitale: una nuova sfida per la sanità

Siamo nell’era dell’informazione e dell’innovazione digitale, dove i progressi tecnologici semplificano l’esperienza di consumo (come ad esempio, i pagamenti online, le prenotazioni di servizi via web, le comunicazioni in tempo reale ecc.) e rendono sempre più funzionale l’acquisizione e l’integrazione di dati e informazioni.

Proprio come succede nell’ambito della sanità, ove le strutture sanitarie sperimentano con sempre più elasticità l’acquisizione di sistemi per il miglioramento dei processi, dell’assistenza sanitaria e dei servizi accessori mirati a sviluppare una migliore esperienza per l’organizzazione e per il paziente identificato, ormai, come un paziente digitale.

Chi è il paziente digitale

Il paziente digitale è:

  • Un paziente consapevole e attento alla propria persona e alla propria salute;
  • Assume comportamenti e stili di vita finalizzati alla valorizzazione della sua salute e del suo benessere (maggiore attività fisica, miglioramento delle scelte alimentari, frequentazione di centri benessere ecc);
  • Ricerca in maniera autonoma informazioni di carattere medico-sanitario, dai trattamenti ai prezzi delle prestazioni e così via;
  • Consulta le recensioni online di altri pazienti, su piattaforme tematiche e sui social media;
  • Valuta autonomamente i suoi sintomi e la terapia/cura che gli potrebbe essere somministrata;
  • Ha familiarità negli ambienti virtuali e con i più moderni strumenti di comunicazione (dallo smartphone al pc);
  • Vive un’esperienza personalizzata e autonoma nella gestione dei propri percorsi di cura e d’assistenza sanitaria e allo stesso tempo sviluppa un dialogo e una relazione bidirezionale con i medici e il personale di servizio.

Il paziente digitale è un paziente più critico e sempre più esigente.

Quale deve essere allora la risposta delle strutture sanitarie e del personale medico-sanitario?

Le strutture sanitarie devono rispondere alle nuove esigenze dei pazienti con l’accessibilità e l’integrazione della tecnologia e dei servizi digitali nel processo di servizio e nell’interazione, sia all’interno sia all’esterno della struttura.

Le nuove tecnologie, infatti, sono il mezzo fondamentale per acquisire dati e informazioni, in modo immediato e diretto, e supportare operatori sanitari e pazienti in tutte le fasi del percorso di salute: dall’accesso ai dati sanitari, alla fruizione dei servizi, fino ad arrivare al monitoraggio dello stato di salute, delle terapie e degli esiti in via telematica e digitale.

Oggi sono molteplici le strutture che hanno sviluppato portali dedicati al paziente (attraverso cui i pazienti possono accedere alle loro cartelle cliniche, fissare appuntamenti e acquisire una vera e propria cultura medico-sanitaria) o che focalizzandosi sull’esperienza dei pazienti adottano sistemi integrati attraverso cui supportare ogni singolo momento d’interazione, tra il paziente ed il personale sanitario, e gestire il percorso di cura in modo empatico, partecipato e condiviso. Con soluzioni software dedicate (come ad esempio i software medici Doctor Manager diventa più immediato riconoscere e valorizzare la centralità del paziente nel processo di servizio e garantire una migliore esperienza grazie all’integrazione di servizi accessori come il sistema di gestione code, per semplificare l’accesso in struttura e/o l’erogazione di determinati servizi, la firma grafometrica per gestire i documenti digitali e/o i servizi di email o sms per i pazienti attraverso cui fornire il promemoria dell’appuntamento, inviare loro comunicazioni formative o presentare determinati programmi di screening.

La tecnologia non è sufficiente!

Per raggiungere un coinvolgimento significativo ed efficace dei pazienti è necessario acquisire un nuovo orientamento culturale e adottare una nuova strategia mediante cui promuovere comportamenti e pratiche adatte alla singolarità del paziente e capaci di favorire una relazione collaborativa e diretta. Tale cambiamento deve coinvolgere però anche il paziente, responsabilizzandolo sempre più alla diretta gestione del suo percorso di cura.

Il rinnovamento culturale e l’integrazione delle tecnologie sono, dunque, il percorso possibile con cui migliorare l’assistenza medico-sanitaria e favorire lo sviluppo di una relazione medico-paziente positiva e di qualità.

Genialità in casa: Carta da parati o wallpaper

A volte basta poco per rifare il look ad una camera, dare carattere ad una parete o rinnovare un vecchio mobile: usata in quantità o in piccole dosi, la CARTA DA PARATI rinnova con stile e può essere declinata in mille modi diversi. Dallo stile più classico (fasciato o fiorato), a quello geometrico, dall’effetto “jungle” molto attuale, all’intramontabile “Tromp Loeil” che conferisce profondità e tridimensionalità all’ambiente, la WALLPAPER è un elemento indispensabile per la personalizzazione degli ambienti abitativi. Può essere utilizzata non solo sulle pareti, ma anche sui soffitti se le altezze sono importanti, sulle ante di armadi e guardaroba, su arredi anonimi o datati. Può essere applicata anche in ambienti umidi come la cucina e il bagno, se trattata con resine impermeabilizzanti.

Riciclo o riuso: quando la fantasia viene in nostro aiuto

L’epoca attuale è sicuramente quella del riciclo, o almeno migliaia di persone hanno da anni assunto comportamenti sempre più responsabili, per una serie di ragioni fra cui l’economicità o semplicemente per dire no allo spreco e salvaguardare l’ambiente.

E’ impressionante come un mobile o qualsiasi arredo possa cambiare totalmente faccia con la carta adesiva per arredi, che in un certo modo deriva dalla carta da parati, in uso da tantissimi anni. Non bisogna essere necessariamente ambientalisti, ma il caso ha voluto che abbiamo voglia di rinnovare gli ambienti. Abbiamo acquistato un armadio, un letto ma l’idea di buttare via la scrivania o un mobile, che non s’accordano ai colori scelti non ci va giù. La soluzione è la carta adesiva per mobili, in commercio ce ne sono di diversi tipi, diversi motivi, effetto pietra o marmo, tinte unite. Discende, come dicevamo, sicuramente dalla carta da parati che ha segnato un’epoca. Tantissimi anni fa si applicava alle pareti quella con motivi floreali, oggi la musica è decisamente cambiata. La creatività è alla portata di tutti e sulle pareti possiamo tranquillamente applicare affreschi e vivere i nostri ambienti come se fossimo in un museo. Possiamo decidere di avere il cielo in una stanza o di stare in mezzo alle cascate.

In un articolo pubblicato qualche tempo addietro la singolare iniziativa della carta da parati con Botticelli

Si tratta della  prima collezione al mondo, che riproduce dipinti di opere d’arte. Il progetto appartiene alla Tecnografica con il Ministero per i Beni culturali e le Attività culturali e sono state necessarie apposite concessioni del Ministero dei Beni culturali per poterle riprodurre.

Fonte riferimenti e immagini: Formastudio3 tecnico

salotto

Uscire dall’ombra della depressione: il 10 luglio presentazione del manifesto in forma virtuale

Nell’ambito della salute mentale la depressione costituisce la prima causa di disabilità a livello globale. Obiettivo di questo incontro, nel quale verranno presentati il Manifesto Uscire dall’ombra della depressione e il Libro bianco sulla salute mentale in Italia, è fare il punto sullo stato della salute mentale in Piemonte e sensibilizzare la Regione su queste patologie affinché vengano intraprese le azioni opportune per facilitare l’accesso agli approcci di cura più appropriati e innovativi per i pazienti che soffrono di depressione.

L’incontro si terrà in forma virtuale il 10 luglio 2020 dalle ore 11.30 alle 13.00.

La partecipazione è gratuita. Per iscriversi e poter ricevere il link per collegarsi all’evento in forma virtuale è obbligatorio compilare il modulo disponibile al seguente indirizzo web entro mercoledì 8 luglio:https://us02web.zoom.us/webinar/register/WN_cPIfknfoStOFu3p3cj0IYA

N.B.: è necessario aver installato l’applicazione ZOOM sul proprio PC.
Per le istruzioni consultare il manuale disponibile al seguente
link:https://www.ondaosservatorio.it/app/../ondauploads/2020/06/Webinar-guida-per-i-partecipanti.pdf

  • Una volta compilato il modulo verrà inviata una e-mail di conferma all’indirizzo di posta indicato nel modulo, con il link per partecipare all’evento.
  • Il giorno prima dell’evento verrà inviato un promemoria con il link per partecipare all’incontro.

Fonte: Onda Osservatorio

Coltivare la terra: la professione del futuro

La tendenza non è nuovissima, infatti, è da tanto che molti giovani decidono di dedicarsi alla terra. I dati ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) parlano chiaro, dal 2015 al 2019 c’è stato un incremento del 15% degli agricoltori under 35.

Un passato non molto recente ha visto milioni di persone provenienti dalle campagne, riversarsi nelle città, è lontano quel tempo? Cosa sta accadendo? Cosa non ha funzionato nel modello della società civile e industrializzata?

Come diventare agricoltori senza possedere un terreno?

Nel 2016 è nata la Banca nazionale delle terre agricole BTA, con legge del 28 luglio 2016, n. 154. Si tratta di una banca dati dei terreni in vendita disponibili, derivanti dalle operazioni dell’ISMEA.

L’ultima data utile per poter presentare domanda è stata il 31 maggio scorso. Infatti, ISMEA aveva messo all’asta 386 terreni in tutta Italia a condizioni speciali per gli under 41. Le domande, ovviamente hanno superato di gran lunga le aspettative, sono state ben 1709. Attualmente, in Italia ci sono oltre 56 mila aziende agricole condotte da giovani al di sotto dei 35 anni, e questo è un dato che la dice lunga su come stia cambiando la mentalità e lo stile di vita nelle nuove generazioni. Si è trattato di 10 mila ettari di terreno all’asta, divisi in lotti e inoltre sono stati resi disponibili mutui trentennali e finanziamenti agevolati per l’inizio dell’attività.

Sul sito dell’ISMEA è possibile reperire tutte le informazioni, le agevolazioni concesse ai giovani imprenditori agricoli. Sul sito vengono forniti strumenti fondamentali per analizzare i mercati dall’agroalimentare ai fiori, dai seminativi al vino, per poter scegliere il proprio settore di riferimento. Il sito offre spunti per l’accesso al credito, all’autoimprenditorialità, sulle start-up, sulle garanzie e sulle assicurazioni e così via.

Il ritorno ai terreni, oggi non si basa più sulle vecchie conoscenze, oggi, i giovani sono preparati, nella maggior parte dei casi laureati. I neo agricoltori hanno conoscenze economico-finanziarie, però c’è molto di più. L’amore per il Made in Italy e per i prodotti genuini ha radici molto più profonde. Nel periodo della quarantena sono nati molti orti su terrazze e balconi, le persone giovani e no si sono dedicate al giardinaggio o alla coltivazione di frutta e ortaggi biologici. Il modello industriale, stando a questi dati, sembra che stia tramontando, anche se sono ancora tante le multinazionali, che producono in serie, sfruttando le risorse e distruggendo il territorio incondizionatamente. Coltivare una piantina o un piccolo appezzamento di terreno è una risposta, anche se piccola allo sfruttamento scellerato di questi anni. Un ritorno ad un modello delle origini, può sembrare una sconfitta ma non lo è. Si tratta di un passo in avanti, di un’inversione di marcia importantissima, che serve a salvare il pianeta.

 

 

 

 

 

 

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