Greenpeace: Giornata mondiale delle città, presentata una struttura per studiare in sicurezza all’aperto

In occasione della Giornata mondiale delle Città, proclamata dalle Nazioni Unite per il 31 ottobre, in diverse città del mondo come Roma, Bogotà, Madrid e Città del Messico, Greenpeace insieme a movimenti urbani e comunità cittadine chiede una visione comune per la rigenerazione urbana che metta al centro le persone e l’ambiente.

A Roma, domani, insieme a movimenti urbani come Scomodo e comunità come Spin Time Labs e con il contributo di realtà del quartiere Esquilino come l’Associazione Genitori Di Donato e MaTeMù/CIES Greenpeace presenterà il progetto di una struttura modulare in legno che consentirà di fare attività didattica all’aria aperta e in sicurezza oltre a poter ospitare molteplici iniziative culturali.

La struttura, progettata dagli architetti Tommaso Marenaci e Roberto Fioretti legati al gruppo di Architetti G124 fondato da Renzo Piano, verrà realizzata in un’area verde del quartiere Esquilino.

Contemporaneamente nel parco di via Statilia e nei giardini di Viale Carlo Felice, attivisti e attiviste di Scomodo e Greenpeace installeranno due “box per i desideri di cittadinanza” realizzati in collaborazione con il ricercatore territorialista Filippo Tantillo. Attraverso la lettura di un QR code chi vuole potrà rispondere a un breve questionario per raccontare la propria visione di città sostenibile e a misura di persone. I risultati verranno messi a disposizione agli amministratori del Municipio I e delle associazioni di quartiere. I box, dopo un mese di permanenza nei parchi, verranno rimossi e  completamente riutilizzati per la realizzazione della struttura definitiva.

Oggi il 55 per cento della popolazione mondiale vive nelle aree urbane e si prevede che questo numero aumenterà fino a quasi il 70 per cento entro il 2050. Le città sono i centri dell’attività economica e sono responsabili di oltre i due terzi delle emissioni globali. Man mano che le città continuano a crescere, anche questi numeri cresceranno. Per Greenpeace questo significa che le città e i loro cittadini devono essere in prima linea negli sforzi per prevenire l’emergenza climatica e la crisi economica che il mondo sta vivendo.

“Negli ultimi mesi, la vita nelle nostre città è cambiata radicalmente a causa dell’impatto del COVID-19. Le fasi di lockdown e le restrizioni a cui abbiamo dovuto adattare la nostra vita ci hanno dato l’opportunità di riflettere sulle nostre città e sul loro futuro. Tuttavia, nella routine quotidiana è facile dimenticare ciò che abbiamo imparato. La Giornata Mondiale delle città è il momento per rendere le città più resistenti alle crisi future” dichiara Chiara Campione, responsabile progetto Hack Your City di Greenpeace. “Le amministrazioni locali dovrebbero ascoltare i cittadini e concentrarsi su politiche ambiziose per trasformare le città in luoghi migliori e sostenibili. Il futuro del nostro Pianeta e della nostra economia dipendono da come gestiamo lo sviluppo urbano e gli investimenti, servono trasporti pubblici migliori, più piste ciclabili, accesso al cibo prodotto localmente, più spazi verdi”.

fonte: Greenpeace

Smart working nei borghi: Borgo in Toscana disponibile come Smart working Village

Se si pensa alla Toscana, vengono in mente colline verdi, montagne, natura e cultura. Poi, passeggiate in bici, escursioni. Il Monte Amiata domina la Val D’Orcia, è un antico vulcano spento, qui è sempre tempo di vacanza, in inverno per le piste da sci, nelle altre stagioni, per le acque termali di Saturnia. Il borgo medievale Santa Fiora è accogliente e immerso nella natura. Famosa è la Sagra del fungo amiatino, che si svolge nel mese di ottobre.

Santa Fiora diventa Smart working Village

Santa Fiora si trova fra il Monte Amiata e le colline toscane, ed è uno dei borghi più belli d’Italia. Come sta accadendo a tanti borghi e posti incantevoli e dimenticati, anche il comune in provincia di Grosseto si trasforma in Smart village per i lavoratori agili, i quali grazie alla banda ultra larga e sconti sugli affitti, possono trasferirsi nel paesino facendo domanda entro il 31 dicembre prossimo. Ormai sono sempre di più i borghi smart working.

Questo territorio è ricco di parchi e riserve naturali popolate da cervi, daini, camosci, lupi e caprioli, sul monte Amiata esistono sei percorsi, che passano attraverso il bosco verso la vetta. All’interno di questi percorsi è possibile ammirare bellissimi paesaggi, là dove la vegetazione si apre.

Santa Fiora: i punti di interesse sono tanti, qui si trovano parchi, chiese e siti di grande interesse storico. Attraverso il percorso urbano è possibile avviare una visita virtuale di tutti i luoghi.

Smart working Village: A chi si rivolge?

Il bando si rivolge a chi non ama il caos delle città o è stanco delle metropoli piene di smog e traffico. Chiunque abbia voglia di immergersi nella natura della montagna. Possono fare richiesta professionisti, freelance, ma anche dipendenti pubblici e privati che vogliano lavorare, anche solo per un periodo in un incantevole borgo. L’obiettivo principale del sindaco Federico Balocchi è quello di attrarre le persone ma anche le famiglie, con la speranza che si stabiliscano in modo permanente a Santa Flora, ripopolando di vita il borgo.

Smart working nei borghi: Gli incentivi per l’affitto

Il bando prevede la copertura del 50% delle spese di affitto, fino a 200 euro al mese per sei mesi prorogabili. Lo Smart working in questo periodo si è diffuso a macchia d’olio, e molti hanno deciso di lavorare da altri luoghi, anche dalla casa al mare o in montagna, per chi ne ha la possibilità. Questa nuova forma di lavoro ha i suoi pro e i suoi contro, indubbiamente permette al lavoratore di organizzare meglio il lavoro e ottimizzare il tempo. Buona parte del tempo prima era impiegato per recarsi al lavoro, nelle auto o autobus e metropolitana. Lo Smart working ha la pretesa di rendere le persone più felici e appagate. Le ultime limitazioni fanno pensare che lo Smart working si consoliderà maggiormente. Certo, non deve essere limitante, nel senso che non bisogna chiudersi dentro ad una stanza o in una casa piccola e lavorare solo, escludendo il resto del mondo. Ecco perché diventa importante una casa grande, con terrazzi, balconi o giardini e il vantaggio di trasferirsi anche se per poco in borghi immersi nella natura o vicino al mare, che ad ogni modo hanno un enorme potenziale di sviluppo, soprattutto dal punto di vista della socialità. Nei piccoli borghi, la vita è più gestibile, rispetto alle grandi metropoli, più concentrata e meno caotica. Questo particolare può diventare un punto di forza nell’arginare e combattere la diffusione del Covid.

Ecco dove scaricare il bando Santa Fiora Smart working Village

Accordo parziale Ue sulle emissioni zero entro il 2050

Ancora una volta sul tema clima l’intesa europea è difficile, si procede piano fra scetticismo e mezze misure

La proposta avanzata dalla Commissione europea di vincolare giuridicamente l’obiettivo di neutralità climatica entro il 2050 ha raccolto un consenso parziale. Il Consiglio dei ministri dell’ambiente dell’Unione Europea ha fissato l’obiettivo emissioni zero entro il 2050. Svezia, Lussemburgo, Danimarca, Spagna e Austria hanno chiesto obbligo di emissioni zero non solo per l’Ue ma per ogni Paese singolo, alzando l’asticella, mentre la Bulgaria si è astenuta.

Le decisioni sull’adeguamento al nuovo obiettivo climatico intermedio al 2030 saranno comunque lasciate ai leader Ue. La proposta dell’Unione Europea è quella di ridurre le emissioni di almeno il 55% , con un aumento del 15% rispetto alla percentuale prevista ad oggi del 40%. L’accordo si concluderà nel vertice previsto a novembre prossimo.

I ministri di Danimarca e Svezia vorrebbero fissare l’obiettivo al 2030 al 65%, mentre la Finlandia al 60%. Il Consiglio non prevede di cominciare i negoziati con Europarlamento e Commissione europea. Pascal Canfin, presidente della Commissione ambiente dell’Eurocamera vorrebbe trovare un compromesso inter-istituzionale entro il 12 dicembre 2020, per non vanificare tutti gli sforzi fatti.

Purtroppo senza un accordo di tutti i leader europei il processo che dovrebbe portare alle emissioni zero si bloccherebbe. L’accordo di Parigi firmato nel dicembre 2015 resta il primo accordo universale, che vincola i paesi sui cambiamenti climatici.  

Ancora oggi, nonostante gli appelli di numerosi scienziati, ancora non si riesce a invertire in modo drastico e deciso la rotta. Da più parti arrivano moniti e i cambiamenti climatici ci insegnano che non c’è più tempo da perdere. Tanti comuni cittadini dimostrano da diversi anni di avere più buon senso di molti leader politici. Oggi, per i propri consumi si scelgono industrie green, che rispettano l’ambiente, si fa ricorso a bici o alla sharing mobility, tanti giovani si trasferiscono in campagna e diventano imprenditori agricoli, abbandonando le città. Eppure, chi governa sembra non aver ancora compreso la gravità della situazione. Essere a capo di un paese è una grandissima responsabilità, e spesso molte scelte possono influire negativamente sulle generazioni future e sull’ambiente.

Un esempio lampante di irresponsabilità è la politica del presidente americano Trump, il quale uscito dall’accordo di Parigi sull’ambiente, da cinque anni conduce una politica cieca davanti a inquinamento e cambiamenti climatici, e tutto ciò si ripercuote sul resto del mondo.

Capire come funziona la “sovradispersione” è la chiave per controllare il Covid

In tanti si stanno domandando come abbia fatto la Cina a contenere il virus, infatti le notizie che filtrano (con il regime cinese bisogna sempre andarci con i piedi di piombo, visti i precedenti), sembra che i ristoranti siano affollati, come le strade e i centri commerciali e vada tutto bene. Le teorie sono diverse: fanno milioni di tamponi in brevissimo tempo, tracciano e spengono i focolai, là è un altro pianeta, stanno avanti.

Come funziona la sovradispersione, è l’interessante opinione di Kyra Grantz e Justin Lessler su TheGuardian

Solo il 10% delle persone è responsabile dell’80% della trasmissione e questo deve influenzare il modo in cui affrontiamo questo virus

A febbraio, quando il Covid-19 stava appena iniziando a diffondersi in tutto il mondo, un singolo individuo infetto ha esposto fino a 1100 persone a Daegu, in Corea del Sud, probabilmente infettandone centinaia. Questo “evento di super diffusione” ha innescato un gruppo di trasmissioni che alla fine è cresciuto fino a superare i 5.000 casi in un paese riconosciuto come uno dei più efficaci per i programmi di controllo del Covid-19 fino ad oggi.

R è solo una media, e questa media maschera un fenomeno interessante che è stato il oggetto di crescente interesse pubblico nelle ultime settimane, noto nei circoli scientifici come “overdispersion”. Ma cos’è esattamente?

In poche parole, la sovradispersione significa che una minoranza di individui infetti è responsabile di una percentuale inaspettatamente alta di trasmissione. La sovradispersione è spesso segnalata come percentuale di individui infetti che causano l’80% della trasmissione.

Covid: Infezione primaria e infezione secondaria

Per il Covid-19 questo valore può essere del 10% oppure inferiore. Quindi, mentre in media un gruppo di 10 individui infetti potrebbe causare 25 infezioni secondarie, solo uno di quelli originariamente infetti potrebbe infettare 20 persone, mentre i restanti nove si combinano per infettare solo cinque.

Anche i fattori biologici e ambientali sono importanti per la sovradispersione.La maggior parte delle persone infettate da Sars-CoV-2 inizierà a trasmettere il virus prima di sentirsi male. Per alcuni questo periodo asintomatico può durare giorni, mentre l’individuo infetto continua le sue normali attività, diffondendo inconsapevolmente la malattia. Anche alcune attività, come canti o urla e spazi interni poco ventilati, possono facilitare la trasmissione.

La sovradispersione è stata importante per aiutare a comprendere alcuni aspetti sconcertanti dell’inizio della pandemia. All’inizio di febbraio, molti paesi avevano registrato più casi di Covid-19 confermati ma non avevano prove di una sostanziale diffusione nella comunità. Ciò sembrava in contrasto con le prove della trasmissibilità di Sars-CoV-2 da Wuhan, in Cina. Questa apparente discrepanza potrebbe, tuttavia, essere spiegata da un’eccessiva dispersione: la maggior parte dei paesi è stata finora risparmiata dal tipo di eventi ad alta trasmissione che possono far scattare un’epidemia. Ad esempio, in Nuova Zelanda, fino all’80% delle persone infette che sono entrate nel paese si sono trasmesse solo a un’altra persona o a nessuno. In questo modo, l’eccessiva dispersione può rallentare la diffusione del virus in nuove posizioni, poiché la maggior parte delle introduzioni non riesce a innescare un’epidemia.

L’altro aspetto di queste introduzioni fallite, tuttavia, è che quando la trasmissione decolla, può farlo in modo esplosivo.

Controllare questo tipo di crescita esplosiva può essere scoraggiante; ma l’eccessiva dispersione può funzionare a nostro favore se riusciamo a identificare e indirizzare le aree ad alto rischio di superdiffusione. Un modo per farlo sono le indagini a grappolo, o “tracciamento del contatto a ritroso”, che sono state una caratteristica chiave della risposta finora riuscita in Giappone. 

Questa strategia si basa sul fatto che è più probabile che identifichiamo prima una delle tante persone infette in un evento di diffusione eccessiva rispetto all’individuo che ha provocato l’evento. Tracciare le catene di trasmissione fino alla loro fonte consente agli investigatori di identificare e intervenire su persone e ambienti responsabili di una quantità sproporzionata di trasmissione.

Nella misura in cui luoghi come il Giappone hanno mirato con successo alle fonti di alta trasmissione, l’eccessiva dispersione ha garantito loro efficienza e concentrazione nei loro sforzi di controllo. Indagini a grappolo, test estesi e programmi di tracciamento e restrizioni sui luoghi e sulle attività più favorevoli alla superdiffusione possono essere particolarmente efficaci per controllare la trasmissione con alti livelli di sovradispersione.

Eppure l’esperienza della Corea del Sud ci mostra quanto velocemente un’epidemia apparentemente controllata può riaccendersi con pochi incidenti sfortunati. Mentre affrontiamo nuove fasi della pandemia di Covid-19 nei prossimi mesi e anni, la sovradispersione può aiutarci a capire meglio perché la malattia si comporta in quel modo e ad acuire i nostri sforzi per il controllo.

Terza economia, traino fondamentale per la ripresa economica

La logica dei profitti ha fallito, l’economia dei capitali fa acqua da tutte le parti, eppure c’è ancora chi la persegue: multinazionali, industrie farmaceutiche, aziende che licenziano e trasferiscono la produzione dove la manodopera costa meno, infischiandosene del capitale umano, che resta senza lavoro. Di esempi ce ne sono a centinaia, ma la storia c’insegna che i cambiamenti passano attraverso l’economia e la lotta dal basso, da gruppi di persone che si uniscono per cambiare le cose. Nel mondo imprenditoriale da molti anni ormai è in atto un mutamento di pelle, molte imprese, anche multinazionali si muovono verso il green e la produzione ecosostenibile, questo per il benessere dei cittadini, per salvaguardare l’ambiente e le risorse. Molti cittadini, dall’altro lato hanno imparato a boicottare le multinazionali, che non seguono standard qualitativi, che non rispettano l’ambiente e i lavoratori, hanno imparato a leggere le etichette di prodotti, sono diventati consumatori consapevoli.

Il sistema economico attuale crea diseguaglianze, c’è bisogno di più un’economia sociale.

Ha parlato di terza economia in alcune trasmissioni e sulle pagine di Avvenire, Steni Di Piazza, Sottosegretario di Stato al Lavoro e alle Politiche sociali.

L’Italia, specialmente negli ultimi vent’anni, ha il merito di aver introdotto nel dibattito politico ed economico nuovi approcci e nuove visioni. Si parla di bene comune e di centralità della persona come elementi essenziali e imprescindibili. Una naturale prosecuzione di un pensiero che ebbe in Olivetti il miglior esponente. Un uomo che appare oggi di assoluta modernità, richiamato ogni volta che il dibattito mette a fondamenta il welfare aziendale e la responsabilità sociale di impresa. Siamo, di fatto, nel cammino verso una Terza Economia che, generata dalla necessità di garantire i diritti di ciascuna persona, si lancia adesso in sfide richiamate da tutti i territori della Terra – Ha detto il Sottosegretario.

La terza economia rappresenta la terza colonna, la prima è quella tradizionale dei capitali, mentre la seconda è l’economia dello Stato. Oggi, c’è bisogno di un modello che porti a una crescita di valore umano e sociale, oltre che economico. Il cammino è lungo, anche se è iniziato con l’economia circolare, la green economy, la sharing mobility, la produzione che rispetta l’ambiente, le associazioni e le imprese che producono valore nel sociale, tenendo conto del benessere dei cittadini.

Il paradosso dell’economia italiana

L’Italia è il paese del paradosso, è la terza maggior economia dell’Unione europea. È la seconda manifatturiera del Continente, è uno dei più grandi esportatori al mondo, con un avanzo commerciale cresciuto da 31 miliardi del 2010 a 89 miliardi del 2018, ha una ricchezza privata enorme, ma gli alti tassi d’interesse assorbono la grande quantità di  denaro pubblico, che potrebbe essere speso a vantaggio di imprese e famiglie.

Oggi l’economia etica è più conveniente rispetto a prima. Tante multinazionali che in passato hanno distrutto l’ambiente, oggi cambiano rotta e questo fa molto riflettere. Infatti, c’è da chiedersi se sia un cambiamento sincero oppure una strategia di marketing, visto che sempre più persone sono attente all’ecosostenibilità. Di esempi ce ne sono tanti, alcuni talmente paradossali, che viene quasi da sorridere, come ad esempio, multinazionali che producono petrolio, come Eni, che ha fatto danni ambientali devastanti sia in Italia sia nel resto del mondo, dove ha anche subito denunce. Oggi, segue un percorso green e in alcuni territori devastati dalle scorie e rifiuti tossici che ha prodotto, si propone addirittura di bonificare.  

Il sottosegretario Di Piazza ha dichiarato di aver siglato il patto della terza economia; si tratta dell’iniziativa di un gruppo di imprenditori virtuosi e associazioni che si sono riuniti, per chiedere alla politica interventi più incisivi per quella parte dell’economia di cui si parla poco. Lo Stato dovrebbe intervenire con una serie di norme, concedendo beni confiscati alla camorra per fare impresa sociale, e creare condizioni più favorevoli affinché chi lavora per il benessere della collettività, e non solo per il profitto sia premiato.

Per questi imprenditori illuminati si fa molto poco, alcune imprese che operano nella terza economia sono addirittura multinazionali con fatturati di milioni di euro. La terza economia sa essere il traino principale in tempo di crisi, sa dialogare con il mercato dei capitali e con lo Stato; nei mesi della pandemia si sono viste associazioni e imprese che hanno lottato per i più deboli, anche senza aiuti dall’alto.

Il Sottosegretario Stenio Di Piazza continua –

L’Agenda 2030 rappresenta un manifesto e una guida per un’economia etica e sostenibile. L’Italia può diventare assoluta protagonista di questa trasformazione, avendo manifestato nella sua storia la vocazione di porre al centro persone e comunità, oltre le logiche spietate della ricchezza per pochi. Contrastare le derive ingiuste del capitalismo non dovrà significare la negazione del valore della cultura imprenditoriale. Più che di modelli inscatolati nelle norme del diritto si dovrà legiferare dando respiro all’avvio di processi. L’art. 41 della Carta costituzionale definisce l’iniziativa economica come uno strumento necessario alla realizzazione del bene comune, senza ledere quelli che sono i valori fondamentali della persona.

La Terza Economia intende l’impresa come parte integrante della società, non come un’entità avulsa. In cui i bisogni dei cittadini e delle comunità pesano quanto le richieste degli azionisti. In cui l’imprenditore indirizza la mission (priva da pensieri di mera filantropia), non soltanto verso il raggiungimento degli obiettivi di profitto, ma al welfare di comunità.

Creare valore aggiunto e valore immobiliare

Stiamo vivendo in un’epoca che difficilmente sarà dimenticata, e questo vale anche per il settore immobiliare. La pandemia ha fatto tremare tutto, in particolar modo l’economia, causando il crollo di molti mercati, e ha creato un’instabilità generalizzata. Il mercato immobiliare non è rimasto fuori da questa crisi.

Per il bene del Paese bisognerà lavorare proprio sull’economia, e in particolare creare valore immobiliare può generare un grande impatto positivo sia dal punto di vista economico che sociale. In un periodo di crisi, vi sono tante opportunità per aggiungere valore al proprio patrimonio sia a quello finanziario sia immobiliare.

Come creare valore aggiunto in tempo di crisi

La sfida per manager e imprenditori è ambiziosa, ma la storia ci insegna come la tenacia e la competenza ripaghino ogni sforzo fatto, anche quando tutto sembra disperdersi.

Ogni azione finalizzata a creare un impatto positivo nel settore economico, in quello sociale e nella brand awareness (grado di conoscenza di un marchio da parte dei consumatori; indica inoltre la capacità di ricordarlo e collegarlo ai suoi prodotti o servizi.) è un ottimo motivo per valorizzare l’intero comparto real estate.

Tutti i progetti in ambito retail, residenziale e logistico sono destinati a essere utilizzati dall’uomo che deve essere posto al centro di questa sfida.

Un’idea per accrescere il valore immobiliare potrebbe riguardare ad esempio l’installazione di strumenti domotici nelle abitazioni (creando valore dal punto di vista sociale per una questione di risparmio di tempo). Oppure l’installazione di pannelli fotovoltaici e solari per una creazione di valore a livello economico (per il risparmio del consumo di energia), sociale e ambientale (perché si tratta di un prodotto eco-sostenibile). Molti imprenditori o semplici proprietari di casa, stanno approfittando proprio adesso del bonus ristrutturazione 110% messo in campo dal governo, per modernizzare le proprie abitazioni e aggiungere valore agli immobili. Un’occasione da non perdere.

Ci sono tantissimi altri modi per creare valore immobiliare ed è utile rivolgersi soprattutto alla qualità di vita che un bene immobiliare è in grado di offrire. Non dimentichiamo che con la pandemia sono cambiate le esigenze legate al modo di vivere le abitazioni. Si cercano, infatti, immobili con più spazi da destinare al lavoro e allo studio, case più accoglienti e con buone classi di efficienza energetica.

Il valore si crea in ogni tipologia di mercato e non solo in quello immobiliare ed è importante che la sua creazione non si basi solo sull’incremento del capitale (e quindi solo sull’aspetto economico), ma che costituisca un valore che cresca nel tempo.

Andamento del mercato immobiliare

Il mercato immobiliare è un settore molto delicato, che subisce l’influenza di diversi fattori. A settembre 2020 gli immobili residenziali avevano registrato un aumento dello 0,32. L’impatto della pandemia sul settore immobiliare è ancora in fase di valutazione da parte degli esperti. Le tendenze verso il green, gli spostamenti, lo smart living e la sostenibilità influenzeranno non poco il mercato immobiliare.

Il valore dell’immobile deve soprattutto essere in grado di fornire un servizio che offre dei vantaggi all’utilizzatore e più in generale alla comunità. L’economia e il sociale sono due settori che sotto questo punto di vista devono andare avanti in egual modo, che oggi si integrano e si compensano. L’economia del capitale e del profitto sta cedendo il passo a un’economia alternativa, dove al centro si pone il cittadino, con le sue problematiche e le sue esigenze.

Per capire come creare valore immobiliare, immaginiamo un progetto dove l’uomo è l’attore principale e tutto deve essere realizzato a sua misura per migliorarne la qualità di vita: la realizzazione degli immobili residenziali, commerciali, logistici e alberghieri dovrà mirare alla creazione di comfort e all’abbattimento di qualsiasi tipo di barriera e ostacolo.

Gli strumenti domotici permettono a un immobile di diventare Smart. Grazie agli elettrodomestici connessi, alle tv e luci da impostare in remoto, ad allarmi intelligenti ecc. il valore immobiliare va a coincidere con il valore sociale. In una Smart casa i tempi dei lavori domestici sono programmati e semplificati, con risparmio di energia e tempi.

Trasformare un immobile in una Smart casa non è l’unico modo per creare valore immobiliare, dal punto di vista economico, invece, sarà utile rimettere in sesto unità e edifici abbandonati. Ristrutturando vecchi immobili e destinandoli a un uso collettivo o per servizi utili ai cittadini, si potrà accrescere il valore di una città.  

Nel real estate aumentando il valore economico automaticamente aumenta anche il valore sociale: da qui si capisce che i due settori sono due rette parallele che avanzano in contemporanea.

Per concludere ripetiamo come sia importante fornire servizi e riqualificare aree abbandonate per creare valore immobiliare, quest’ultimo è la ricchezza economica e sociale che migliora la qualità di vita delle persone.

a cura di Domenico Amicuzi Professionista Immobiliare

L’inquinamento costa: 5 città italiane nelle prime 10 dell’UE

Uno studio ha dimostrato come l’inquinamento atmosferico influisca anche sulla salute e sulla spesa sanitaria. Cinque sono le città italiane con il più alto tasso di inquinamento atmosferico.

Milano, Padova, Venezia, Brescia e Torino, dominano la top ten Ue delle città dove l’inquinamento atmosferico ha il costo pro capite più alto. I dati emergono dal rapporto dell’Alleanza europea per la salute pubblica (Epha), che calcola il valore in soldi di morte prematura, cure mediche, giornate lavorative perse e altre spese sanitarie causati dai tre fattori inquinanti atmosferici più pericolosi: particolato, ozono e biossido di azoto. Mai come in questo periodo la sanità è sotto pressione. Per molti aspetti la tecnologia arriva in nostro soccorso con la telemedicina e la medicina digitale, con le visite on line e gli esami prenotati on line. La spesa per la sanità potrebbe davvero essere ridotta di molto, ricorrendo al digitale e salvaguardando la qualità dell’aria che respiriamo; adottando di conseguenza stili di vita più salutari. Malattie e inquinamento sono strettamente legati, lo ripetono da anni gli esperti.

In Italia l’inquinamento costa circa 1.535 euro a testa al’anno. Secondo uno studio dell’Ong, che ha preso in esame 432 città nel 2018, i milanesi sono primi (secondi in Europa soltanto agli abitanti di Bucarest), a cui l’impatto dello smog costa oltre 2.800 euro all’anno, seguono i padovani (terzi in classifica) con 2.500 euro, i veneziani (sesti), i bresciani (settimi) e i torinesi (noni) a circa 2.100.

In questo scenario sono fondamentali scelte politiche volte a ridurre le emissioni e a salvaguardare l’ambiente. L’Epha chiede politiche di governo che spingano per l’utilizzo di mezzi di trasporto sostenibili, come monopattini e bici. Per questo, sarà fondamentale approfittare dei fondi Ue che arriveranno per fronteggiare la crisi legata al Covid. Si parla tanto di Mes e Recovery Fund, in ogni caso si tratta di tantissimo denaro, che rappresenta una grande occasione per cambiare radicalmente le nostre vite, ad iniziare dall’ambiente, dove sono fondamentali scelte, non più prorogabili. 

Questo è il momento di dare una svolta ecologica alle città, le quali devono avere più spazi verdi, per questo i comuni dovrebbero mettere a punto programmi per piantare alberi, costruire nuove piste ciclabili e ridurre l’emissione di gas e l’utilizzo di auto. E’ uno sforzo necessario e che vede come attori principali tutti: governo, comuni, cittadini, esercenti. Con la pandemia molte cose sono state fatte, purtroppo poco per i trasporti, i quali devono essere potenziati:più corse per treni, metro, ricorso allo sharing mobility e così via. Le risorse ci sono, come anche le idee e la tecnologia che trova sempre nuove strade.

Numerosi studi hanno ampiamente dimostrato che i cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico contribuiscono alla diffusione di nuovi virus. Per questo motivo e per tanti altri ci si sta adoperando, in più parti del mondo affinché il Green entri ad essere parte integrante del tessuto sociale. Green economy, energia rinnovabile, blue economy sono alcune delle buone pratiche che nei prossimi anni bisognerà accellerare, per il bene del pianeta.

In risposta al Coronavirus puoi fare qualcosa

Per Noam Chomsky, intellettuale e coscienza critica degli Stati uniti, gli effetti del Coronavirus sono amplificati dall’avidità del business e dalla ferocia di politici come Trump e i suoi amici (tra i quali cita Salvini). L’unica speranza viene dai movimenti dal basso

Noam Chomsky è uno dei principali intellettuali di rottura. Con i suoi libri ha contribuito a spiegare come le multinazionali e i miliardari abbiano portato a guerre e cambiamenti climatici catastrofici. È molto interessante seguire il suo ragionamento su come oggi i poteri forti e le grandi aziende stiano amplificando gli effetti della pandemia di Coronavirus per arricchirsi nuovamente sulla pelle dei più deboli.

Da un’intervista apparsa su jacobinmag a cura di Chris Brooks, il professore espone in modo chiaro le sue idee riguardo alla Pandemia che stiamo affrontando.

Innanzitutto, dovremmo sapere che se non arriviamo alle radici di questa pandemia, essa si ripresenterà, probabilmente in forma peggiore, semplicemente a causa delle manipolazioni del sistema capitalista che sta cercando di creare circostanze peggiori a proprio vantaggio – afferma il Professore.

Durante il suo mandato, Trump ha ridotto i finanziamenti a tutto ciò che non giovava alla ricchezza dei privati e ai poteri forti. Ha smantellato ogni sorta di iniziativa a favore dell’ambiente. C’erano anche aumenti compensativi nel bilancio, più sussidi all’industria dei combustibili fossili. Quindi, non solo uccidiamo quante più persone possibile ora, ma proviamo a distruggere tutta la società.

Dopo l’epidemia di SARS nel 2003 – anch’essa un coronavirus –  gli scienziati avevano compreso che sarebbero arrivate altre recidive, probabilmente più gravi. Comprenderlo non è stato sufficiente.  La ragione? Le industrie farmaceutiche seguono la logica capitalista: fai quello che ti farà guadagnare domani. Questa logica non si preoccupa del fatto che fra qualche anno tutto crollerà, perché non è un vero problema, l’unico obiettivo è il guadagno.

Riepilogando: Gli scienziati sapevano cosa fare, c’erano molte informazioni in circolazione, le compagnie farmaceutiche, in vista di profitti non hanno mosso un dito. Si poteva fare moltissimo, e non farsi trovare impreparati dal Covid-19. Nessuno ha fatto nulla.

La poliomelite, ad esempio, è stata sradicata attraverso un programma avviato e finanziato dal governo americano. Quando Jonas Salk ha scoperto il vaccino, ha insistito sul fatto che non ci fossero brevetti. Ha detto: “Deve essere pubblico, proprio come il sole”. Questo tipo di politica è finita di colpo con Ronald Reagan.

Quindi, tornando al 2003, il governo non è intervenuto. In realtà, lo ha fatto in minima parte, infatti, Obama, dopo la crisi Ebola, ha riconosciuto che  bisognava fare qualcosa e  ha agito in parte. Ha cercato di contrattare per i ventilatori di buona qualità a basso costo. La società incaricata è stata rapidamente acquistata da una società più grande che ha messo da parte il progetto –  poi si è rivolta al governo, annullando il contratto perché non abbastanza redditizio. Questo si chiama Capitalismo selvaggio. Gli ospedali negli Stati Uniti devono essere gestiti secondo un modello di business.

Sotto certi aspetti è quanto sta succedendo anche in Italia. Prima della Pandemia, già in molte regioni la politica spingeva verso la sanità privata. Oggi, c’è una ragione in più. A causa del Covid-19, molte cure sono sospese, etichettandole come non urgenti. Questo vale anche per visite e terapie. Molti ritardi e il cattivo funzionamento degli uffici, dei Cup, delle Asl ad oggi, non trovano giustificazione. La sanità pubblica in Italia è un’eccellenza, nella maggior parte dei casi. A parte i ritardi e alcuni casi di malasanità è aperta a tutti indistintamente, e questo, a differenza di altri paesi, è grande indice di civiltà e democrazia. Civiltà che si sta tentando di sradicare, sempre a favore di poteri forti e profitti a tutti i costi.

Altre cose surreali vanno segnalate – continua il Professor Chomsky . USAID è un programma che rivela i virus negli animali selvatici, che entrano in contatto con gli esseri umani a causa della distruzione degli habitat naturali e del riscaldamento globale. Questo programma stava identificando migliaia di potenziali virus patogeni, attivi anche in Cina. Trump l’ha sciolto a ottobre, con un tempismo mai visto.

I ricchi non pensano a costruire un futuro. Da segnalare ulteriori sussidi ai combustibili fossili, la distruzione dei regolamenti EPA, che potrebbero salvare le persone, ma non i profitti. Tutto questo sta succedendo proprio davanti ai nostri occhi. La domanda è: Ci saranno forze che sapranno opporsi a tutto questo?

Il capitalismo scellerato tenta di smantellare qualsiasi elemento di democrazia esista. Salvini in Italia è uno dei peggiori gangster in circolazione. Bolsonaro, in Brasile gareggia con Trump per vedere chi può essere il peggior criminale del mondo.

Il Professore risponde a una domanda sull’economia e sul lavoro, sugli scioperi che i lavoratori stanno organizzando in risposta al Coronavirus.

Ogni anno a gennaio, i “maestri dell’universo” si riuniscono a Davos, in Svizzera, per sciare, parlare di quanto sono meravigliosi, e chi più ne ha più ne metta. L’incontro di gennaio scorso o molto interessante. Arrivano i contadini con i forconi e sono preoccupati. Il tema dell’incontro, è: “Sì, abbiamo fatto cose brutte in passato.Ora lo capiamo. Stiamo ora aprendo una nuova era nel capitalismo, una nuova era in cui non ci preoccupiamo solo degli azionisti, ma dei lavoratori e della popolazione e siamo così bravi, così umani, che puoi fidarti di noi.

Il gigante e la bambina: Trump e Greta Thumberg

All’incontro c’erano due oratori principali: Trump, che ha tenuto il discorso di apertura e Greta Thunberg, l’altro discorso. Il contrasto è stato fantastico. Il primo discorso è di questo buffone delirante, che urla di quanto sia avido, e non possiamo nemmeno contare il numero delle bugie che racconta. Il secondo discorso è di una ragazza di diciassette anni che dà tranquillamente una descrizione precisa di ciò che sta accadendo nel mondo e guarda i potenti in faccia e dice: “State distruggendo le nostre vite”. E, naturalmente, tutti applaudono educatamente. Bella bambina. Torna a scuola.

Trump viene applaudito, perché anche se è volgare, sa quali tasche riempire e come. Intanto il presidente del Brasile dice che il Covid non esiste. Nei peggiori bassifondi come le  favelas  di Rio, lavarsi le mani ogni due ore è un po ‘difficile quando non si ha l’acqua, o distanziarsi quando si è in dieci in una stanza. Ma c’è un gruppo che ha cercato di imporre alcuni standard ragionevoli nel miglior modo possibile in queste condizioni orribili. Chi? Le bande criminali che hanno terrorizzato le  favelas . Sono così potenti che la polizia ha paura di entrare. Si sono organizzati per cercare di affrontare la crisi sanitaria.

Un ottimo storico del lavoro, Erik Loomis, dice che i momenti di cambiamento positivo sono stati quasi sempre guidati da un movimento operaio attivo e le uniche volte in cui si è usciti da una crisi è quando c’è stata un’amministrazione relativamente comprensiva, o almeno tollerante.

Si trova tanta umanità soprattutto là dove meno te lo aspetti. L’aiuto non arriva dalle multinazionali, non dai ricchi, e certamente non dai governi malati e incapaci, ma dal basso, dai movimenti, da chi si organizza e protesta.

La speranza è l’azione popolare. Cosa possiamo fare contro Coronavirus? Puoi fare qualcosa

Comprendere alcune dinamiche, forse significa già fare qualcosa

Difendersi dal Covid lavorando su sistema immunitario e microbiota intestinale

Le difese immunitarie risiedono nell’intestino e nel microbiota; i batteri buoni contribuiscono alla salute di tutto l’organismo e ci difendono dal Covid, da batteri e virus.

Fin dall’inizio della Pandemia da Covid, i più attenti, pur non essendo scienziati, avranno avuto un’ intuizione: il punto fondamentale è la risposta al virus, ossia come risponde il sistema immunitario al Covid-19, a virus e batteri in generale. Ovviamente, questa risposta varia da persona a persona, perché il sistema immunitario non funziona per tutti allo stesso modo. In un articolo apparso su IlMessaggero già a gennaio 2020, quindi a inizio pandemia, si leggeva che: Tutte le infezioni, comprese quelle da virus respiratori dipendono in qualche modo da un microbiota ben strutturato. Nel senso che il nostro microbiota intestinale originario ci protegge da altre infezioni, producendo sostanze ad attività batterica e antivirale.

Il microbiota ha un enorme ruolo nell’educazione e nel controllo dell’efficacia del sistema immunitario». Antonio Gasbarrini, professore di Gastroenterologia dell’università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Unità operativa complessa di Medicina interna e Gastroenterologia della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma accende i riflettori su quello che è stato battezzato «l’organo invisibile», al centro ormai da anni di un numero crescente di studi.

Cos’è il Macrobiota intestinale e come funziona

Il microbiota intestinale è uno degli elementi fondamentali di tutto l’ecosistema intestinale, composto a sua volta da altre componenti: la barriera intestinale, che è il filtro selettivo, molto importante per il benessere dell’intero organismo, una struttura di tipo neuroendocrino oggi chiamata comunemente “secondo cervello” e, infine, il microbiota intestinale, costituito da batterilievitiparassiti e virus. L’Eubiosi  è la condizione ideale per l’equilibrio di questi esseri viventi.  Tale equilibrio è fondamentale, perché permette alle componenti del microbiota intestinale di funzionare e  di essere sincronizzate sia tra loro, sia con gli altri componenti dell’ecosistema intestinale. In questo modo il microbiota svolge le sue funzioni essenziali per l’ospite: di tipo metabolico, ossia, sintesi di sostanze utili all’organismo, di tipo enzimatico, di protezione e stimolo verso il sistema immunitario e di eliminazione di sostanze tossiche.

La causa principale dello squilibrio del microbiota è l’assunzione assidua di farmaci. L’alterazione delle funzioni del microbiota comporta uno squilibrio delle giunzioni, che permettono il passaggio di allergeni, sostanze tossiche, microbi nell’apparato circolatorio.

Come è possibile rinforzare il sistema immunitario e il microbiota intestinale

Molti specialisti, e non solo Nutrizionisti o Gastroenterologi raccomandano di assumere, frequentemente fermenti lattici, perché rappresentano batteri buoni, e la loro assunzione garantisce un buon equilibrio della flora intestinale.

Inoltre, un’alimentazione sana fa bene al microbiota intestinale. Sono anni che i medici lo ripetono: La dieta deve essere ricca di frutta e verdura, cereali, legumi e proteine, con il giusto apporto di vitamine.

In generale per migliorare la salute della flora intestinale e di conseguenza del microbiota la dieta da seguire è la seguente:

  • Frutta e verdura, anche succhi e centrifugati;
  • Evitare zuccheri raffinati sotto ogni forma;
  • Banane, carciofi, aglio, cipolle, porri, kefir, sottaceti, crauti, asparagi, noci  sono tutti cibi prebiotici. L’assunzione di questi alimenti fa crescere batteri buoni;
  • Introdurre spezie nei cibi per aiutare la digestione: zenzero, curcuma, anice, finocchio;
  • Semi di zucca, semi di sesamo, di chia e canapa sono ricchi di fibre e ottimi per la crescita di batteri buoni; è possibile consumarne grandi quantità senza nessun problema per la forma fisica;

Conclusioni

Un intestino sano aiuta il sistema immunitario, per questo motivo dieta e stile di vita devono essere rivolti a potenziare il microbiota, il quale è la chiave del vero benessere. Il sistema immunitario ci difende da attacchi esterni come infezioni, batteri e virus, Covid compreso.

Allevamenti italiani insostenibili, lo rivela una ricerca Università Tuscia sul bilancio ecologico del settore

Abbiamo mai pensato cosa c’è dietro al consumo di carne?

Allevamenti italiani insostenibili, lo rivela uno studio del team di ricerca dll’Università Tuscia sul bilancio ecologico del settore. Greenpeace: La Pac ne tenga conto

Allevamenti intensivi e agricoltura stanno consumando una volta e mezza le risorse naturali dei terreni agricoli italiani. A rivelare per la prima volta questo deficit uno studio condotto da ricercatori dell’Università degli Studi della Tuscia che, insieme a Greenpeace Italia, si è interrogata sulla reale sostenibilità degli allevamenti italiani, misurandone il bilancio ecologico.

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«In Italia agricoltura e zootecnia sono nel loro insieme insostenibili e creano un deficit fra domanda e offerta di risorse naturali»spiega Silvio Franco, docente del dipartimento di Economia, Ingegneria, Società e Impresa dell’Università della Tuscia e autore dello studio. «L’impatto ambientale dell’insieme delle attività di coltivazione e di allevamento è pari a circa una volta e mezza le risorse naturali messe a disposizione dai terreni agricoli italiani.» In questo squilibrio gli allevamenti giocano un ruolo rilevante, considerando che da soli richiedono il 39 per cento delle risorse agricole italiane solo per compensare le emissioni di gas serra derivate da deiezioni e fermentazione enterica degli animali allevati.

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L’indicatore utilizzato è quello dell’impronta ecologica, che stima l’impatto di un dato settore in rapporto alla capacità del territorio (biocapacità) di fornire le risorse necessarie e assorbire i rifiuti o le emissioni prodotte. In questo caso su un lato della bilancia sono state messe le sole emissioni dirette degli animali allevati, sull’altro le risorse naturali che la superficie agricola italiana fornisce. Si tratta quindi di una stima conservativa, che non prende in considerazione altre fasi della filiera come l’importazione e la produzione di mangimi, o l’energia utilizzata.

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Più della metà dell’impronta ecologica del settore zootecnico dipende dalle regioni del Bacino Padano e quello della Lombardia contribuisce da solo per oltre un quarto all’impatto nazionale e sta divorando il 140% della biocapacità regionale. La Lombardia dovrebbe avere una superficie agricola di quasi una volta e mezzo quella attuale per compensare le sole emissioni degli animali allevati sul suo territorio. I dati lombardi evidenziano cosa accade quando si registra un’elevata densità di capi in un territorio con limitata bioproduttività, condizione simile alle altre regioni padane: Veneto (64%), Piemonte (56%), Emilia-Romagna (44%). A sud, prima per percentuale di impatto è la Campania (52%).

Il Parlamento europeo è chiamato nei prossimi giorni a esprimersi sulla PAC (Politica Agricola Comune), e desta forte preoccupazione l’accordo trasversale firmato da Popolari (PPE), Socialisti (S& D) e Renew, che rischia di cancellare gli obiettivi “green” della strategia.

«Il voto sulla futura PAC è un momento decisivo per tagliare i fondi agli allevamenti intensivi e destinare risorse per una vera riconversione ecologica del settore. I nostri europarlamentari devono dare ascolto alla scienza» dichiara Federica Ferrario responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. «Sul fronte Italiano è la stessa ministra Bellanova ad affermare che serve una visione della politica agricola che ponga al centro il contrasto all’emergenza climatica»  – continua Ferrario, riferendosi all’intervista rilasciata a Greenpeace dalla ministra – «I numeri mostrano che gli attuali livelli di produzione sono insostenibili per l’ambiente e poco remunerativi per tanti allevatori italiani, mentre gli esperti confermano che le soluzioni tecnologiche non bastano a ridurne gli impatti. È ora di considerare seriamente una riduzione della produzione e del consumo di prodotti di origine animale, a vantaggio della qualità, della salute e dell’ambiente».

Invertire la rotta si può con una maggiore attenzione a salute e alimentazione

Invertire la rotta si può. «Una maggiore attenzione a salute e alimentazione può comportare un vero e proprio cambiamento di sistema, che porti a produrre, ma anche, a consumare meno» spiega Riccardo De Lauretis, responsabile dell’area emissioni e prevenzione dell’inquinamento atmosferico dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), in accordo con Adrian Leip, dell’Unità Food Security del Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC) «Studi fatti finora mostrano come le tecnologie che abbiamo a disposizione nel settore allevamenti non saranno sufficienti per rispondere alle ambizioni di riduzione dell’effetto serra».

Fonte: Greenpeace Italia

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