L’inquinamento costa: 5 città italiane nelle prime 10 dell’UE

Uno studio ha dimostrato come l’inquinamento atmosferico influisca anche sulla salute e sulla spesa sanitaria. Cinque sono le città italiane con il più alto tasso di inquinamento atmosferico.

Milano, Padova, Venezia, Brescia e Torino, dominano la top ten Ue delle città dove l’inquinamento atmosferico ha il costo pro capite più alto. I dati emergono dal rapporto dell’Alleanza europea per la salute pubblica (Epha), che calcola il valore in soldi di morte prematura, cure mediche, giornate lavorative perse e altre spese sanitarie causati dai tre fattori inquinanti atmosferici più pericolosi: particolato, ozono e biossido di azoto. Mai come in questo periodo la sanità è sotto pressione. Per molti aspetti la tecnologia arriva in nostro soccorso con la telemedicina e la medicina digitale, con le visite on line e gli esami prenotati on line. La spesa per la sanità potrebbe davvero essere ridotta di molto, ricorrendo al digitale e salvaguardando la qualità dell’aria che respiriamo; adottando di conseguenza stili di vita più salutari. Malattie e inquinamento sono strettamente legati, lo ripetono da anni gli esperti.

In Italia l’inquinamento costa circa 1.535 euro a testa al’anno. Secondo uno studio dell’Ong, che ha preso in esame 432 città nel 2018, i milanesi sono primi (secondi in Europa soltanto agli abitanti di Bucarest), a cui l’impatto dello smog costa oltre 2.800 euro all’anno, seguono i padovani (terzi in classifica) con 2.500 euro, i veneziani (sesti), i bresciani (settimi) e i torinesi (noni) a circa 2.100.

In questo scenario sono fondamentali scelte politiche volte a ridurre le emissioni e a salvaguardare l’ambiente. L’Epha chiede politiche di governo che spingano per l’utilizzo di mezzi di trasporto sostenibili, come monopattini e bici. Per questo, sarà fondamentale approfittare dei fondi Ue che arriveranno per fronteggiare la crisi legata al Covid. Si parla tanto di Mes e Recovery Fund, in ogni caso si tratta di tantissimo denaro, che rappresenta una grande occasione per cambiare radicalmente le nostre vite, ad iniziare dall’ambiente, dove sono fondamentali scelte, non più prorogabili. 

Questo è il momento di dare una svolta ecologica alle città, le quali devono avere più spazi verdi, per questo i comuni dovrebbero mettere a punto programmi per piantare alberi, costruire nuove piste ciclabili e ridurre l’emissione di gas e l’utilizzo di auto. E’ uno sforzo necessario e che vede come attori principali tutti: governo, comuni, cittadini, esercenti. Con la pandemia molte cose sono state fatte, purtroppo poco per i trasporti, i quali devono essere potenziati:più corse per treni, metro, ricorso allo sharing mobility e così via. Le risorse ci sono, come anche le idee e la tecnologia che trova sempre nuove strade.

Numerosi studi hanno ampiamente dimostrato che i cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico contribuiscono alla diffusione di nuovi virus. Per questo motivo e per tanti altri ci si sta adoperando, in più parti del mondo affinché il Green entri ad essere parte integrante del tessuto sociale. Green economy, energia rinnovabile, blue economy sono alcune delle buone pratiche che nei prossimi anni bisognerà accellerare, per il bene del pianeta.

In risposta al Coronavirus puoi fare qualcosa

Per Noam Chomsky, intellettuale e coscienza critica degli Stati uniti, gli effetti del Coronavirus sono amplificati dall’avidità del business e dalla ferocia di politici come Trump e i suoi amici (tra i quali cita Salvini). L’unica speranza viene dai movimenti dal basso

Noam Chomsky è uno dei principali intellettuali di rottura. Con i suoi libri ha contribuito a spiegare come le multinazionali e i miliardari abbiano portato a guerre e cambiamenti climatici catastrofici. È molto interessante seguire il suo ragionamento su come oggi i poteri forti e le grandi aziende stiano amplificando gli effetti della pandemia di Coronavirus per arricchirsi nuovamente sulla pelle dei più deboli.

Da un’intervista apparsa su jacobinmag a cura di Chris Brooks, il professore espone in modo chiaro le sue idee riguardo alla Pandemia che stiamo affrontando.

Innanzitutto, dovremmo sapere che se non arriviamo alle radici di questa pandemia, essa si ripresenterà, probabilmente in forma peggiore, semplicemente a causa delle manipolazioni del sistema capitalista che sta cercando di creare circostanze peggiori a proprio vantaggio – afferma il Professore.

Durante il suo mandato, Trump ha ridotto i finanziamenti a tutto ciò che non giovava alla ricchezza dei privati e ai poteri forti. Ha smantellato ogni sorta di iniziativa a favore dell’ambiente. C’erano anche aumenti compensativi nel bilancio, più sussidi all’industria dei combustibili fossili. Quindi, non solo uccidiamo quante più persone possibile ora, ma proviamo a distruggere tutta la società.

Dopo l’epidemia di SARS nel 2003 – anch’essa un coronavirus –  gli scienziati avevano compreso che sarebbero arrivate altre recidive, probabilmente più gravi. Comprenderlo non è stato sufficiente.  La ragione? Le industrie farmaceutiche seguono la logica capitalista: fai quello che ti farà guadagnare domani. Questa logica non si preoccupa del fatto che fra qualche anno tutto crollerà, perché non è un vero problema, l’unico obiettivo è il guadagno.

Riepilogando: Gli scienziati sapevano cosa fare, c’erano molte informazioni in circolazione, le compagnie farmaceutiche, in vista di profitti non hanno mosso un dito. Si poteva fare moltissimo, e non farsi trovare impreparati dal Covid-19. Nessuno ha fatto nulla.

La poliomelite, ad esempio, è stata sradicata attraverso un programma avviato e finanziato dal governo americano. Quando Jonas Salk ha scoperto il vaccino, ha insistito sul fatto che non ci fossero brevetti. Ha detto: “Deve essere pubblico, proprio come il sole”. Questo tipo di politica è finita di colpo con Ronald Reagan.

Quindi, tornando al 2003, il governo non è intervenuto. In realtà, lo ha fatto in minima parte, infatti, Obama, dopo la crisi Ebola, ha riconosciuto che  bisognava fare qualcosa e  ha agito in parte. Ha cercato di contrattare per i ventilatori di buona qualità a basso costo. La società incaricata è stata rapidamente acquistata da una società più grande che ha messo da parte il progetto –  poi si è rivolta al governo, annullando il contratto perché non abbastanza redditizio. Questo si chiama Capitalismo selvaggio. Gli ospedali negli Stati Uniti devono essere gestiti secondo un modello di business.

Sotto certi aspetti è quanto sta succedendo anche in Italia. Prima della Pandemia, già in molte regioni la politica spingeva verso la sanità privata. Oggi, c’è una ragione in più. A causa del Covid-19, molte cure sono sospese, etichettandole come non urgenti. Questo vale anche per visite e terapie. Molti ritardi e il cattivo funzionamento degli uffici, dei Cup, delle Asl ad oggi, non trovano giustificazione. La sanità pubblica in Italia è un’eccellenza, nella maggior parte dei casi. A parte i ritardi e alcuni casi di malasanità è aperta a tutti indistintamente, e questo, a differenza di altri paesi, è grande indice di civiltà e democrazia. Civiltà che si sta tentando di sradicare, sempre a favore di poteri forti e profitti a tutti i costi.

Altre cose surreali vanno segnalate – continua il Professor Chomsky . USAID è un programma che rivela i virus negli animali selvatici, che entrano in contatto con gli esseri umani a causa della distruzione degli habitat naturali e del riscaldamento globale. Questo programma stava identificando migliaia di potenziali virus patogeni, attivi anche in Cina. Trump l’ha sciolto a ottobre, con un tempismo mai visto.

I ricchi non pensano a costruire un futuro. Da segnalare ulteriori sussidi ai combustibili fossili, la distruzione dei regolamenti EPA, che potrebbero salvare le persone, ma non i profitti. Tutto questo sta succedendo proprio davanti ai nostri occhi. La domanda è: Ci saranno forze che sapranno opporsi a tutto questo?

Il capitalismo scellerato tenta di smantellare qualsiasi elemento di democrazia esista. Salvini in Italia è uno dei peggiori gangster in circolazione. Bolsonaro, in Brasile gareggia con Trump per vedere chi può essere il peggior criminale del mondo.

Il Professore risponde a una domanda sull’economia e sul lavoro, sugli scioperi che i lavoratori stanno organizzando in risposta al Coronavirus.

Ogni anno a gennaio, i “maestri dell’universo” si riuniscono a Davos, in Svizzera, per sciare, parlare di quanto sono meravigliosi, e chi più ne ha più ne metta. L’incontro di gennaio scorso o molto interessante. Arrivano i contadini con i forconi e sono preoccupati. Il tema dell’incontro, è: “Sì, abbiamo fatto cose brutte in passato.Ora lo capiamo. Stiamo ora aprendo una nuova era nel capitalismo, una nuova era in cui non ci preoccupiamo solo degli azionisti, ma dei lavoratori e della popolazione e siamo così bravi, così umani, che puoi fidarti di noi.

Il gigante e la bambina: Trump e Greta Thumberg

All’incontro c’erano due oratori principali: Trump, che ha tenuto il discorso di apertura e Greta Thunberg, l’altro discorso. Il contrasto è stato fantastico. Il primo discorso è di questo buffone delirante, che urla di quanto sia avido, e non possiamo nemmeno contare il numero delle bugie che racconta. Il secondo discorso è di una ragazza di diciassette anni che dà tranquillamente una descrizione precisa di ciò che sta accadendo nel mondo e guarda i potenti in faccia e dice: “State distruggendo le nostre vite”. E, naturalmente, tutti applaudono educatamente. Bella bambina. Torna a scuola.

Trump viene applaudito, perché anche se è volgare, sa quali tasche riempire e come. Intanto il presidente del Brasile dice che il Covid non esiste. Nei peggiori bassifondi come le  favelas  di Rio, lavarsi le mani ogni due ore è un po ‘difficile quando non si ha l’acqua, o distanziarsi quando si è in dieci in una stanza. Ma c’è un gruppo che ha cercato di imporre alcuni standard ragionevoli nel miglior modo possibile in queste condizioni orribili. Chi? Le bande criminali che hanno terrorizzato le  favelas . Sono così potenti che la polizia ha paura di entrare. Si sono organizzati per cercare di affrontare la crisi sanitaria.

Un ottimo storico del lavoro, Erik Loomis, dice che i momenti di cambiamento positivo sono stati quasi sempre guidati da un movimento operaio attivo e le uniche volte in cui si è usciti da una crisi è quando c’è stata un’amministrazione relativamente comprensiva, o almeno tollerante.

Si trova tanta umanità soprattutto là dove meno te lo aspetti. L’aiuto non arriva dalle multinazionali, non dai ricchi, e certamente non dai governi malati e incapaci, ma dal basso, dai movimenti, da chi si organizza e protesta.

La speranza è l’azione popolare. Cosa possiamo fare contro Coronavirus? Puoi fare qualcosa

Comprendere alcune dinamiche, forse significa già fare qualcosa

Difendersi dal Covid lavorando su sistema immunitario e microbiota intestinale

Le difese immunitarie risiedono nell’intestino e nel microbiota; i batteri buoni contribuiscono alla salute di tutto l’organismo e ci difendono dal Covid, da batteri e virus.

Fin dall’inizio della Pandemia da Covid, i più attenti, pur non essendo scienziati, avranno avuto un’ intuizione: il punto fondamentale è la risposta al virus, ossia come risponde il sistema immunitario al Covid-19, a virus e batteri in generale. Ovviamente, questa risposta varia da persona a persona, perché il sistema immunitario non funziona per tutti allo stesso modo. In un articolo apparso su IlMessaggero già a gennaio 2020, quindi a inizio pandemia, si leggeva che: Tutte le infezioni, comprese quelle da virus respiratori dipendono in qualche modo da un microbiota ben strutturato. Nel senso che il nostro microbiota intestinale originario ci protegge da altre infezioni, producendo sostanze ad attività batterica e antivirale.

Il microbiota ha un enorme ruolo nell’educazione e nel controllo dell’efficacia del sistema immunitario». Antonio Gasbarrini, professore di Gastroenterologia dell’università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’Unità operativa complessa di Medicina interna e Gastroenterologia della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma accende i riflettori su quello che è stato battezzato «l’organo invisibile», al centro ormai da anni di un numero crescente di studi.

Cos’è il Macrobiota intestinale e come funziona

Il microbiota intestinale è uno degli elementi fondamentali di tutto l’ecosistema intestinale, composto a sua volta da altre componenti: la barriera intestinale, che è il filtro selettivo, molto importante per il benessere dell’intero organismo, una struttura di tipo neuroendocrino oggi chiamata comunemente “secondo cervello” e, infine, il microbiota intestinale, costituito da batterilievitiparassiti e virus. L’Eubiosi  è la condizione ideale per l’equilibrio di questi esseri viventi.  Tale equilibrio è fondamentale, perché permette alle componenti del microbiota intestinale di funzionare e  di essere sincronizzate sia tra loro, sia con gli altri componenti dell’ecosistema intestinale. In questo modo il microbiota svolge le sue funzioni essenziali per l’ospite: di tipo metabolico, ossia, sintesi di sostanze utili all’organismo, di tipo enzimatico, di protezione e stimolo verso il sistema immunitario e di eliminazione di sostanze tossiche.

La causa principale dello squilibrio del microbiota è l’assunzione assidua di farmaci. L’alterazione delle funzioni del microbiota comporta uno squilibrio delle giunzioni, che permettono il passaggio di allergeni, sostanze tossiche, microbi nell’apparato circolatorio.

Come è possibile rinforzare il sistema immunitario e il microbiota intestinale

Molti specialisti, e non solo Nutrizionisti o Gastroenterologi raccomandano di assumere, frequentemente fermenti lattici, perché rappresentano batteri buoni, e la loro assunzione garantisce un buon equilibrio della flora intestinale.

Inoltre, un’alimentazione sana fa bene al microbiota intestinale. Sono anni che i medici lo ripetono: La dieta deve essere ricca di frutta e verdura, cereali, legumi e proteine, con il giusto apporto di vitamine.

In generale per migliorare la salute della flora intestinale e di conseguenza del microbiota la dieta da seguire è la seguente:

  • Frutta e verdura, anche succhi e centrifugati;
  • Evitare zuccheri raffinati sotto ogni forma;
  • Banane, carciofi, aglio, cipolle, porri, kefir, sottaceti, crauti, asparagi, noci  sono tutti cibi prebiotici. L’assunzione di questi alimenti fa crescere batteri buoni;
  • Introdurre spezie nei cibi per aiutare la digestione: zenzero, curcuma, anice, finocchio;
  • Semi di zucca, semi di sesamo, di chia e canapa sono ricchi di fibre e ottimi per la crescita di batteri buoni; è possibile consumarne grandi quantità senza nessun problema per la forma fisica;

Conclusioni

Un intestino sano aiuta il sistema immunitario, per questo motivo dieta e stile di vita devono essere rivolti a potenziare il microbiota, il quale è la chiave del vero benessere. Il sistema immunitario ci difende da attacchi esterni come infezioni, batteri e virus, Covid compreso.

Allevamenti italiani insostenibili, lo rivela una ricerca Università Tuscia sul bilancio ecologico del settore

Abbiamo mai pensato cosa c’è dietro al consumo di carne?

Allevamenti italiani insostenibili, lo rivela uno studio del team di ricerca dll’Università Tuscia sul bilancio ecologico del settore. Greenpeace: La Pac ne tenga conto

Allevamenti intensivi e agricoltura stanno consumando una volta e mezza le risorse naturali dei terreni agricoli italiani. A rivelare per la prima volta questo deficit uno studio condotto da ricercatori dell’Università degli Studi della Tuscia che, insieme a Greenpeace Italia, si è interrogata sulla reale sostenibilità degli allevamenti italiani, misurandone il bilancio ecologico.

GP0STTBF4

«In Italia agricoltura e zootecnia sono nel loro insieme insostenibili e creano un deficit fra domanda e offerta di risorse naturali»spiega Silvio Franco, docente del dipartimento di Economia, Ingegneria, Società e Impresa dell’Università della Tuscia e autore dello studio. «L’impatto ambientale dell’insieme delle attività di coltivazione e di allevamento è pari a circa una volta e mezza le risorse naturali messe a disposizione dai terreni agricoli italiani.» In questo squilibrio gli allevamenti giocano un ruolo rilevante, considerando che da soli richiedono il 39 per cento delle risorse agricole italiane solo per compensare le emissioni di gas serra derivate da deiezioni e fermentazione enterica degli animali allevati.

GP0STTBF6

L’indicatore utilizzato è quello dell’impronta ecologica, che stima l’impatto di un dato settore in rapporto alla capacità del territorio (biocapacità) di fornire le risorse necessarie e assorbire i rifiuti o le emissioni prodotte. In questo caso su un lato della bilancia sono state messe le sole emissioni dirette degli animali allevati, sull’altro le risorse naturali che la superficie agricola italiana fornisce. Si tratta quindi di una stima conservativa, che non prende in considerazione altre fasi della filiera come l’importazione e la produzione di mangimi, o l’energia utilizzata.

GP0STTBF7

Più della metà dell’impronta ecologica del settore zootecnico dipende dalle regioni del Bacino Padano e quello della Lombardia contribuisce da solo per oltre un quarto all’impatto nazionale e sta divorando il 140% della biocapacità regionale. La Lombardia dovrebbe avere una superficie agricola di quasi una volta e mezzo quella attuale per compensare le sole emissioni degli animali allevati sul suo territorio. I dati lombardi evidenziano cosa accade quando si registra un’elevata densità di capi in un territorio con limitata bioproduttività, condizione simile alle altre regioni padane: Veneto (64%), Piemonte (56%), Emilia-Romagna (44%). A sud, prima per percentuale di impatto è la Campania (52%).

Il Parlamento europeo è chiamato nei prossimi giorni a esprimersi sulla PAC (Politica Agricola Comune), e desta forte preoccupazione l’accordo trasversale firmato da Popolari (PPE), Socialisti (S& D) e Renew, che rischia di cancellare gli obiettivi “green” della strategia.

«Il voto sulla futura PAC è un momento decisivo per tagliare i fondi agli allevamenti intensivi e destinare risorse per una vera riconversione ecologica del settore. I nostri europarlamentari devono dare ascolto alla scienza» dichiara Federica Ferrario responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. «Sul fronte Italiano è la stessa ministra Bellanova ad affermare che serve una visione della politica agricola che ponga al centro il contrasto all’emergenza climatica»  – continua Ferrario, riferendosi all’intervista rilasciata a Greenpeace dalla ministra – «I numeri mostrano che gli attuali livelli di produzione sono insostenibili per l’ambiente e poco remunerativi per tanti allevatori italiani, mentre gli esperti confermano che le soluzioni tecnologiche non bastano a ridurne gli impatti. È ora di considerare seriamente una riduzione della produzione e del consumo di prodotti di origine animale, a vantaggio della qualità, della salute e dell’ambiente».

Invertire la rotta si può con una maggiore attenzione a salute e alimentazione

Invertire la rotta si può. «Una maggiore attenzione a salute e alimentazione può comportare un vero e proprio cambiamento di sistema, che porti a produrre, ma anche, a consumare meno» spiega Riccardo De Lauretis, responsabile dell’area emissioni e prevenzione dell’inquinamento atmosferico dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), in accordo con Adrian Leip, dell’Unità Food Security del Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC) «Studi fatti finora mostrano come le tecnologie che abbiamo a disposizione nel settore allevamenti non saranno sufficienti per rispondere alle ambizioni di riduzione dell’effetto serra».

Fonte: Greenpeace Italia

Come realizzare un documentario e proporlo alla televisione

Prima di realizzare un documentario è bene stabilire cosa si vuole raccontare e quali informazioni devono essere trasmesse al pubblico. Per questo motivo bisogna individuare le fonti dalle quali reperire tutti i dati possibili riguardo all’argomento scelto. Si deciderà, poi, riguardo all’opportunità di raccogliere interviste, per integrare il racconto. In base alle ricerche fatte e alle informazioni, interviste e altro materiale raccolto, chi desidera realizzare un documentario dovrà disegnare un progetto o un copione.

Il documentario è una forma comunicativa che ha tantissime potenzialità, a dispetto di chi pensa che sia qualcosa di noioso. L’argomento che si andrà a trattare deve essere ben definito e interessante. Inoltre, il linguaggio di un documentario deve essere coinvolgente, mai banale e somigliare a una narrazione. Un documentario deve gettare nuova luce su un tema, cioè deve avere la capacità di offrire una nuova prospettiva al pubblico. Realizzare un documentario significa suscitare emozione, interesse, curiosità, ingredienti essenziali per fare centro.  

Tutte le fasi di un documentario sono importanti: le ricerche, la progettazione, la pre-produzione, la scelta dei tecnici, dei fonici, di videomaker, degli sceneggiatori e infine il montaggio, le riprese e così via.

Chi decide di realizzare un documentario, spesso, si affida a esperti, in modo da ottenere un prodotto professionale, che non lasci nulla al caso. I professionisti del settore sapranno consigliare su scelte fondamentali, quali la luce, l’ambientazione, l’inserimento di grafici o musiche, di voci fuori campo per la narrazione. Infine, oltre alla competenza, sono necessari mezzi professionali, come telecamere per le riprese, doppiatori, attori e così via.

Realizzare un documentario non è semplicissimo, ma se si ha dimestichezza con la tecnologia, una buona vena giornalistica, curiosità quanto basta si potrebbe anche tentare l’ardua strada del fai-da-te.

Michael Moore è uno sceneggiatore, regista, attore, che attraverso i suoi documentari ha affrontato, con grande successo, problemi legati al sistema politico ed economico degli Stati Uniti. Molto spesso, il regista americano ha dato consigli su come realizzare un documentario, che elenchiamo di seguito:

Prima regola per un buon documentario: non fare un documentario, ma un film.

Il pubblico vuole divertirsi, non vuole subire lezioni di nessun genere. Poco importa se piangeranno o rideranno.

Non dire cose scontate

Bisogna trovare storie, temi, idee che non siano vecchi, già noti, già detti. Perché uno dovrebbe vederlo, altrimenti?

Il documentario di oggi sembra una lezione universitaria. Con un modo universitario di raccontare una storia
Si deve trovare un modo diverso per raccontare una storia, anche in modo creativo, anche andando controcorrente. L’immaginazione e l’improvvisazione sono ottimi ingredienti.

Il documentario deve essere qualcosa di croccante, non una medicina
È un po’ la stessa cosa: non didascalico, non noioso, non “necessario”. Deve essere sempre una scelta, consapevole o meno, del pubblico.

La sinistra è noiosa
Essere di sinistra significa avere poco senso dell’umorismo? Forse. Ma non è sempre stato così. Si può divertire e raccontare storie da un’angolatura ideologica precisa. È un compito necessario.

Dire i nomi
I cattivi, nei documentari, sono sempre sullo sfondo. Si dice, non si dice, si sottintende. Perché? Se si hanno cose da dire e responsabili da nominare, vanno nominati: aziende, persone, dinastie. Che problema c’è? Le persone capiscono meglio.

Il tocco personale
Non significa apparire nel film. Ma dargli una voce personale, con riflessioni e pensieri propri, anche ingenui. Il pubblico apprezza.

Mostra le telecamere degli altri
È fondamentale spiegare al pubblico come e perché i media mainstream non parlano di quello che c’è nel documentario. Quali sono gli interessi, le timidezze degli altri? Scoprili e mettili in luce. Il pubblico ne sarà grato.

Inquadra sempre le persone che non sono d’accordo
Un coro di assenso che ripete sempre le stesse cose non va da nessuna parte. Si impara molto di più inquadrando le persone che non sono dalla stessa parte, che raccontano e spiegano come vanno le cose. E, nel più dei casi, rivelano informazioni e particolari importanti.

Meno è meglio
È una vecchia regola giornalistica. Taglia, taglia. Rendi tutto più breve. Meno parole, meno scene, meno tutto.

Il suono conta più dell’immagine
Vale nei film, vale nei documentari. Non si può fare un buon film/documentario senza una colonna sonora intelligente. Per questo si deve investire molto anche lì.

Infine, la passione è ciò che indirizza le nostre scelte, e se ci si concentra su un argomento che si conosce e che ci appassiona, il successo è garantito.

Realizzare un documentario: Sbocchi lavorativi

Un documentario può essere realizzato per diversi scopi. Con l’esperienza si può diventare davvero bravi, e si possono proporre i propri lavori a web tv o trasmissioni televisive anche nazionali.

Molti brand stanno scegliendo proprio il documentario per promuoversi. Il loro obiettivo è quello di raccontare la verità, attraverso uno strumento di comunicazione che intrecci più forme: racconto, immagine, intervista e così via. Il documentario è un mezzo molto complesso, se si realizza sotto la giusta ottica, cioè non tralasciando le varie angolazioni, chi lo realizza può ricevere riconoscimenti e premi, finanziamenti, anche se è molto difficile. Però se si affrontano tematiche legate e associazioni, fondazioni oppure organizzazioni umanitarie ecc., si può girare il mondo e ricevere molti consensi fra il pubblico. Inizialmente, si potrebbero cercare finanziamenti, ma nella maggior parte dei casi ci si autofinanzia, per poi cercare una televisione o una produzione che compri il nostro prodotto.  

Si possono scegliere due strade:

La prima è quella di farsi commissionare direttamente dalla produzione la realizzazione di un documentario, in base ad un progetto e in base a linee guida prestabilite;

La seconda strada è quella di seguire il proprio istinto e costruire dall’inizio alla fine tutto il progetto, da proporre poi alla televisione.

Difesa dell’ambiente nel mondo: America e Cina a confronto

Fra qualche settimana ci saranno le elezioni americane, e molti attendono questo evento, come uno dei più importanti anche per le politiche ambientali, che nonostante i numerosi appelli degli scienziati sono state in molti casi inefficaci. Fra America, Cina e altri paesi, il paradosso è enorme. È sotto gli occhi di tutti: Trump ha spesso ignorato gli appelli degli ambientalisti, ignorando, spesso l’evidenza. Molti attenti osservatori hanno detto che il presidente americano sta eliminando l’eredità di Obama, smantellando le principali politiche climatiche adottate dal precedente presidente. Trump ha definito il cambiamento climatico, un concetto creato dai cinesi per rendere non competitiva l’industria americana. Tanto è vero che gli Stati Uniti non fanno più parte dell’accordo di Parigi. Trump, in soli tre anni, ha revocato o annullato oltre 60 norme ambientali, mentre è in corso la revoca di altre 34 leggi, è quanto emerge da uno studio effettuato dal New York Times. Tantissimi passi indietro a difesa dell’ambiente sono stati fatti dall’amministrazione Trump, lo pensano molti scienziati.

La Cina dal suo canto è la potenza economica che inquina di più, ma che ha anche affermato di volersi liberare dal carbon fossile entro il 2060. Il paradosso, però potrebbe non esserlo tanto, visto che la Cina è anche leader mondiale nelle tecnologie pulite. Un’altra strategia di questa grande super potenza economica? L’obiettivo della Cina si inserisce nell’accordo di Parigi, dal quale Trump è uscito.

Il 28% delle emissioni mondiali di gas serra arriva dalla Cina, è tantissimo, molto più Unione Europea e Stati Uniti. Se il presidente Xi Jinping manterrà il suo impegno, si potrebbe parlare del più grande risultato climatico del mondo. La Cina dipende ancora molto dai combustibili fossili, e sembra che stia costruendo ancora centrali a carbone e acciaierie.

La Cina è tante cose e tutte si contraddicono a vicenda: è il più grande mercato automobilistico e importatore di petrolio, ma allo stesso tempo sono aumentate le vendite di biciclette. Nonostante questi aspetti, che lo rendono un paese che inquina molto, è il maggiore produttore, consumatore e investitore in energie rinnovabili. Se davvero la Cina volesse liberarsi dal carbon fossile dovrebbe incrementare gli investimenti sull’energia pulita. Molti esperti credono all’annuncio che il presidente cinese ha fatto in un video discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite. La Cina potrebbe compensare i disastri compiuti dall’amministrazione di Trump? Molti ci credono perché analizzando i dati, i presupposti esistono e spesso i miracoli possono accadere. Sarebbe un grande risultato per tutto il mondo.

L’ enciclica di Francesco: una lettera per cambiare il mondo

Già San Giovanni Paolo II ci aveva abituati al cambiamento, spingendosi oltre le frontiere religiose e multiculturali, per inviare un messaggio. La nuova enciclica di Papa Francesco lancia una sfida al mondo, e propone di cambiarlo, attraverso noi stessi e un confronto fra le diverse culture e fedi. In Laudato si’, il Papa si era ispirato al patriarca ortodosso Bartolomeo, seguendo il suo messaggio per la cura del creato. Questa volta, l’ispirazione arriva dal grande imam Ahmad al Tayyeb, che Francesco ha incontrato ad Abu Dhabi per ricordare che Dio ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro

Perché la nuova enciclica si chiama Fratelli tutti? Basta leggere le prime parole sulla fraternità e amicizia sociale

<<Fratelli tutti>> lo scriveva San Francesco d’Assisi per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle e proporre loro una forma di vita dal sapore di Vangelo.

Ecco l’illuminazione dei contenuti dell’enciclica Fratelli Tutti

CAPITOLO PRIMO

LE OMBRE DI UN MONDO CHIUSO

Per decenni è sembrato che il mondo avesse imparato da tante guerre e fallimenti e si dirigesse lentamente verso varie forme di integrazione. Per esempio, si è sviluppato il sogno di un’Europa unita, capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita.

Ma la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi.

L’enciclica parla anche di Gandhi, di Martin Luther King, di Desmond Tutu, del monaco Charles de Foucauld. C’è davvero tanto che possiamo imparare da questa enciclica: Francesco ci prospetta una possibile alleanza tra culture e tradizioni religiose, per contrastare il dominio della finanza, del capitalismo, delle diseguaglianze. Qui si parla di la salvaguardia degli ecosistemi, di diritti umani, di una società aperta, di lavoro come diritto. La trattazione di questi temi e le loro soluzioni dovrebbero arrivare dalla società civile e dalle politiche dei governi, e la religione dovrebbe solo appoggiare quelle scelte. Diritti, lavoro, non violenza, salvaguardia dell’ambiente, parliamo cose elementari.

“Aprirsi al mondo” è un’espressione che oggi è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza. Si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi. I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico.

No alle discriminazioni delle minoranze, come accade, purtroppo molto spesso nella società. Forti sono le critiche al sistema globale economico, che esclude ed emargina, in nome del guadagno assoluto e a tutti i costi.

Per questo stesso motivo si favorisce anche una perdita del senso della storia che provoca ulteriore disgregazione. Si avverte la penetrazione culturale di una sorta di “decostruzionismo”, per cui la libertà umana pretende di costruire tutto a partire da zero. Restano in piedi unicamente il bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti.

Un modo efficace di dissolvere la coscienza storica, il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione è quello di svuotare di senso o alterare le grandi parole. Che cosa significano oggi alcune espressioni come democrazia, libertà, giustizia, unità? Sono state manipolate e deformate per utilizzarle come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione.

I temi, i capitoli e i paragrafi dell’enciclica Fratelli tutti sono innumerevoli e riguardano la nostra vita, parlano al nostro stile di vita. Parlano, fra l’altro di: Promuovere il bene morale, del valore della solidarietà e dell’amicizia, della fratellanza come l’altra faccia della pace, dei diritti senza frontiere, dei diritti dei popoli, dell’orizzonte universale, di populismi e liberalismi, dell’amore politico, dell’amore che integra e raduna, del dialogo, del recupero della gentilezza, del perdono, della memoria.

Link building, come aumentare le visite, trovare nuovi clienti e posizionarsi nella prima pagina google

Fra le numerose tecniche Seo per scalare le ricerche di google, la link building è sicuramente la più efficace, a patto che venga sfruttata in modo appropriato e seguendo poche semplici regole. La link building è dunque, alla base di ogni Campagna Seo che si rispetti e che voglia ottenere ottimi risultati: trovare nuovi clienti e aumentare le visite,  posizionarsi nella prima pagina google. In breve questa tecnica consiste nell’acquisizione di link, che vengono inseriti all’interno di articoli. Chiamati anche backlink, essi sono fondamentali per gli algoritmi, che permettono ai siti web di posizionarsi sui principali motori di ricerca e nella prima pagina di google.

Come posizionarsi primi su Google, quanto costa la prima pagina google, ottimizzazione motori di ricerca, come trovare nuovi clienti e aumentare le vendite – Queste sono le domande più frequenti di chi vuole essere trovato sul web

La Link building è strettamente legata alla Seo Copywriting, anzi senza l’una difficilmente l’altra può essere efficace. Gli algoritmi di google cambiano in continuazione, per cui anche per i più esperti di tecniche Seo, non è sempre semplice elaborare strategie che diano risultati certi. Ciò che sta alla base della link building e della Seo copywriting è la qualità dell’articolo. Le caratteristiche di un articolo Seo Oriented sono la lunghezza, la qualità e la capacità di chi scrive di saper scegliere e posizionare in modo adeguato le parole chiave, le keywords. Le Web Agency e le aziende sono spesso alla ricerca di bravi Seo Copywriter.

La link building ha tre obiettivi principali:

  • Aumentare le visite;
  • Trovare nuovi clienti
  • Aumentare l’autorevolezza del sito web

È una tecnica indispensabile perché è uno dei principali fattori di ranking su Google, quindi produce un fortissimo valore economico per chi sceglie di attuarla.

La link building incrementa la Link Popularity, cioè la quantità di link presenti su altri portali che puntano al nostro sito web.  Gli unici efficaci sono i  backlink editoriali, che sono inseriti da chi scrive un articolo, come fonte attendibile per approfondire alcuni argomenti. Questo tipo di link ha un grande valore per chi desidera aumentare le visite.

Quanto costa una Campagna di Link building

Una campagna di link building efficace non deve strafare, nel senso che è controproducente inserire tantissimi link in una sola volta. Chi desidera aumentare le visite dovrebbe ricordare che Google non premia le strategie troppo aggressive. 

Esistono diverse soluzioni per chi vuole trovare nuovi clienti. Bisogna partire dal presupposto che una buona campagna di link building è equilibrata, e che non è necessario scegliere i siti web, che registrano milioni di visite. Un backlink alla settimana potrebbe essere una buona strategia, in alcuni casi aumentabile a due. Il segreto di una campagna di link building  è la durata, più tempo dura, meglio è. Di solito, un articolo interessante, che appare su un portale con un discreto numero di visite (anche 1000/2000 mensili) può generare più risultati di una campagna a livelli più alti. La verità è che un sito popolare ha anche migliaia di link e di articoli, per cui il nostro backlink potrebbe perdersi, o comunque essere poco visibile, se si scelgono keywords già utilizzate da altri. Un blog che ottiene 50 o 100 visite al giorno, significa che tratta argomenti interessanti, e chi decide di leggerli li sceglie e li apprezza.

Se ci si rivolge ad  una Web Agency  (Agenzie web), a esperti e Consulenti Seo i costi possono lievitare enormemente. In media il costo di una campagna di quattro link al mese potrebbe aggirarsi intorno ai 3500/4000€ all’anno, circa 300€ al mese. Ma esistono campagne che possono avere anche costi più alti, in base ai link, alla consulenza offerta, infatti, spesso, insieme alla link building si offre un’analisi e una revisione del sito, per stabilire le migliori strategie da attuare e così via.

Analizzando l’offerta link building in rete abbiamo trovato un po’ di tutto:

499€ per un backlink pubblicato su un sito autorevole (500mila visite mensili) –  99€ per un link su un sito con basso traffico (1000 visite mensili);

13mila euro per un link su portali on line molto popolari;

Altre offerte 20/40 euro a link;

Alcuni partono da 100 euro fino a 400 euro a link; bisogna però anche considerare la concorrenza delle parole chiave. Se il sito ospitante riceve migliaia di visite, ma si scelgono parole chiave popolari, il backlink avrà poco valore.

Altre strategie di posizionamento su google e sui motori di ricerca

Le soluzioni sono immense: Link indiretti – che consistono nel rafforzare i siti che hanno al loro interno nostri link, link nofollow, indica a google che quel link non deve influenzare il posizionamento del sito linkato (sono comunque utili nel bilanciamento nofollow/dofollow), dosare nel tempo la quantità di link inseriti, scegliere long tail Keywords meno popolari (meno concorrenza) e per questo più efficaci, valutare altre fonti per diffondere il proprio brand come forum, pagine social, gruppi ecc.

Ovviamente il link deve essere contestualizzato, cioè inserito in un discorso che attiene a quanto contenuto nell’articolo. Un buon articolo di circa 800/1000 parole ogni settimana, con un contenuto interessante, originale ed esposto bene è una strategia di gran lunga superiore a tante soluzioni offerte da numerosi esperti del web, senza nulla togliere alla loro competenza.  

Per ricevere informazioni su come si struttura un’efficace campagna di link building a costi accessibili inviare una mail a campagnelinkseo@gmail.com   indicando nell’oggetto: Strategie Campagne Link building

L’educazione dei figli maschi: Come crescere i maschi

Come crescere i figli maschi? A molti potrà sembrare una domanda superflua o banale. Non è così. La famiglia è il primo nucleo dove si forma la personalità, l’educazione incide sulla psicologia e sulla forma mentis dei bambini. Anche questo concetto potrebbe sembrare scontato, invece è molto più complesso di quanto si possa immaginare.

Mia madre mi racconta, che nella culla lasciava che io piangessi. Tutti dicevano che tanto le femmine possono piangere. Non Ai maschi viene chiesto di essere forti, con frasi: “sei un vero uomo”, “piangi come una femminuccia?”, “Tieni duro”, da adulti si continua, giustificando i tradimenti, e in alcuni casi, anche le violenze verbali e fisiche. I luoghi comuni insegnano ai maschi a stare alla larga dalle emozioni. La famiglia non è solo il luogo dove si formano i primi rapporti sociali, ma è molto di più, e in alcuni casi, proprio qui avvengono le più grandi ingiustizie. In famiglia si impara a mostrare il contrario di ciò che si prova.

Michael Reichert, psicologo clinico, che alla Pennsylvania University svolge studi sulla psicologia maschile, afferma – I ragazzi crescono con una maschera che col tempo coinciderà con loro stessi.  “Le ferite emotive fanno crescere uomini più infelici, tristi, ansiosi e costituiscono il terreno fertile che potrebbe condurre a farli perdere in esibizioni di maschilismo, nel cedere all’alcolismo o al consumo di droghe e a cadere con più probabilità nel bullismo e nelle violenze sessuali” 

Come crescere i maschi? Bisogna cambiare la cultura delle imposizioni

Una cultura generalizzata e superficiale, ci impone che i maschi debbano essere forti, non lasciarsi andare alle emozioni, poi una serie di luoghi comuni, rafforzano tesi costruite sull’ottusità dell’apparenza. A differenza di una cultura antica, tramandata da secoli, un bambino deve sentirsi amato e coccolato; solo in questo modo crescerà davvero forte e saprà resistere alle difficoltà. Lo dicono gli esperti.

Un articolo apparso su La Repubblica circa dieci anni fa, tentava di analizzare i “delitti passionali” e di indagare sulle ragioni della violenza dell’uomo sulla donna, oggetto di tantissimi fatti di cronaca.

L’articolo in breve spiega la complessa dinamica, che arma la mano di alcuni uomini – Molti di questi definiti delitti passionali sono il sintomo del declino dell’impero patriarcale. La violenza non è solo di pazzi, mostri, malati. E poco importa il contesto sociale: non si accetta l’autonomia femminile.

Per secoli, il “dispotismo domestico”, come lo chiamava nel XIX secolo il filosofo inglese John Stuart Mill, è stato giustificato nel nome della superiorità maschile. Le donne erano costrette ad incarnare tutta una serie di “virtù femminili” come l’obbedienza, il silenzio, la fedeltà. Caste e pure, dovevano preservarsi per il legittimo sposo. Fino alla rinuncia definitiva. Al disinteresse, in sostanza, per il proprio destino. A meno di non accettare la messa al bando dalla società. Essere considerate delle donne di malaffare. E, in casi estremi, subire la morte come punizione.

Quanto più la donna cerca di affermarsi, tanto più l’uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l’unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, e accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l’uccidono, purtroppo.

Smog:Esposto di Codacons contro le città fuorilegge, i dati di Legambiente

Lo dicono da anni, tutti i migliori esperti, lo smog è la principale causa di tante patologie e provoca milioni di morti ogni anno.

I dati pubblicati da Legambiente nel report ‘Mal d’ aria’ sulla qualità dell’ aria di 97 città italiane sono “scioccanti e allarmanti da cui si può vedere il disinteresse e l’ inefficienza delle amministrazioni pubbliche nel combattere l’ inquinamento atmosferico cittadino”. Lo afferma il presidente del Codacons, Marco Donzelli ricordando che “questo comporta ripercussioni sulla salute che vanno a pesare sul servizio sanitario nazionale. Presenteremo un esposto alle Procure della Repubblica di tutte le città fuorilegge affinché l’ amministrazione comunale venga perseguita per i reati di disastro ambientale colposo e omicidio colposo”.

Smog in città. Ecco i dati di mal’aria edizione speciale da Legambiente Comunicato Stampa

Alla vigilia dell’entrata in vigore delle misure antismog, Legambiente presenta Mal’aria edizione speciale. Ecco le pagelle sulla qualità dell’aria di 97 città italiane.

Confrontate le concentrazioni medie annue delle polveri sottili (Pm10 e Pm2,5) e del biossido di azoto (NO2) negli ultimi cinque anni (2014-2018) con i rispettivi limiti suggeriti dall’OMS. Solo il 15% delle città ha raggiunto nei 5 anni un voto sufficiente: Sassari (voto 9), Macerata (voto 8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Grosseto, Nuoro, Verbania e Viterbo (voto 7), L’Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (voto 6). L’85% è invece sotto la sufficienza: fanalini di coda Torino, Roma, Palermo, Milano e Como (voto 0). Legambiente: “Il governo italiano grazie al Recovery Fund ha un’occasione irripetibile per modernizzare davvero il Paese partendo dalle città con interventi strutturali che mettano al centro la mobilità sostenibile, elettrica, condivisa, ciclopedonale e multimodale”

Che aria si respira nelle città italiane e che rischi ci sono per la salute?  Di certo non tira una buona aria e con l’autunno alle porte, unito alla difficile ripartenza dopo il lockdown in tempo di Covid, il problema dell’inquinamento atmosferico e dell’allarme smog rimangono un tema centrale da affrontare. A dimostrarlo sono i nuovi dati raccolti da Legambiente nel report Mal’aria edizione speciale, nel quale l’associazione ambientalista ha stilato una “pagella” sulla qualità dell’aria di 97 città italiane sulla base degli ultimi 5 anni – dal 2014 al 2018 – confrontando le concentrazioni medie annue delle polveri sottili (Pm10, Pm2,5) e del biossido di azoto (NO2) con i rispettivi limiti medi annui suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS): 20µg/mc per il Pm10; 10 µg/mc per il Pm2,5; 40 µg/mc per il NO2. Limiti quelli della OMS che hanno come target esclusivamente la salute delle persone e che sono di gran lunga più stringenti rispetto a quelli della legislazione europea (limite medio annuo 50 µg/mc per il Pm10, 25 µg/mc per il Pm2,5 e 40 µg/mc per il NO2) e il quadro che emerge dal confronto realizzato da Legambiente è preoccupante: solo il 15% delle città analizzate ha la sufficienza contro l’85% sotto la sufficienza.

Le città italiane meno inquinate

Delle 97 città di cui si hanno dati su tutto il quinquennio analizzato (2014 – 2018) solo l’15% (ossia 15) raggiungono un voto superiore alla sufficienza: Sassari (voto 9), Macerata (8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Grosseto, Nuoro, Verbania e Viterbo (7), L’Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (6). Sassari prima della classe con voto 9 in quanto dal 2014 al 2018 ha sempre rispettato i limiti previsti dall’OMS per le polveri sottili (Pm10 e Pm2,5) e per il biossido di azoto (NO2) ad eccezione degli ultimi 2 anni in cui solo per il Pm10 il valore medio annuo è stato di poco superiore al limite OMS; analoghe considerazioni con Macerata (voto 8), in quanto pur avendo sempre rispettato nei 5 anni i limiti, per il Pm2,5 non ci sono dati a supporto per gli anni 2014, 2015 e 2016 che quindi la penalizzano. Le altre città sopra la sufficienza, pur avendo spesso rispettato i limiti suggeriti dall’OMS mancano di alcuni dati in alcuni anni, a dimostrazione che per tutelare la salute dei cittadini bisognerebbe comunque garantire il monitoraggio ufficiale in tutte le città di tutti quegli inquinanti previsti dalla normativa e potenzialmente dannosi per la salute.

Le città italiane più inquinate

La maggior parte delle città – l’85% del totale – sono sotto la sufficienza e scontano il mancato rispetto negli anni soprattutto del limite suggerito per il Pm2,5 e in molti casi anche per il Pm10. Fanalini di coda le città di Torino, Roma, Palermo, Milano e Como (voto 0) perché nei cinque anni considerati non hanno mai rispettato nemmeno per uno solo dei parametri il limite di tutela della salute previsto dall’OMS. Dati che Legambiente lancia oggi alla vigilia del 1 ottobre, data in cui prenderanno il via le misure e le limitazioni antismog previste dall’«Accordo di bacino padano» in diversi territori del Paese per cercare di ridurre l’inquinamento atmosferico, una piaga dei nostri tempi al pari della pandemia e che ogni anno, solo per l’Italia, causa 60mila morti premature e ingenti costi sanitari. Il Paese detiene insieme alla Germania il triste primato a livello europeo.

Per questo con Mal’aria edizione speciale Legambiente chiede anche al Governo e alle Regioni più coraggio e impegno sul fronte delle politiche e delle misure da mettere in campo per avere dei risultati di medio e lungo periodo. Un coraggio che per Legambiente è mancato alle quattro regioni dell’area padana (Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto) che, ad esempio, hanno preferito rimandare all’anno nuovo il blocco alla circolazione dei mezzi più vecchi e inquinanti Euro4 che sarebbe dovuto scattare questo 1 ottobre nelle città sopra i 30 mila abitanti. Una mancanza di coraggio basata sulla scusa della sicurezza degli spostamenti con i mezzi privati e non pubblici in tempi di Covid, o sulla base della compensazione delle emissioni inquinanti grazie alla strutturazione dello smart working per i dipendenti pubblici.

“Per tutelare la salute delle persone – dichiara Giorgio Zampetti, Direttore Generale di Legambiente – bisogna avere coraggio e coerenza definendo le priorità da affrontare e finanziare. Le città sono al centro di questa sfida, servono interventi infrastrutturali da mettere in campo per aumentare la qualità della vita di milioni di pendolari e migliorare la qualità dell’aria, puntando sempre di più su una mobilità sostenibile e dando un’alternativa al trasporto privato. Inoltre serve una politica diversa che non pensi solo ai blocchi del traffico e alle deboli e sporadiche misure anti-smog che sono solo interventi palliativi. Il governo italiano, grazie al Recovery Fund, ha un’occasione irripetibile per modernizzare davvero il Paese, scegliendo la strada della lotta alla crisi climatica e della riconversione ecologica dell’economia italiana. Non perda questa importante occasione e riparta dalle città incentivando l’utilizzo dei mezzi pubblici, potenziando la rete dello sharing mobility e raddoppiando le piste ciclopedonali. Siamo convinti, infatti, che la mobilità elettrica, condivisa, ciclopedonale e multimodale sia l’unica vera e concreta possibilità per tornare a muoverci più liberi e sicuri dopo la crisi Covid-19, senza trascurare il rilancio economico del Paese”.

“L’inquinamento atmosferico nelle città – aggiunge Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente –  è un fenomeno complesso poiché dipende da diversi fattori: dalle concentrazioni degli inquinanti analizzati alle condizioni meteo climatiche, passando per le caratteristiche urbane, industriali e agricole che caratterizzano ogni singola città e il suo hinterland. Nonostante le procedure di infrazione a carico del nostro Paese, nonostante gli accordi che negli anni sono stati stipulati tra le Regioni e il Ministero dell’Ambiente per ridurre l’inquinamento atmosferico a cominciare dall’area padana, nonostante le risorse destinate in passato e che arriveranno nei prossimi mesi/anni con il Recovery fund, in Italia manca ancora la convinzione di trasformare concretamente il problema in una opportunità. Opportunità che prevede inevitabilmente dei sacrifici e dei cambi di abitudini da parte dei cittadini, ma che potrebbero restituire città più vivibili, efficienti, salutari e a misura di uomo”.

Focus Mal’aria: Tornando ai dati del report Mal’aria edizione straordinariai giudizi che ne seguono per le 97 città analizzate sono il frutto quindi del “rispetto” o “mancato rispetto” del limite previsto per ciascun parametro (inteso come concentrazione media annuale) rispetto a quanto suggerito dall’OMS per ogni anno analizzato. Tra gli altri dati che emergono: per le polveri sottili la stragrande maggioranza delle città abbia difficoltà a rispettare i valori limite per la salute: infatti per il Pm10 mediamente solo il 20% delle 97 città analizzate nei cinque anni ha avuto una concentrazione media annua inferiore a quanto suggerito dall’OMSpercentuale che scende drasticamente al 6% per il Pm2,5 ovvero le frazioni ancora più fini e maggiormente pericolose per la facilità con le quali possono essere inalate dagli apparati respiratori delle persone. Più elevata la percentuale delle città (86%) che è riuscita a rispettare il limite previsto dall’OMS[1] per il biossido di azoto (NO2). Il non rispetto dei limiti normativi imposti comporta l’apertura da parte dell’Unione europea di procedure di infrazione a carico degli Stati membri con delle conseguenze economiche per gli stessi.

Focus auto: Nel report Legambiente, inoltre, dedica un focus sulle auto come fonte principale di inquinamento in città e ricorda che le emissioni fuorilegge delle auto diesel continuano a causare un aumento della mortalità, come è emerso anche da un recente studio condotto da un consorzio italiano che comprende consulenti (Arianet, modellistica), medici ed epidemiologi (ISDE Italia, Medici per l’Ambiente) e Legambiente, nonché la piattaforma MobileReporter. Lo studio in questione stima per la prima volta in assoluto la quota di inquinamento a Milano imputabile alle emissioni delle auto dieselche superano, nell’uso reale, i limiti fissati nelle prove di laboratorio alla commercializzazione.  Se tutti i veicoli diesel a Milano emettessero non più di quanto previsto dalle norme nell’uso reale, l’inquinamento da NO2 (media annuale) rientrerebbe nei limiti di qualità dell’aria europei (già nel 2018). Invece il mancato rispetto ha portato alla stima di 568 decessi in più per la sola città di Milano, a causa dell’esposizione “fuorilegge” agli NO2 per un solo anno. Quindi per Legambiente si dovrebbero bloccare tutti i veicoli diesel troppo inquinanti, persino gli euro6C venduti sino ad agosto 2019. Lo studio si inquadra nella più ampia iniziativa transfrontaliera sull’inquinamento del traffico urbano Clean Air For Health, progetto lanciato dall’Associazione europea sulla salute pubblica (EPHA) che coinvolge healthcare partner in diversi Stati Membri.

Smog nelle città: quali sono le soluzioni

Proposte: Per aggredire davvero l’inquinamento atmosferico e affrontare in maniera concreta il tema della sfida climatica, servono misure preventive, efficaci, strutturate e durature. Tutto quello che non sta avvenendo in Italia. Per questo Legambiente torna a ribadire l’urgenza di puntare su una mobilità urbana sempre più condivisa e sostenibile, di potenziare lo sharing mobility e raddoppiare i chilometri delle piste ciclabili, un intervento, quest’ultimo, già previsto nei PUMS, i Piani urbani per la mobilità sostenibile, che i Comuni devono mettere in campo al più presto. Legambiente ricorda che la Legge di Bilancio 2019, che ha visto stanziare i primi bonus destinati ai veicoli elettrici (auto e moto), ha permesso di sperimentare la micromobilità elettrica, mentre con la Legge di Bilancio 2020 è stato possibile equiparare i monopattini con la ciclabilità urbana a cui si è aggiunto il bonus mobilità senz’auto. Tutte misure convergenti e allineate che sono proseguite, anche in tempo emergenziale attraverso i “decreti Covid-19”, con la definizione di nuovi percorsi ciclabili urbani, la precedenza per le bici e le cosiddette “stazioni avanzate”.

Blog su WordPress.com.

Su ↑