Covid: Cosa c’è dietro ai vaccini, ai virus e alle industrie farmaceutiche

Chi paga il vaccino contro il Covid? La proposta che le industrie farmaceutiche non dovrebbero trarre profitto dalla crisi più grave del mondo dopo la Seconda Guerra mondiale è miseramente caduta nel vuoto

L’industria farmaceutica ha da tempo realizzato profitti esorbitanti sfruttando la ricerca svolta dal settore pubblico. Un interessante articolo apparso su TheGuardian spiega perché il vaccino contro il Covid non sarà a beneficio di tutta l’umanità.

Evviva la notizia di un vaccino che potenzialmente offre una protezione del 90% contro il Covid-19 salverà l’umanità stanca dei blocchi, e tutti quelli che oggi espongono striscioni, presto applaudiranno  le grandi aziende farmaceutiche.

Queste ultimi rappresentano semplicemente un socialismo per ricchi, imprese private che dipendono dalla ricerca e dall’innovazione del settore pubblico per realizzare profitti colossali, spesso sulla pelle dell’umanità.

Pfizer e il suo partner biotech tedesco, BioNTech, guadagneranno l’incredibile cifra di 9,8 miliardi di sterline l’anno prossimo da un vaccino contro il coronavirus si legge nell’articolo. Le voci che giravano sul fatto che le aziende farmaceutiche non dovrebbero trarre profitto dalla crisi più grave del mondo dalla seconda guerra mondiale sono stati liquidati a luglio come ” radicali ” dal CEO della Pfizer; e, forse, molti trascureranno tali profitti in mezzo all’ondata di gratitudine. Ma l’affermazione della Pfizer di ” non aver mai preso soldi dal governo degli Stati Uniti, o da nessuno ” non è vera: le grandi aziende farmaceutiche dipendono dalla munificenza del settore pubblico.

Lo stesso vaccino sperimentale Pfizer / BioNTech utilizza una tecnologia di proteine ​​spike, secondo quanto riferito, sviluppata dal governo degli Stati Uniti : senza lo stato, questo vaccino probabilmente non sarebbe stato sviluppato così rapidamente. Mentre quasi 10.000 vite umane vengono perse in tutto il mondo ogni giorno a causa della pandemia, il CEO di Pfizer incassa i primi soldi, vendendo 5,6 milioni di dollari in azioni. (Un portavoce ha detto ad Axios che la vendita faceva parte di un piano predeterminato creato ad agosto).

Le aziende farmaceutiche sono monopoli globali, a cui viene concesso il diritto di addebitare qualunque cosa il mercato sia disposto a tollerare per i nuovi farmaci che producono  afferma Nick Dearden di Global Justice Now, che chiede che i brevetti sul vaccino Pfizer siano sospesi. I brevetti concedono diritti esclusivi per produrre e vendere i farmaci per 20 anni, impedendo la fornitura di versioni generiche più economiche. Questo è un settore non guidato dalla cura delle malattie, ma purtroppo dai profitti degli azionisti: ad esempio, una recente ricerca ha scoperto che le entrate derivanti dall’aumento dei prezzi dell’insulina sono state investite sugli azionisti piuttosto che sulla ricerca e sviluppo. Quando le start-up nascono per sviluppare farmaci innovativi, le grandi aziende farmaceutiche li acquistano e interrompono persino lo sviluppo di tali nuovi trattamenti per soffocare la concorrenza.

Due esempi particolarmente orribili di questa industria farmaceutica alla deriva. Mentre milioni di africani stavano morendo a causa della pandemia di HIV / Aids, le grandi aziende farmaceutiche hanno tentato di bloccare i governi a corto di denaro che importano versioni più economiche di farmaci salvavita. Eccone un altro: l’aumento delle infezioni resistenti agli antibiotici è un’emergenza forse addirittura paragonabile alla crisi climatica. Eppure le aziende farmaceutiche non sono riuscite a investire nello sviluppo di nuovi farmaci – sorprendentemente, non è stata sviluppata alcuna nuova classe di antibiotici per quasi quattro decenni – perché semplicemente non è redditizia. Questo colossale fallimento ha portato l’ex “zar dei superbatteri” del governo Jim O’Neill a suggerire che le compagnie farmaceutiche nazionalizzate potrebbero essere l’unica risposta.

Dobbiamo rispondere al Covid con cooperazione, solidarietà ed equità , afferma Diarmaid McDonald di Just Treatment, che sta conducendo una campagna contro gli accordi segreti tra il governo e le grandi aziende farmaceutiche su qualsiasi vaccino. Ma il modello big-pharma è l’antitesi di questo: si tratta di modelli di business chiusi, che si concentrano su sforzi competitivi fatti isolatamente per non fornire i migliori risultati a tutti, ma i maggiori profitti possibili per l’azienda.

In risposta alla pandemia dei primi anni 2000 causata dalla Sars – anch’essa un coronavirus – i governi si sono impegnati ad aumentare gli investimenti nella ricerca, contribuendo a sviluppare promettenti vaccini candidati, che avrebbero potuto essere utilizzati contro il Covid-19. Ma le aziende farmaceutiche hanno abbandonato la ricerca. Perché? Perché era improbabile che fosse immediatamente redditizio. La situazione peggiora: le principali aziende farmaceutiche hanno bloccato una proposta dell’UE nel 2017 per accelerare i vaccini per i patogeni come il coronavirus.

Il no all’accesso universale del vaccino Covid

Il mese scorso, India e Sudafrica hanno chiesto all’Organizzazione mondiale del commercio di dare ai paesi il potere di non concedere né applicare brevetti legati ai farmaci e ai vaccini Covid-19 fino al raggiungimento dell’immunità globale. Questa settimana, sono stati sostenuti dai principali esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite che hanno invitato i governi a garantire l’accesso universale a un vaccino. Ma tali proposte vengono bloccate, mentre un piccolo numero di paesi ricchi ha stipulato accordi per oltre un miliardo di dosi del vaccino Pfizer-BioNTech, lasciando meno di un quarto di ciò che si prevede di essere prodotto per il resto del mondo.

Il coronavirus dovrebbe servire a ricordare le disastrose conseguenze del lasciare un’industria salvavita nelle mani di un monopolio di profitti. La Gran Bretagna è migliore della maggior parte dei paesi: il National Institute for Health and Care Excellence (Nizza) ha una notevole influenza sulle aziende farmaceutiche essendo in grado di giudicare se i loro farmaci hanno un buon rapporto qualità-prezzo per il NHS.

Con un vaccino che funzioni, l’immunità universale  potrebbe essere possibile senza provocare altri milioni di morti. Dopo tutto, si tratta di una catastrofe globale: fino a 150 milioni di persone in più saranno portate in povertà estrema entro il prossimo anno a causa della pandemia. Sono morte centinaia di migliaia, da Nuova Delhi a Rio de Janeiro, mentre intere economie sono state devastate. Ma un’industria farmaceutica che da tempo ha realizzato profitti esorbitanti sfruttando la ricerca del settore pubblico ha ottenuto il suo pass di denaro più redditizio. Quindi sì, rallegriamoci per il vaccino in arrivo, ma non  facciamo i complimenti a un’industria farmaceutica che dal punto di vista morale e umano è alla deriva.

Covid: i sistemi di risposta sono la soluzione, Nabarro e Atkinson: Pensare un nuovo approccio Smart

Inutile illudersi, con l’emergenza sanitaria da  Covid dobbiamo conviverci, ce lo stiamo ripetendo da molti mesi, ma è difficile accettarlo.

A questo punto valgono i comportamenti a 360 gradi; è tutto, proprio tutto a dover essere sconvolto, e non è detto che questo sia un fattore negativo per la nostra vita. I vaccini arriveranno e saranno disponibili per le categorie più a rischio, con una percentuale di sicurezza che viaggia al di sotto del 95%. L’Osservatorio internazionale Pure Encapsulations Observatory ha ribattezzato un nuovo stile di vita con il termine di Pure Thinking, per disintossicarsi da ansie e cattive abitudini e fronteggiare meglio il Covid-19.

David Nabarro, inviato speciale dell’OMS su Covid e John Atkinson, specialista nel cambiamento dei sistemi Nazioni Unite e organismi multilaterali fanno un’attenta analisi attraverso un articolo pubblicato su TheGuardian e affermano che è necessario sviluppare sistemi di risposta locali migliori e più intelligenti per evitare ulteriori blocchi.

I rischi di una terza ondata e così via fino all’infinito sono innumerevoli, perché gli ospedali sarebbero sempre in stato di emergenza e saturi, ciò porterebbe allo sviluppo di altre malattie, a più miseria e a gravi perturbazioni sociali.

I due esperti affermano che – In molti paesi, le strategie di contenimento comportano restrizioni sui movimenti delle persone e blocchi. Questi hanno gravi conseguenze economiche e sociali e dovrebbero essere applicati con parsimonia.

Come si possono evitare ulteriori blocchi? Supponendo che le notizie positive sullo sviluppo del vaccino siano sostenute, saranno compiuti sforzi per garantire che le persone più a rischio possano accedere a un vaccino nel 2021, ma ci vorranno alcuni mesi prima che i programmi di vaccinazione rallenteranno la diffusione dell’infezione. Nel frattempo, tutte le nazioni dell’Europa occidentale,devono essere sicure di disporre di sistemi di risposta Covid-19 localizzati e resilienti. L’implementazione di questi sistemi dovrebbe ridurre la necessità di un terzo periodo di restrizioni all’inizio del 2021.

A questo punto i consulenti offrono un piano che consentirebbe alle società e a tutti i cittadini di difendersi dal virus, sostenendo le economie:

  1. Coinvolgere le persone ovunque. Potrebbe sembrare ovvio, ma il successo si verifica quando più persone fanno più cose giuste più volte. In negozi, scuole, università e luoghi di lavoro, milioni di persone stanno cercando di capire come stare al sicuro. Stanno creando ambienti anti Covid. Assicurano una buona igiene, distanziamento fisico, maschera e auto isolamento in caso di malattia. Prestano inoltre particolare attenzione a coloro che, a causa dell’età, dell’occupazione, delle vulnerabilità o delle condizioni di vita, sono ad alto rischio. Questo è il cuore della risposta;
  2. Guadagnare la fiducia delle persone attraverso l’onestà, l’autenticità e la coerenza. Tutti devono apprezzare la necessità di una normativa tutto tondo e capire cosa deve essere fatto e quando. Bisogna rispettare le persone e guadagnare la loro fiducia. La chiarezza sulla logica delle restrizioni e delle regole per l’isolamento è fondamentale;
  3. I governi dovrebbero assicurarsi che le comunità siano supportate attraverso reti a livello nazionale. La capacità delle società di tenere a bada il Covid-19 dipende dalla qualità delle connessioni tra le persone, dalla misura in cui sono supportate e dalla capacità locale. Le persone a rischio o affette da Covid-19 dovrebbero sapere a chi rivolgersi per ricevere assistenza. Dipendono dalle organizzazioni comunitarie esistenti per il supporto. Affinché tale supporto sia disponibile e significativo, le organizzazioni della comunità devono essere collegate e il supporto offerto deve essere esplicito. La rete di legami tra i gruppi della comunità dovrebbe essere attivata ovunque senza indugio.
  4. Sviluppare capacità di salute pubblica per interrompere la trasmissione. Le squadre sanitarie pubbliche locali sono gli esperti nell’indagare sui focolai, nel tracciare i contatti e nell’interrompere le catene di trasmissione. Le loro azioni impediscono a picchi, grappoli e ondate di infezione di sfuggire al controllo. Le squadre devono essere guidate da specialisti della salute pubblica con il pieno coinvolgimento di medici di base e farmacisti. Dovrebbero essere adeguatamente finanziati e regolarmente aggiornati sull’evoluzione delle informazioni;
  5. Sopprimere le epidemie attraverso team integrati di risposta agli incidenti a livello locale. Man mano che i focolai di malattie si accumulano, devono essere soppressi rapidamente e in modo robusto. Leader efficienti devono coinvolgere gruppi religiosi, imprese, settori dell’ospitalità, sanità pubblica, scuole, college, università, club sportivi, media, polizia, servizi ospedalieri e altro ancora;
  6. Ogni gruppo diventa parte integrante del team di risposta che viene attivato secondo necessità, si incontra frequentemente e concorda la direzione e le azioni. I membri del team di risposta informano i loro collegi elettorali e comunicano con le agenzie nazionali. I team saranno generalmente guidati dalle autorità locali sotto la supervisione dell’amministratore delegato;
  7. Garantire che le risorse e i poteri del governo nazionale siano utilizzati laddove più preziosi. I soccorritori devono affrontare sfide senza precedenti. Hanno bisogno di informazioni di alta qualità, aggiornate e immediate sugli eventi chiave. Le risorse nazionali, ad esempio sui test per Covid-19 e la ricerca dei contatti, devono essere messe al servizio delle necessità locali. Potrebbe essere necessaria una legislazione per supportare l’applicazione. Devono essere stanziati finanziamenti adeguati per garantire che coloro che sono malati, schermati o in licenza non perdano.
  8. Collegare tutti gli elementi e assicurarsi che il sistema funzioni: le persone, le comunicazioni, il supporto basato sulla comunità, le capacità professionali, i team integrati per gli incidenti e le autorità nazionali di supporto non dovrebbero essere considerati separati. Comunicazione, supporto reciproco, finanza e regolamentazione sono fondamentali per il successo di ogni elemento. Affinché il sistema di risposta funzioni efficacemente, tutte le sue parti devono essere collegate. Le relazioni buone e di fiducia tra di loro sono la chiave del successo. Covid-19 sfrutterà eventuali lacune o punti deboli del sistema.

La salute delle persone e le economie locali sono connesse fra loro. Bisogna adattarsi al Covid-19 e trovare nuove formule risolutive evolute. La società non potrebbe sopportare altri blocchi. Bisogna mantenere basso il numero dei casi, agire tempestivamente sui focolai, spegnendoli immediatamente, ecco l’importanza dei tracciamenti, che purtroppo in Italia sono una pratica abbandonata, perché la situazione impone altre priorità ed è diventato difficile individuare focolai e spegnerli.

Covid: Come evitare pandemie future, oltre ottocento mila virus potrebbero infettare le persone

L’IPBES, la Piattaforma intergovernativa di politica e scienza sulla biodiversità e i servizi eco sistemici ha realizzato un rapporto scientifico sulla biodiversità e le Pandemie. Lo studio mette in evidenza i legami fra il degrado della natura e i rischi crescenti di pandemia. Emergono informazioni che in qualche modo già si conoscono, non solo negli ambienti scientifici; l’ambiente è il tema centrale, che non dobbiamo perdere di vista nei prossimi anni. Bisogna fare di tutto per salvaguardare la biodiversità, evitare la deforestazione, abolire gli allevamenti intensivi, dove i virus si trasmettono rapidamente arrivando fino all’uomo, è necessario conservare le aree protette e ridurre lo sfruttamento delle risorse.

L’esperienza del Covid-19 deve insegnare a prevenire il rischio di epidemie future, la Pandemia che stiamo vivendo, infatti, è stata quasi interamente influenzata da azioni umane, fin dalla sua comparsa. La prevenzione deve diventare la parola d’ordine, non solo per le azioni politiche, ma anche per gli allevatori, le imprese, i lavoratori.

Il dottor Peter Daszak, Presidente di EcoHealth Alliance, l’organizzazione che conduce programmi di ricerca e sensibilizzazione sulla salute globale, la conservazione e lo sviluppo internazionale – ha affermato che – Le stesse attività umane che guidano il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità guidano anche il rischio di pandemia attraverso i loro impatti sul nostro ambiente. Cambiamenti nel modo in cui usiamo la terra, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura, il commercio, la produzione e il consumo insostenibili “disgregano” la natura e aumentano il contatto tra fauna selvaticabestiame,agenti patogeni e personeQuesto è il percorso che ci porta alle pandemie.

Il rapporto afferma che adottare misure di salute pubblica come vaccini e terapie dopo la comparsa delle malattie è un percorso lento e incerto, che provoca sofferenza all’umanità e enormi costi per l’economia globale.

Quali sono le soluzioni da mettere in campo per prevenire Pandemie future secondo gli scienziati?

  • Costituire un consiglio intergovernativo di alto livello sulla prevenzione delle pandemie per fornire ai decisori politici la migliore scienza e le migliori prove sulle malattie emergenti; prevedere le aree ad alto rischio; valutare l’impatto economico di eventuali pandemie ed evidenziare le lacune della ricerca. Il consiglio intergovernativo potrebbe coordinare la progettazione di un quadro di monitoraggio globale;
  • Obiettivi o traguardi concordati per tutti i paesi, nel quadro di un accordo internazionale, con chiari benefici per le persone, gli animali e l’ambiente;
  • Istituzionalizzare l’approccio “One Health” nei governi nazionali per prepararsi alle pandemie,migliorare i programmi di prevenzione, analizzare e controllare le epidemie nei vari settori;
  • Valutare l’impatto dei rischi pandemici e delle malattie emergenti sulla salute ed incorporarlo nei principali progetti di sviluppo e di utilizzo del suolo, riformando nel contempo gli aiuti finanziari per l’utilizzo del suolo in modo che i benefici e i rischi per la biodiversità e la salute siano riconosciuti ed esplicitamente presi come obiettivo;
  • Includere il costo economico delle pandemie  nei consumi, nella produzione, nelle politiche e nei budget del governo;
  • Favorire cambiamenti per ridurre i consumi, l’espansione agricola e il commercio globalizzati che hanno portato alle pandemie – questo potrebbe includere tasse o imposte sul consumo di carne, sulla produzione zootecnica (allevamenti intensivi) e su altre forme di attività ad alto rischio di pandemia;
  • Ridurre i rischi di zoonosi nel commercio internazionale di animali selvatici attraverso una nuova partnership intergovernativa “salute e commercio”; ridurre o eliminare le specie ad alto rischio di malattia nel commercio di animali selvatici; rafforzare l’applicazione della legge in tutti gli aspetti che riguardano il commercio illegale di fauna selvatica e migliorare l’educazione delle comunità sui rischi per la salute;
  • Valorizzare l’impegno e la conoscenza delle popolazioni indigene e delle comunità locali nei programmi di prevenzione delle pandemie, raggiungere una maggiore sicurezza alimentare e ridurre il consumo di fauna selvatica.

Come possiamo contribuire al cambiamento e prevenire i rischi di future pandemie

Le decisioni più grandi e importanti sono di certo di competenza di governi e  istituzioni, ma il cambiamento e la prevenzione da mettere in atto riguarda tutti gli abitanti del mondo e consiste in una profonda revisione dei propri stili di vita. Salvaguardare l’ambiente e non inquinare sono azioni che tutti possono mettere in atto, non bisogna aspettare decisioni o leggi dei governi. Sui consumi è fondamentale scegliere i prodotti, leggendo la provenienza, le eventuali scelte ecologiche e biologiche fatte dai produttori. Lo stesso discorso vale per il consumo di carne, l’inquinamento, l’acquisto di contenitori in plastica e così via. Inoltre, un’aria sana, non inquinata da smog o sostanze tossiche contribuisce alla buona salute delle persone, la quale può rivelarsi un’ottima alleata in caso di un’epidemia. Infatti avere un buon sistema immunitario e condurre una vita sana aiuta a non ammalarsi e ad affrontare meglio un’eventuale infezione. Una strada verso la salvezza esiste e si chiama prevenzione.

Fonte: Ansa

Medici contro la nomina del prof Bassetti come Coordinatore Gestione Pazienti Covid

Matteo Bassetti, primario malattie infettive all’ospedale Sna Marino di Genova ha annunciato un protocollo di cure domiciliari per pazienti positivi al Covid-10, destinato ai medici di base.

Subito dopo la dichiarazione del dottor Bassetti, l’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali che supporta le politiche di governo dei servizi sanitari di Stato e Regioni, attraverso attività di ricerca, monitoraggio, valutazione, formazione e innovazione ha dichiarato con una nota del direttore Domenico Mantoan “Le notizie apparse relativamente ad un protocollo per cure domiciliari, messo a punto da Agenas, sono prive di fondamento”

Su change.org è stata lanciata la petizione “Medici contro la nomina del prof Bassetti come Coordinatore Gestione Pazienti Covid“, che potrà essere firmata dolo da medici:

Spett.le Ministro della Salute – Dott. On. Roberto Speranza

Onorevole Ministro,

La recente nomina del Professor Matteo Bassetti quale coordinatore scientifico del Gruppo di Lavoro per la definizione dei criteri di appropriatezza dei ricoveri di pazienti Covid -19 istituito da AGENAS, desta stupore nel mondo sanitario.  

Le dichiarazioni del Professore, rese pubbliche sin dall’inizio della pandemia, si sono dimostrate fuorvianti.  Di fronte alla emergenza sanitaria più significativa dell’ultimo secolo, causata da una malattia grave ed ancora poco conosciuta, l’atteggiamento  più corretto non poteva e non doveva essere quello delle affermazioni perentorie e delle previsioni incaute.

L’atteggiamento poco prudente e dichiarazioni largamente diffuse dai mezzi di comunicazione, hanno provocato confusione nella popolazione e favorito errori di comportamento. Non solo tra i cittadini. Gli stessi amministratori pubblici liguri, che hanno potuto avvalersi di una consulenza così poco orientata alla prudenza hanno valutato e preparato programmi dimostratisi ampiamente insufficienti per affrontare la seconda ondata.

Riteniamo che il Prof. Bassetti, attraverso le sue esternazioni pubbliche, abbia dimostrato una visione poco prudente ai problemi posti dalla pandemia prospettando delle soluzioni operative che si stanno dimostrando insufficienti ed inadeguate ad affrontarli.

Pertanto, la sua nomina a coordinatore scientifico del gruppo di lavoro per la gestione nazionale dei pazienti Covid-19 per il Ministero della Salute, appare non giustificata e non rappresentativa per la comunità medico-scientifica.

Chiediamo di essere rappresentati da Colleghi più prudenti nel gestire questa emergenza sanitaria, al fine di tutelare la salute dei nostri cittadini e per consentire una maggiore qualità delle nostre cure con massima sicurezza degli operatori sanitari.

La petizione ha raccolto per ora 4.084 firme

Cresce a dismisura, purtroppo il numero di scienziati che diventano showman e scrittori, vantando conoscenze, che al momento il mondo scientifico, purtroppo non ha.

fonte immagine: charge.org

La libertà di stampa in Italia

Nel 2016 l’Italia si trovava al Settantasettesimo posto nella classifica stilata da Reporters sans Frontiers. Nel 2020 l’Italia guadagna il quarantunesimo posto, ma c’è poco da rallegrarsi.

Paesi come Ghana, Sud Africa, Burkina Faso, Botswana godono di una maggiore libertà di stampa rispetto all’Italia. 

Il livello di violenza e di minacce contro i giornalisti cresce soprattutto a Roma e nelle regioni del Sud. In Campania il direttore di Campanianotizie.com, Mario De Michele, ha rischiato di morire in un agguato di stampo camorristico a novembre 2019 a seguito di un’inchiesta giornalistica. Si segnalano casi di violenza fisica e verbale nei confronti di giornalisti da parte di gruppi appartenenti all’ala neofascista. Sono circa 20 i giornalisti che vivono sotto protezione – è quanto si legge in una nota di Reporters senza frontiere, l’associazione internazionale, che difende i giornalisti di tutto il mondo.

Il rapporto sulla libertà di stampa nel mondo, ci suggerisce che i prossimi anni saranno decisivi per il giornalismo e il diritto a essere informati. Sono molti i fattori che hanno creato caos nel mondo dell’informazione. In primo luogo, l’assenza di una normativa che faccia ordine nel digitale, dove vi è un’enorme confusione di notizie e fake news. Divulgazione e pubblicità si confondono con un giornalismo, che a causa della crisi economica spesso si vende per pochi euro, a svantaggio dell’informazione di qualità. Nel mondo le dittature non fanno bene al giornalismo, perché minacciano e aggrediscono proprio ciò che sta alla base di esso,appunto la libertà. Infine, la crisi sanitaria che sta attanagliando i paesi del mondo è un’ulteriore occasione per limitare la libertà di informazione, infatti, molte notizie sono censurate e tenute nascoste, basti pensare a ciò che ha fatto la Cina. I governi usano l’informazione per imporre nuove misure e disorientare l’opinione pubblica. Non parliamo del mondo islamico, dove ci si nascondo dietro al velo, dove l’analfabetismo raggiunge i massimi livelli e le notizie arrivano sotto forma di vignette, disegnate da qualche giornale occidentale. Secondo Rsf, circa il 9% della popolazione vive in Paesi in cui la libertà di stampa è davvero riconosciuta o quasi

Libertà di stampa: gli ultimi e i primi della lista

I paesi in cui la libertà d’informazione soffre sono Cina (177° posto su 180), Russia, (149° posto), Brasile (150° posto), Arabia Saudita (172° posto), Egitto (163° posto), Libia (162° posto), Iran (170° posto), Messico (144° posto), India (140° posto), Corea del Nord (179° posto) e Turkmenistan (180° posto, l’ultimo al mondo).

La libertà di stampa è più garantita in paesi come Norvegia, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, Danimarca, Svizzera, Nuova Zelanda, Giamaica, Belgio e Costa Rica, Germania, Canada.

Nel sud Italia è sempre più difficile fare informazione, gruppi criminali minacciano continuamente i giornalisti, grazie anche al silenzio delle forze dell’ordine e delle istituzioni.

In Europa è sempre più difficile fare informazione libera. A Malta, ad esempio, diventata centro dei traffici della Mafia, la giornalista Daphne Caruana Galizia fu uccisa con un’autobomba, per aver scoperto il sistema di riciclaggio. Di giornalisti uccisi, purtroppo ce ne sono centinaia in tutto il mondo. Accanto al giornalismo censurato e imbavagliato, esiste il giornalismo degli avvoltoi, assoggettati al potere e la fabbrica della disinformazione continua a tessere la sua rete. La cattiva informazione è lo strumento più potente in mano ai governanti.

Le scuole chiuse e le ore passate su internet non aiutano affatto a far crescere bene una generazione, che ha il gravoso compito di ricostruire e cambiare il mondo attuale.

Moda sostenibile: Covid-19 come acceleratore di cambiamento

Il cambiamento è qui, difficile non accorgersene. Il Covid-19 ha stravolto le nostre vite, rendendoci più attenti, accentuando ansie e paure. Gli imprenditori, fin da subito hanno sperimentato nuove strade per restare a galla e per continuare o rafforzare il loro business. Di esempi ce ne sono molti, basti pensare alle mascherine Ferrari made in Maranello. Mentre c’è chi casca sempre in piedi o addirittura vede rinvigorirsi i propri affari, molti arrancano, altri fanno ciò che si può. La moda sostenibile è la sfida di questi tempi.

Il Covid-19 ha sicuramente rimesso al centro dell’attenzione l’ambiente e la sostenibilità. Gli imprenditori più furbi, seguendo la tendenza, già avevano iniziato ad essere green ed ecosostenibili. Nel mondo della moda, una delle eccellenze italiane, oggi, si pensa a rallentare, a incrementare l’equity e il rispetto ambientale, a ripensare, insomma alle regole del sistema moda e alla moda sostenibile.

Dobbiamo rallentare – è un grido che arriva da diversi comparti della moda italiana, da Armani a tanti altri grandi della moda. Bisogna stare più vicino alle esigenze dei consumatori, essere più legati al mondo reale e la necessità di diventare ecosostenibili diventa improrogabile.

Alessandro Sartori, il direttore creativo di Zegna – come si legge da Ansa –  ritiene che la sostenibilità sia innanzitutto un atteggiamento mentale, una filosofia, non un progetto di marketing (non siamo pienamente d’accordo, spesso lo è), non l’intuizione di un designer. La sostenibilità non appartiene al singolo, ma alla comunità, ad esempio ad un’azienda, che è una comunità. La sostenibilità deve far parte delle nostre vite, delle nostre aziende e per quanto riguarda la moda deve essere il fondamento di ogni nostra scelta, nel rispetto del pianeta in cui viviamo e delle generazioni future.

Lavinia Biagiotti pensa che è necessario raggiungere un nuovo equilibrio tra la natura, il pianeta e il nostro impatto su di esse, un mondo dove domini la bellezza, e quando la bellezza domina possiamo solo fare cose positive. Alessandro Morini, Presidente di Fiscatech pensa, invece, che il Covid-19 sia un acceleratore di cambiamento, e su questo siamo pienamente d’accordo. Bisogna lavorare nella ricerca e nello sviluppo di nuovi materiali, che incentivino l’economia circolare. Morini lancia la sfida per produrre abiti che durino di più.

Molte aziende stanno puntando su tessuti biodegradabili e amici dell’ambiente. In natura esistono molte fibre naturali, per cui alternative valide a fibre tossiche. Si possono produrre tessuti dal mais alla plastica riciclata, agli inserti in fibra ottica, fino ai sensori e al grafene. Infine, tessuti antibatterici, auto-pulenti, profumati, rilassanti, che rilevano parametri di salute, termoregolatori, che cambiano colore, functional fashion e la lista è lunga.Ovviamente, gli imprenditori che operano nella moda, devono fare un salto di qualità, abbandonare vecchi schemi, avere più coraggio, rinunciando a grandi guadagni, a vantaggio del pianeta e dei consumatori. Siamo pronti per un nuovo sistema?

Quanto inquina l’industria tessile e della moda?

Secondo una ricerca condotta dalla Commissione europea sembra che delle 5,8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili scartate in Europa solo un quarto viene riciclato. L’80 per cento dell’impatto ambientale di un prodotto è frutto della sua progettazione. Per questo è diventato fondamentale scegliere fibre e tessuti ecologici in grado di ridurre l’impatto dell’intero ciclo produttivo di un capo d’abbigliamento.

Quali sono i tessuti non rinnovabili

Si tratta delle fibre sintetiche:  il nylon, il poliestere, l’acrilico e l’elastam, meglio conosciuto con il nome di lycra. Questi tessuti hanno un basso grado di biodegradabilità, per cui non sono sostenibili.

Tessuti semi sostenibili

Cotone, lino, juta, canapa, agave, kapok, ramié,  cocco, ananas, ginestra, lana e seta sono tessuti derivati da fonti rinnovabili e, tra questi, anche l’acetato, il triacetato e la viscosa che vengono prodotti in modo artificiale partendo dalla cellulosa degli alberi o dagli scarti di altre filiere produttive. Nonostante la loro origine naturale questi materiali trovano un limite nella capacità biologica di terre da coltivare e nell’insufficiente disponibilità di bestiame( allevamenti intensivi, , deforestazione, utilizzo sostanze inquinanti).

I vantaggi dei tessuti naturali sono tantissimi, se si pensa che quelli prodotti artificialmente a causa delle sostanze utilizzate possono provocare ad eruzioni cutanee, prurito e allergie.

I tessuti naturali hanno un alto tasso di dispersione dell’umidità e spesso proprietà antibatteriche naturali. Alcune riviste scientifiche hanno dichiarato che al fibra di canapa, spesso utilizzata anche per i tessili da casa, ha il potere di assorbimento dei gas tossici.

Qual è la connessione fra Covid e tessuti naturali? L’aspetto più importante è il rispetto per l’ambiente, i cambiamenti climatici sono una naturale risposta a politiche ambientali carenti e spesso assenti, ma molti studi hanno dimostrato che la nascita e la proliferazione di virus e batteri è conseguente a scelte scellerate che riguardano clima e sostenibilità. In questo scenario la moda sostenibile deve fare la sua parte.

Covid: Come evitare l’ospedalizzazione e curarsi a casa, gli aggiornamenti

I numeri della seconda ondata del Covid-19 ci dicono che la fascia colpita dal virus si è allargata. Studiando i dati disponibili, rispetto alla prima ondata vengono contagiati più giovani, l’altro dato è la bassa mortalità. Mettendo a confronto le due ondate, emerge che inizialmente il virus ha colpito con conseguenze anche gravi, persone anziane e con patologie, oggi la contagiosità è molto più diffusa verso fasce più giovani, la maggior parte dei quali sono asintomatici. La partita oggi, come allora, si gioca sui numeri. È ovvio che un contagio diffuso arriva anche là dove ci sono criticità, che hanno bisogno di ospedalizzazione e gli ospedali, come si sta assistendo sono sull’orlo del collasso.

Oltre alle precauzioni, che vengono ripetute all’infinito, ma che non ci stancheremo mai di ripetere: distanziamento, mascherine, lavaggio mani, areazione locali, ai primi segnali di Covid è fondamentale agire tempestivamente, per scongiurare il peggio o il ricovero in ospedale.

Covid: Cosa fare per evitare il ricovero in ospedale

Come già detto, oggi, la maggioranza dei contagiati è asintomatica. Ai primi segni di covid è necessario contattare l’Asl di competenza oppure il proprio medico di base e iniziare tempestivamente il trattamento che consiste in cortisone, eparina e antibiotici ad ampio raggio, per evitare sovrapposizione di altre infezioni.

Quali sono i primi sintomi del Covid: Come e cosa tenere sotto controllo

Chi è affetto da covid perde l’olfatto, per cui è buona abitudine tenere sotto controllo questo aspetto. I sintomi del covid sono simili a quelli dell’influenza: raffreddore, mal di gola, febbre. Ciò che non deve mai mancare in casa è il saturimetro, strumento fondamentale per misurare l’ossigenazione nel sangue e gestire tempestivamente un’eventuale polmonite.

Il saturimetro si acquista in farmacia ed è facile da usare. Si applica alla prima falange dell’indice e misura la saturazione, cioè la percentuale di ossigeno nel sangue. Tale percentuale è importante perché indica la quantità di ossigeno che viene trasportata ai tessuti. Se la saturazione è inferiore a 93, il paziente è in una condizione di pericolo e deve essere trasportato in ospedale, perché ciò significa che i polmoni stanno andando in sofferenza. In ogni caso questo strumento è molto delicato, ed è fondamentale che lo si usi nel migliore dei modi, perché potrebbe anche restituire dati non veri. Inoltre, è importante stare in costante contatto con un medico, perché i valori della saturazione sono diversi e vanno letti in base all’età del paziente, alle patologie, al peso e così via.

Covid e Ipossia

L’ipossiemia è una condizione grave, perché un sangue con poco ossigeno non nutre abbastanza i tessuti e gli organi presenti nel corpo. L’insufficiente ossigenazione di quest’ultimi può portare all’instaurarsi di una condizione nota col nome di ipossia.

I sintomi dell’ipossia sono fiato corto e sensazione che manchi il respiro, stato di confusione, tosse, aumento della frequenza cardiaca, spossatezza, cambiamento del colore della pelle.

Persone immuni al covid senza averlo contratto

Una ricerca pubblicata su Science ha rilevato la presenza di anticorpi che proteggono dal Covid in soggetti che non lo hanno mai contratto. La presenza di questi anticorpi appare maggiormente nei bambini. Si studia ancora e le persone con l’immunità sono una bassa percentuale. Secondo alcuni studi, potrebbe essere possibile che gli anticorpi che si generano in caso di raffreddore o Sars siano in parte efficaci contro il Covid-19. Possedere anticorpi che proteggono da virus simili non una cosa nuova.

L’informazione è importantissima, purtroppo, oggi, anche a causa dei social, c’è tanta disinformazione, che non aiuta, e nella maggior parte dei casi tende a far entrare in panico le persone, provocando ansia e paura.

Un altro aspetto fondamentale, di cui si parla molto poco è l’areazione dei locali.

Alcuni scienziati americani hanno dimostrato che in un ambiente ventilato, la possibilità di contagio si riduce del 70%. Per questo è importante ventilare gli ambienti chiusi, anche se si indossano le mascherine, perché queste ultime non danno la sicurezza al 100%. Gli studi hanno dimostrato che in un ambiente chiuso in cui ci sono venti persone con mascherine, almeno quattro si contagiano ugualmente.

Covid: integratori e dieta

Il vaccino antinfluenzale è consigliato a chi ha un sistema immunitario debole. Il ruolo degli integratori a questo punto è fondamentale. Non devono mancare la vitamina C e la vitamina D, i fermenti lattici per proteggere la flora intestinale, il magnesio. Infine la dieta deve essere ricca di frutta e verdura e bisogna bere tanta acqua. Importanti le tisane con miele, altro alleato della salute, l’attività fisica e l’esposizione al  sole quando si ha la possibilità. Caffè e cioccolato che risvegliano il buon umore, ottima medicina contro ogni malattia.  

Greenpeace presenta la guida per scegliere detergenti privi di plastica

Dash, Viakal, Finish, Cif, Coccolino, Omino bianco, Smac, Pril, Dixan, Spuma di Sciampagna sono alcuni dei detergenti in cui è presente plastica liquida.

Greenpeace diffonde oggi una guida all’acquisto dei detergenti per permettere di scegliere prodotti privi di materie plastiche, usate spesso come ingredienti in detersivi e saponi per il bucato, le superfici e le stoviglie e destinate a finire nell’ambiente.

Lo scorso luglio l’organizzazione ambientalista, con il rapporto “Plastica liquida: l’ultimo trucco per avvelenare il nostro mare”, aveva già denunciato la presenza di materie plastiche in forma solida (note come microplastiche), liquida, semisolida o solubile in numerosi detergenti presenti sul mercato italiano. “Nelle prossime settimane, a causa delle nuove restrizioni dovute alla pandemia, passeremo molto più tempo in casa che probabilmente impiegheremo per prendercene cura. Cerchiamo dunque di acquistare prodotti privi di ingredienti in plastica, in qualsiasi forma essa si presenti, per non aggravare la contaminazione globale” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace.

Greenpeace ha realizzato due versioni della guida, una stampabile e una versione digitale disponibile solo online. Entrambe contengono un elenco degli ingredienti in plastica più utilizzati dalle aziende nei detergenti. Questo elenco può essere confrontato con la lista degli ingredienti di ciascun prodotto, spesso di non facile consultazione e reperibilità, disponibile sui siti web ufficiali dei marchi. Nella versione digitale sono presenti i link alle pagine web dei marchi più noti, mentre all’interno della versione stampabile è presente un QR code, che rimanda alla versione online della guida, per facilitare così la ricerca degli ingredienti dei prodotti sui siti delle aziende usando ad esempio il proprio smartphone.

“Tutte le materie plastiche usate come ingredienti nei detergenti finiscono inevitabilmente per essere disperse nell’ambiente, raggiungendo i nostri mari. Questo perché in molti casi i filtri degli impianti di depurazione delle acque reflue non riescono a trattenere in modo efficace tutte le particelle solide presenti negli scarichi domestici” spiega Ungherese. “Anche le plastiche che vengono trattenute, siano esse in forma solida, liquida o semisolida, vengono spesso disperse nell’ambiente con i fanghi di depurazione sparsi nei campi come fertilizzanti per le produzioni agricole”.

Nei prossimi mesi, l’Europa valuterà la proposta dell’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) di vietare l’uso di microplastiche aggiunte intenzionalmente in numerosi prodotti di largo consumo. Da mesi Greenpeace, con la petizione “Fermiamo le Microplastiche”, chiede che la proposta sia più ambiziosa e che vieti, nel più breve tempo possibile, oltre all’uso di particelle in plastica solida di qualsiasi dimensione anche tutte le plastiche liquide, semisolide e solubile usate come ingredienti in numerosi prodotti commerciali.

La petizione di Greenpeace è stata sottoscritta finora da circa ottantamila persone.

Consulta la guida “Pulito splendente…con la plastica”

Contatti:

Fonte: Ufficio stampa Greenpeace Italia campagna Inquinamento

Librerie, servizio essenziale anche nelle zone rosse, lo dice il nuovo DPCM

Nei giorni precedenti all’uscita del nuovo DPCM del presidente del Consiglio, in molti erano accorsi ad ingrossare le file fuori alle librerie. Editori e librai avevano più volte lanciato appelli al governo affiché le librerie restassero aperte. L’appello è stato accolto, le librerie resteranno aperte anche nelle zone rosse, permettendo alle persone di poter accedere ad un servizio che il governo, finalmente, ha dichiarato necessario.

La decisione di tenere le librerie aperte ha ricevuto commenti favorevoli da più parti. “I libri sono beni essenziali e, soprattutto in un momento come questo, aiutano gli italiani a superare la solitudine e le difficoltà legate alle limitazioni della libera circolazione e della socialità: ringraziamo il Governo per aver tenuto conto dei nostri appelli, consentendo l’apertura delle librerie anche nelle zone rosse, e in particolare il ministro Dario Franceschini sempre attento alle esigenze del mondo del libro”, dichiarano il presidente dei librai (ALI Confcommercio) Paolo Ambrosini e il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Ricardo Franco Levinel giorno in cui il governo vara il nuovo Dpcm per la lotta al Coronavirus. “Ogni libreria si impegnerà per garantire la massima sicurezza all’interno degli esercizi, così come è avvenuto nei mesi scorsi, perché la salute rimane la prima cosa da tutelare: controllo degli accessi, igienizzazione degli scaffali, uso dei mezzi di protezione personale rimangono essenziali”.

Finalmente abbiamo compreso che la cultura è indispensabile e che rappresenta il motore per la ripartenza del paese.

Con il nuovo DPCM l’Italia si uniforma agli altri paesi europei, ad eccezione della Francia. L’allegato 23 del nuovo Dpcm di Conte considera essenziali, oltre alle librerie, anche negozi di elettronica, ferramenta, centri per il giardinaggio, farmacie e negozi di ottica, oltre a edicole, cartolerie, negozi di biancheria, calzature, cosmetici e giocattoli. Ovviamente i generi alimentari e supermercati.

La Francia in questo secondo Lockdown non ha considerato l’importanza dei libri e della cultura, come cibo per l’anima e mente. L’emergenza sanitaria non può fermare le idee e la voglia di sognare, e in questo i libri sono maestri assoluti.

Dove si trasmette il Covid: Fuga verso le case di campagna e nei borghi

Come si trasmette il covid per aerosol. Smog e città superaffollate peggiorano il quadro clinico dei pazienti affetti da Covid: la riscoperta dei piccoli centri urbani grazie a incentivi e banda larga

La tendenza è stata chiara fin da marzo, cioè da quando gli italiani sono stati costretti a stare a casa e a lavorare in smart working; il nuovo stile di vita imponeva una riflessione sul caos e lo smog delle grandi città. Molte aziende già erano attrezzate per far lavorare da casa i dipendenti, e nel frattempo tutte le altre sono corse ai ripari. Le persone che ne avevano possibilità si sono trasferite nella casa di campagna o al mare, e il cambiamento in atto è probabilmente il più radicale degli ultimi anni. In Europa come in tutti gli altri paesi, dopo l’iniziale paura della pandemia, l’urgenza era trovare nuove strade per l’economia, e così il governo finlandese ha lanciato la giornata delle sei ore, per salvaguardare la salute e l’economia permettendo ai lavoratori di lavorare meno, le isole Barbados invitano smart workers a trasferirsi e lavorare sulla spiaggia, per salvare turismo ed economia. Gli incentivi sono tanti, e vanno da un visto speciale e rinnovabile alle agevolazioni fiscali.

Dove e come si diffonde il Covid per via aerosol?

«I luoghi critici sono gli ambienti chiusi di dimensioni ridotte e con limitata ventilazione, soprattutto con un tempo di permanenza elevato» ha dichiarato Giorgio Buonanno, professore ordinario di Fisica tecnica ambientale all’Università degli Studi di Cassino e alla Queensland University of Technology di Brisbane (Australia). Si è visto infatti in numerosi studi in tutto il mondo che Sars-CoV-2 si diffonde soprattutto negli spazi chiusi, dove si riuniscono molte persone: cerimonie, chiese, mezzi pubblici, ristoranti, cori, carceri, feste e in particolar modo quando si parla ad alta voce.

I motivi della seconda ondata Covid

Determinare con esattezza i motivi che hanno scatenato la seconda ondata Covid non è un’impresa semplice; sono molti i fattori che hanno concorso, sicuramente una superficialità da parte del governo, che dopo il secondo lockdown ha allentato controlli e prevenzione. Non bisogna dimenticare che molti contagi nascono in famiglia, là dove si pensa di stare tranquilli.

Come va nel resto del mondo? In alcuni paesi il distanziamento è un’abitudine

Bisogna considerare che la vita nelle città europee è molto differente rispetto a quella degli americani o degli australiani, e anche rispetto a tutti quei paesi che hanno spazi e distanze completamente diversi dai nostri. Le città europee sono molto affollate, di solito, si vive in centri dove tutto è a portata di mano: centri commerciali, parchi, divertimenti di ogni genere, musei e così via. Il covid-19, come ben sappiamo, tende a diffondersi, proprio là dove ci sono assembramenti, dove i contatti sono frequenti e inevitabili. In altre zone del mondo, ad esempio in tanti stati d’America, ma anche altrove, le case sono costruite con una distanza l’una dall’altra, anche di svariati chilometri. In quei territori, le persone hanno uno stile di vita più lento, impiegano anche due ore di auto per andare a fare la spesa, abitudini per noi inconcepibili. La pandemia da covid e la necessità di distanziamento sta spingendo sempre più persone verso i borghi d’Italia, piccoli centri poco abitati, che presto potrebbero non esserlo più. Ripopolare vecchi borghi abbandonati, spesso incastonati nella bellezza della natura, potrebbe non essere un aspetto tanto negativo, per diverse ragioni. La riscoperta dei borghi italiani risolleverebbe l’economia di quei luoghi, darebbe una nuova spinta al turismo e fattore non poco trascurabile, renderebbe le città meno affollate e di conseguenza più vivibili. Da numerosi studi è emerso che lo smog è uno dei fattori, che potrebbe aggravare il quadro clinico di un paziente covid. Infatti, come ben sappiamo, il virus attacca i polmoni, e se questi ultimi già sono danneggiati dalle polveri sottili.

Ciò che possiamo fare per contenere il covid è evitare i luoghi affollati, trasferirci in zone meno abitate, se ne abbiamo la possibilità e cercare di non contribuire allo smog delle città. Gli spazi chiusi, come le scuole e gli uffici vanno spesso areate, permettendo il passaggio di aria, almeno ogni 20/30 minuti.

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