Morire positivo: Come vorresti il tuo funerale? Dying well o funeral party

Chi non ha mai pensato al giorno del proprio funerale?  Forse in molti; in effetti oggi non c’è molto tempo per pensare alla morte. Alcune persone anziane, invece, raccomandano di rivolgere un pensiero alla morte (alla propria si intende, non a quella degli altri) almeno tre volte al giorno. Dicono che si diventa più buoni, come a Natale.

Dopo gli scongiuri obbligatori si può entrare nel vivo del tema – “si fa per dire”

Forse è il caso di pensare alla morte, toccando ferro, è ovvio. In fondo, è l’altra parte della medaglia, poi è democratica, può sorprendere, per usare degli eufemismi. La verità è che da millenni si celebra il passaggio a miglior vita, il trapasso in modi diversi in tutto il mondo. Ogni popolo ha un suo stile, obbedisce a dei rituali per dire addio ai defunti.

La morte è stata sempre celebrata fin dai tempi degli Egizi, i quali, come ben sappiamo mummificavano i defunti. Il rituale islamico, invece prevede che il corpo venga lavato e avvolto in un lenzuolo, per poi pregare.

In molti stati dell’America i funerali si celebrano dopo circa sette giorni; nel frattempo il defunto viene imbalsamato, truccato, pettinato e posto nella camera ardente per le visite. Vi sono agenzie che organizzano tutto (visite, fiori, chiesa, annuncio sui giornali e così via). Dopo i funerali si usa andare al ristorante. In Italia solo da poco tempo ci si è organizzati un po’ meglio, tanto che anche nel nostro paese è possibile affidarsi ad agenzie per l’organizzazione completa dell’ultimo viaggio.

Da qualche anno, esiste perfino un sito web di comparazione dei prezzi delle agenzie funebri per zona.

In passato e ancora oggi in alcune parti d’Italia la morte è diventata “business”; a volte, infatti, le forze dell’ordine hanno scoperto accordi con cliniche ed ospedali e nel profondo sud è noto come la gestione delle pompe funebri stia in mano alla camorra (o una parte di essa).

Anche in questo campo molte cose stanno cambiando e l’ultimo saluto sta addirittura diventando green con uno stile wellness in molte parti del globo.

Infatti, nel mondo si sceglie di morire sempre meglio; si scelgono urne ecologiche o illuminate, lancio di lanterne nel cielo, spargimento delle ceneri. La tradizione ha vita difficile, è indubbiamente messa a dura prova oggi. La nuova tendenza è chiamata “Dying well”ed è stata inclusa nella top 8 dei trend benessere a cura del Global Wellness Institute. Sono state analizzate le più grandi novità alle quali molti si stanno adeguando; parliamo di feretri di vimini, di bare con design particolari, urne da sotterrare in giardino. 

Fra le altre novità, troviamo i cimiteri social, dove intrattenersi con eventi, spettacoli artistici e sfilate di moda. 

Il primo “Death cafè“, invece è nato a Londra nel 2011, dall’idea di un certo Jon Underwood, il quale organizzava incontri nella cantina della sua abitazione per parlare del tema “morte”. Si organizzano anche terapie di gruppo e stanno ritornando in voga i sensitivi.

Gli esperti parlano di cambiamento epocale, ma forse non è il termine esatto da usare, in fondo la tradizione si sta solo trasformando per essere al passo con i tempi.

La morte resta comunque un tema affascinante, molto più della vita; d’altra parte spesso è lei a far nascere i miti, ne ha fatti nascere così tanti! E proprio così, per avere successo bisogna essere morti, mezzi morti o non godere di buona salute. Si pensi a Mozart, forse il più grande esempio, il quale morì in miseria, senza nemmeno una bara e al seguito del feretro non vi era altri che il suo cane. James Dean, Lady D, Morrison, gente diventata mito grazie a lei: la morte. Diciamola tutta: se sei vivo non sei molto interessante.

Oggi, siamo diventati solo social e più sofisticati, ma la morte resta sempre quel mistero che non riusciamo a penetrare, per cui basta fare ironia per non averne più paura, in fondo si dice  Mal comune, mezzo gaudio. Meglio allora inventare nuovi modi per celebrare l’ultimo addio: luci, fiori e anche  uno spettacolo non è poi una cattiva idea. Si dice “pensare positivo”, allora perché non si può dire anche“morire positivo” ?

Non è una nuova moda; la morte è sempre esistita. Abbiamo solo bisogno di aggrapparci ai riti terreni per spiegarci quello che una spiegazione non ha.

A proposito di spettacoli le “piagnone” o prefiche esistevano già nella Magna Grecia e in Egitto, poi hanno avuto molto successo nel sud Italia, in particolare in Basilicata. Le professioniste del lutto (un mestiere inventato) venivano ingaggiate per piangere ai funerali. Le prefiche vestite di nero gridavano e piangevano, si strappavano i capelli e si graffiavano il viso, in pratica offrivano un servizio ulteriore al funerale, vendevano la “sofferenza”, era una sorta di spettacolo o meglio una tragedia. Le lacrime terrene, ancora una volta servivano per mandar via tutto il dolore, per dare più onore al defunto, per dimostrare quanto era amato. Per la stessa ragione servono i fiori, le lanterne e i party, le poesie e le canzoni, l’abbigliamento nero, la tristezza, la bara e il loculo, le foto. Serve ricordare, commemorare e trovare nuovi modi per farlo: con un concerto, una partita o una dedica speciale.

Conosco molti che hanno organizzato da vivi il proprio funerale fin nei minimi particolari. Voglio pensare che queste persone abbiano raggiunto una saggezza e una grandezza, ma soprattutto una serenità d’animo che ti permette di inserire un pensiero (che altri reputano negativo e da allontanare) nelle quotidiane preoccupazioni. Mi è capitato di osservare il volto e i movimenti di chi qualche giorno dopo sarebbe deceduto; credo che avvenga una specie di preparazione, il viso cambia espressione, è come se si iniziasse un percorso per accogliere il cambiamento imminente. 

I pensieri sono umani e non ne possiamo fare a meno; i rituali terreni sono utili tutti e anche quelli che inventeranno i nostri pronipoti. Però non servono a chi non c’è più, servono a noi vivi per rendere la morte meno incomprensibile.

 

 

 

 

Trucco permanente: una valida alternativa alla chirurgia estetica

Trucco permanente: cos’è e perché molte persone lo scelgono?

Molto spesso si è di corsa e i tanti impegni non consentono a tante donne di avere un aspetto decente; a volte basta solo un filo di trucco e un po’ di lucidalabbra per sentirsi bene con sé stesse. L’aspetto non è solo esteriorità, non vuol dire apparire ma stare semplicemente bene.

Una soluzione per risolvere la mancanza di tempo da dedicare a sé stesse è arrivata da un po’ di tempo; si tratta del trucco permanente. Bisogna considerare il tipo di lavoro e lo stile di vita condotto, il tempo che si impiega per truccarsi e struccarsi a fine giornata. Se mettendo questi elementi sulla bilancia, ci si accorge che il gioco vale la candela, è arrivato il momento di ricorrere al trucco permanente.

Trucco permanente: i Vantaggi

Il vantaggio più grande del trucco permanente è quello di avere un aspetto piacevole e curato sempre, sia di giorno sia di notte;  molte donne possono essere sempre in ordine con un viso ben curato e avere molto più tempo  da dedicare ad altre attività. Con il trucco permanente si possono perfezionare aree del viso come labbra, occhi e sopracciglia. La micro pigmentazione, ovvero trucco permanente ridefinisce, in pratica le parti del viso che hanno bisogno di piccoli ritocchi; questo tipo di trucco, infatti potrebbe avere un’affinità con la chirurgia estetica; nella sostanza vengono depositati colori naturali e ipoallergenici sul viso, inoltre questa soluzione è scelta da molti non solo per piccole imperfezioni ma anche per nascondere cicatrici.

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Quanto tempo dura il trucco permanente?

Quando si sceglie di sottoporsi a questo trattamento è possibile scegliere fra diversi tipi e la sua durata dipende da numerosi fattori. Innanzitutto vi è un preliminare esame istologico dei tessuti, e ciò è previsto dalla legge prima di sottoporre l’epidermide a determinati trattamenti. La durata del trucco permanente, per cui dipende dalla qualità del tessuto, dalla tecnica utilizzata, dall’età, dal tipo di colore impiegato nel trattamento stesso. Inoltre vi sono alcuni accorgimenti per allungare la durata del trucco, come ad esempio limitare l’esposizione ai raggi UV.
I pigmenti o colori utilizzati per realizzare il trucco permanente devono essere certificati in osservazione di quanto prevedono le normative europee,  e  ottenuti attraverso processi naturali al 100% e sterilizzati. Se si rispettano queste regole  i rischi di reazioni allergiche a questi prodotti sono praticamente nulli.

Trucco permanente: trattamento per le sopracciglia

Uno degli elementi più importanti sottoposti al trucco permanente sono le sopracciglia; una buona forma dona vivacità allo sguardo, tanto che puo’ addirittura cambiare radicalmente la morfologia del viso. Anche per questa parte del viso vengono utilizzate tecniche innovative. La maggior parte delle donne scelgono di tatuare completamente le sopracciglia:si tratta di un grave errore nel quale spesso si incorre quando non ci si rivolge a professionisti del settore.  Infatti è più indicato intervenire utilizzando colori bioassorbibili e un trucco chiamato semipermanente grazie alla tecnica poco invasiva rispetto ad un normale tatuaggio. Inoltre, gli esperti non consigliano di tatuare le sopracciglia, perché si tratta di una zona molto delicata che potrebbe essere più sensibile al trattamento con i colori. Infine le sopracciglia tatuate con l’avanzare dell’età potrebbero inarcarsi e provocare un effetto non perfettamente estetico.

Trucco permanente: le labbra

Anche per le labbra vi sono diverse tecniche per ridefinirne il contorno e i colori.  Le persone che si sono rivolte alla chirurgia estetica per rifare le labbra, spesso si sono pentite; infatti,  su questo tratto del viso possono essere evidenti gonfiore, tanto da rendere palesemente visibile il ritocco effettuato.  Il trucco permanente interviene sulle labbra in modo naturale, per migliorarle e non radicalmente trasformarle. Con una buona tecnica e con una sapiente combinazione dei colori si possono ottenere ottimi risultati.

In quali casi il trucco permanente è sconsigliato?

Prima di sottoporsi a trattamenti di trucco permanente è necessario effettuare alcune indagini, che possano evidenziare eventuali patologie legate all’epidermide. Spesso, allergie, infezioni o dermatiti non consentono a molte donne di  sottoporsi al trucco permanente, per questo motivo sarà necessario farlo ( se si decide di farlo comunque) sotto stretto controllo medico. Inoltre, andrà valutata la possibilità di effettuare il trattamento, se il viso è già stato sottoposto ad interventi di chirurgia estetica o in presenza di profonde cicatrici. Altri casi nei quali è consigliabile consultare uno specialista prima di sottoporsi al trucco permanente, sono la presenza di gravi patologie in generale, come diabete, depressione, se si assumono anticoagulanti e anche in gravidanza.

 

 

Sai Riconoscere un Narcisista?

Chi era Narciso? Oggi per Narcisista si intende una persona innamorata sé stesso, anche se in realtà Narciso era un personaggio mitologico. Questo personaggio nella mitologia greca ha una grande bellezza e disprezza chiunque lo ami. Gli Dei lo puniscono, per cui lui si innamora di sé stesso specchiandosi nell’acqua ma cade nel lago e muore.

800px-narcissus-caravaggio_(1594-96)_edited Michelangelo Merisi da Caravaggio: Narciso (1594-1596). Roma, Galleria nazionale d’arte antica

E’ sbagliato essere Narcisisti? Chi non lo è più o meno? amare sé stessi a volte è segno di autostima, forse diventa sbagliato solo quando è un motivo per disprezzare gli altri. La psicologia ha studiato molto questo aspetto, riconoscendo alcuni tratti del carattere narcisista. Il punto è capire quando diventa patologia. Se osserviamo il mondo che ci circonda e soprattutto i social possiamo analizzare meglio il fenomeno, anche perché possiamo trovare tantissimi casi. Secondo la scienza il Narcisista tende a creare una falsa immagine di sé, per sfuggire a quella reale, la quale spesso ha molti punti deboli.

Di solito il Narcisista vero ha creato nella sua mente un’immagine che è lontanissima anni luce dalla verità, per cui immensa, grandiosa, impeccabile ed esemplare solo per usare pochi aggettivi; il Narcisista ne avrebbe tantissimi altri.

In fondo non è molto difficile riconoscere un Narcisista, perché prima di tutto parla molto di sé, di ciò che fa, di quanto è bravo, di quanto è capace; ama avere l’attenzione continua, stare sotto ai riflettori ed essere il protagonista assoluto. Sembra poco? Invece è tanto, anche se ce n’è ancora e per tutti i gusti, perché il Narcisismo si manifesta in mille modi.

Il disprezzo per gli altri: l’altro deve essere più piccolo affinché lui possa sembrare grande. Ha un interesse falso nei confronti delle persone; all’inizio sembra innamorato e ciò serve per avere in cambio ammirazione e approvazione. Il Narcisista vero tende a manipolare le persone e a strumentalizzare sentimenti ed emozioni, in base alla regola di “Lui al centro del mondo”.

Il Narcisista pensa agli altri come a qualcosa legato a sé, non comprende che una persona è e può essere qualcosa di diverso; a volte i Narcisisti percepiscono i proprio simili  come strumento per raggiungere determinati scopi. Un Narcisista patologico è ad esempio un genitore che proietta sul figlio tutti i suoi sogni e le sue aspettative, senza chiedersi quali sono davvero le aspirazioni di quel figlio. Molti genitori tentano di soddisfare solo il loro egoismo, mettendo al mondo dei figli, come semplice proiezione di sé stessi.

Sono davvero tanti i modi e gli aspetti attraverso i quali percepiamo atteggiamenti narcisisti da parte delle persone che ci circondano. Possiamo analizzare questi aspetti, senza strafare, né sconfinare nella scienza (quella è un’altra cosa), perché al riguardo vi sono molti autorevoli studi. Spesso anche atteggiamenti di chiusura e sfuggenti nascondono un forte narcisismo, come quello di evitare il confronto con gli altri restando sulle proprie posizioni.

Vi capita mai di sentirvi a disagio in presenza di qualcuno che fa di tutto per apparire, per parlare e stare al centro dell’attenzione? Chiediamoci cos’é che ci da fastidio.

Con l’avvento dei social chi sono quelli che postano ogni momento della giornata? Sono Narcisisti quelli che vogliono far apparire la loro vita felice e meravigliosa a tutti i costi?

 

 

Come praticare la gioia dell’attesa

La felicità è fatta di piccole cose, essa non dipende dalle grandi scelte ma da qualcosa di diverso. L’attesa è essa stessa piacere – si sente spesso questa espressione, in realtà  si tratta di modi di dire o luoghi comuni, ma quanto c’è di vero? Cos’è l’attesa?

Vivere il presente – Attendere vuol dire vivere nel futuro?

Qualcuno sostiene che bisogna vivere il momento, ossia l’attimo senza incursioni nel passato e soprattutto senza pensare al futuro. Molto si è scritto riguardo alla mente e al superaffollamento di pensieri,  infatti,  quelli negativi, sicuramente non procurano gioia. Quando si rimugina su qualcosa o si hanno pensieri fissi, di sicuro non stiamo facendo la cosa giusta.

Un libro molto interessante,  il potere di adesso di Eckhart Tolle, spiega come liberarsi dal “corpo di dolore” ovvero dalla mente e dalla sua negatività. Questo testo è una guida all’illuminazione per la scoperta del “qui e ora” ed ha venduto milioni di copie; tante persone sono riuscite a ritrovare la luce giusta ma ovviamente in questi casi concorrono tantissimi fattori, fra i quali la predisposizione, il carattere;  a volte la consapevolezza avviene in un momento particolare della vita o dopo ungrande dolore, per cui tutto è soggettivo. Sulla stessa lunghezza d’onda è Mindlessness, un nuovo tipo di meditazione che ha come principio base, proprio quello di liberare la mente.

L’attesa: parliamo di altro

L’attesa è qualcosa di diverso dalle elucubrazioni mentali e dai pensieri negativi; è semplicemente la gioia di aspettarsi qualcosa. La vera felicità sa sempre di intimo e personale,  nasce dal piccolo. E’ chiaro che l’animo e lo spirito vanno nutriti e difesi; per raggiungere la serenità spesso bisogna attraversare grandi sofferenze, ma la natura umana ha dentro di sé un grosso potenziale. La gioia e la felicità sono dentro di noi, basta solo tirarle fuori – Fosse facile! – qualcuno potrebbe pensare –  Per farlo è necessario avere la mente sgombra da negatività, questo tutti lo possono sperimentare  – ( raggiungendo una buona meditazione con tanto esercizio si può anche arrivare alla totale assenza di pensieri), però, nel frattempo, la mente  possiamo riempirla di cose piacevoli come l’attesa.

Ma cos’é la gioia delle piccole cose ovvero delle attese? Se parliamo con un collezionista, lui ci dirà che prova una grande soddisfazione quando aspetta il plico dell’oggetto che gli serve per arricchire la sua raccolta. Spesso ci capita di inviare una mail per richiedere semplicemente un’informazione; per questo motivo aspettiamo quella notizia per poter poi agire e sbrigare qualche faccenda personale. Prima dell’avvento dei network si scriveva agli amici e ai parenti lontani; scrivere una lettera era un momento sacro, durante il quale ci si concentrava per trovare le parole giuste e poi si aspettava la risposta. Ci si recava all’ufficio postale e si imbucava la lettera con un grande sorriso sulla faccia.

Oggi postiamo sui social un pensiero o una foto e attendiamo tanti like e commenti, in alcuni casi questa pratica diventa quasi un’ossessione, un modo per ottenere approvazione dagli altri. Sbagliato. Non deve essere qualcosa che ci assilla, ma un’attività spontanea e deve avere lo stesso posto che ha il momento del caffè, con le stesse modalità e tempi. Si possono prendere due o tre caffè al giorno, sorseggiandolo, stando seduti e rilassati godendosi la pausa. I network servono per uno scambio rilassato di idee, sono solo un nuovo modo di comunicare ed in questo non vi è nulla di male, se preso in dosi giuste. Anche un coltello può avere diversi utilizzi; ci si può tagliare il pane o compiere un assassinio. Se i Network diventano una patologia, bisogna curarsi. Tutti li frequentiamo e conosciamo tante realtà spesso anche pericolose, ma questo è un discorso a parte, si sta parlando di attesa, anche se spesso abbiamo l’abitudine di divagare.  

Dobbiamo fare sempre in modo di aspettarci qualcosa; ogni giorno dobbiamo mettere in moto il meccanismo dell’attesa e poi semplicemente attendere, fare in modo che il tempo ci sia amico e che lavori per conto nostro. L’attesa ha un valore enorme ed anche un significato profondo, se vogliamo.

Siddartha a chi gli chiedeva cosa sapesse fare, gli rispondeva: <<Io so meditare, digiunare e aspettare>>.  In uno dei suoi libri più famosi Hermann Hesse analizza un aspetto fondamentale dell’essere umano, gettando uno sguardo sul futuro fino ad arrivare ai tempi nostri, come spesso tanti filosofi fanno.

Lo scrittore tedesco, infatti, guardava lontano proponendo uno stile di vita che contemplasse il digiuno, la meditazione e l’attesa. Un uomo che ha queste tre cose ha tutto.  Vediamo perché – Digiunare (questa parola fa pensare al cibo, ma non è affatto così)  – Digiunare vuol dire saper rinunciare,  soprattutto a cose futili ( all’auto, allo smartphone e a tutte quelle cose che riteniamo necessarie – di indispensabile in realtà vi è molto poco, come ad esempio l’aria ) –  L’uomo di Hesse sapeva aspettare; questo non vuol dire restare immobile, anzi  significa continuare la propria vita, svolgendo le attività di sempre con serenità e gioia. Secondo il pensiero dello scrittore ogni cosa torna al suo posto, ciò che deve accadere accadrà senza grossi sforzi, per cui non bisogna affannarsi in modo eccessivo – Ecco perché Siddharda sapeva aspettare – Chi non sa aspettare, oggi si riconosce subito – Sono quelli che vanno sempre di fretta, che credono di aver fatto tutto e invece non hanno fatto nulla, quelli che vogliono dare tremila cose e dimenticano che la giornata è solo di 12 ore – 

Infine Siddharta sapeva meditare. La meditazione è una pratica sula quale si sono spese tesi e libri di ogni genere, fino ad arrivare ai giorni nostri. Ciò che Hermann Hesse intendeva dire è che tutta la realtà necessita di un filtro, che è la nostra coscienza. Meditare vuol dire anche farsi attraversare da fatti ed eventi,  e restare sempre gli stessi, è saper ritrovare in mezzo alle tempeste della vita un angolo di pace e serenità e farlo diventare uno stile di vita.

 

Soluzioni abitative intelligenti: Less is more

Il minimalismo è all’origine della più recente “decrescita felice” o arte dell’essenziale. Come parola stessa vuol dire possedere di meno.

D’altra parte la decrescita  predica proprio l’opposizione ad un modello di vita che costringe a correre e lavorare per acquistare oggetti, che il più delle volte abbandoniamo in un cassetto.

La filosofia Less is more l’hanno sposata in molti, e sono proprio loro ad affermare di essere felici di tale scelta. L’architetto Leonardo Di Chiara, ad esempio ha creato uno spazio abitativo di soli 8 mq. Si tratta di una piccola casa mobile e l’ha portata in giro per l’Europa a manifestazioni ed eventi, fondendo la sua idea di abitare con la passione per il design.  Video da Youtube

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La casa costruita dal giovane architetto pesarese oltre ad avere tutto il necessario per vivere bene, grazie alle sue dimensioni può essere trasportata da un’automobile, proprio come una roulotte. 

Ma Less is more non si adatta solo alle abitazioni, ma è una filosofia di vita che è stata trasferita da tempo nella tecnologia e nell’abbigliamento, come nel lavoro. Ciò che ci circonda ha una chiara influenza emotiva su di noi, per questo è importante prestare molta attenzione alla cura delle cose. Circondarsi di cose essenziali vuol dire mettere ordine intorno a noi e nella nostra mente. I minimalisti ad esempio, non comprano mai un capo d’abbigliamento se non si sono disfatti di un altro.

Qual è la filosofia alla base del minimalismo?

Il punto base da cui partire è sicuramente quello di sbarazzarsi del superfluo; una volta compreso questo concetto siamo a metà della strada. Una buona regola è quella di chiedersi prima di acquistare un oggetto se è necessario farlo, se quella cosa servirà davvero alla nostra vita, se ci risolverà un problema.

Prima regola: Rimandare – Oggi si parla molto di emozione dell’acquisto. In questa epoca storica in cui l’e-commerce fa un fatturato da capogiro, ci si interroga ancora su nuove azioni e soluzioni per rendere l’acquisto un’esperienza indimenticabile. Se ci pensiamo è vero, quando si decide di comprare qualcosa entrano in ballo mille aspetti e allora perché non godersi quel momento? L’unico modo per farlo è appunto rimandare l’acquisto, infatti comprare per fretta o mancanza di tempo è sempre un errore.

La bellezza dell’acquisto sta nel fatto di farsi una prima idea di quel paio di scarpe o quell’oggetto per la casa; cercare informazioni e leggere qualche recensione, andare anche in un negozio fisico e provare, toccare con mano la qualità, la sensazione che l’oggetto che vogliamo scegliere ci dà.

Seconda regola: Eliminare le distrazioni – Meglio concentrarsi su un oggetto alla volta, eliminando ogni giorno qualche altra fantasia che ci frulla in testa. Il cervello, si sa può essere un vulcano di idee pronto a scoppiare, cerchiamo di tenerlo a bada, ne guadagneremo sicuramente.

Terza regola: Qualità – Alla base dello stile less is more c’è la qualità. Questa regola si applica non tanto agli oggetti da acquistare ma alle cose che facciamo; meglio fare una o due cose e farle bene che cento fatte male. Se ci pensiamo bene, comprenderemo che la qualità ripaga sempre in tutti i settori, soprattutto nel lavoro. L’applicazione di questa regola è fondamentale per prendersela comoda e per godersi in pieno le attività che svolgiamo. Lavoriamo ad un progetto? Definiamo un piano, lavoriamoci mezza giornata ma senza la fretta di finire; riprenderemo il giorno dopo o fra una settimana, sicuramente con un’energia nuova. Il raggiungimento di buoni risultati sta sempre nel saper aspettare e nell’apportare ad un lavoro qualcosa di nuovo ogni giorno. Anche per i capi di abbigliamento o per qualsiasi altro oggetto vale questa regola, infatti acquistare cose a basso prezzo non sempre è un grande affare, a meno che non si tratti di capi in svendita o in saldi. Avere tre maglie che dopo il primo lavaggio sembreranno vecchie e occuperanno solo posto nell’armadio non serve; meglio acquistarne una di media qualità, magari si spenderà anche meno delle tre messe insieme.

Quarta regola: non essere rigidi – Non bisogna per forza eliminare tutto: abbigliamento, oggetti ecc., nel senso che non deve essere una forzatura. Ovviamente quando prendiamo in mano un oggetto o una maglia che non utilizziamo da due o tre anni, probabilmente è arrivata l’ora di disfarsene.

Quinta regola: tenere solo le cose che aggiungono valore – Spesso conserviamo oggetti e documenti che hanno tantissimi anni; chiediamoci se ha ancora un senso o se è importante per noi creare una nuova vita attorno allo spazio che occupano da venti o trent’anni quelle cose. 

Sesta regola: Rimuovere il superfluo – Prendiamo la sana abitudine di eliminare qualcosa di superfluo ogni giorno, magari anche documenti o file dal pc; in questo modo avremmo fatto un po’ di spazio intorno a noi, e dato al nostro ambiente nuova vita. 

Molti vorrebbero eliminare lo stress, ma ciò può avvenire se riusciamo a vivere meglio e con più gusto; altri vivrebbero meglio senza la suocera, ma questo è un discorso a parte. Nei rapporti anche è possibile fare pulizia, molti infatti, nei social usano passare in rassegna tutti i loro amici ed eliminare quelli che non conoscono o quelli con i quali non hanno mai interagito. Questo può valere per alcuni, certo è che se ci fa stare bene è meglio farlo. Personalmente credo che vi siano persone che svolgono attività per le quali hanno bisogno di seguaci come gli artisti, gli scrittori, professionisti e chiunque riceva benefici dall’avere molti contatti. 

Nella vita reale è anche vero che vi sono dei rapporti tossici, relazioni con persone negative, per cui non è del tutto sano continuare, anche in questo caso vale il Less is more, anche se vi è un proverbio arrivato secoli prima della frase in inglese: meglio soli che male accompagnati.

 

 

 

 

Come rendere l’Inverno la stagione più bella

Freddo: ci aspettano i mesi più rigidi

A Natale il freddo si mescola alle luci e alle feste, e al buon cibo ovviamente. La dura realtà è invece che l’inverno  è ancora davanti; i mesi più freddi devono ancora arrivare, e sono almeno i prossimi tre.

La maggioranza delle persone odia la stagione fredda, perché spesso costringe a stare in casa e il cielo grigio e nuvoloso mette di cattivo umore. Questo mito però si può sfatare.

Esistono alcune strategie e modi per rendere l’inverno più piacevole. In primo luogo, tranne per  le nevicate e le piogge intense, l’inverno molto spesso regala giornate piene di sole anche se freddissime. Il nostro corpo ha bisogno di sole e soprattutto di stare all’aria aperta, allora quale migliore regola quella di approfittare del sole anche nelle giornate invernali per passeggiate al parco o nelle isole pedonali che alcune città realizzano nei giorni festivi? Cappello, sciarpa e cappotto e il sole nell’aria fredda può essere un vero toccasana. Inoltre, vi sono alcune palestre che restano aperte anche di domenica, per cui chi ama l’attività fisica può farla anche quando piove.

Rose invernali

Ovviamente arriveranno giornate di pioggia, durante le quali ci si sentirà più limitati e con la voglia di oziare o dormire; queste cose non sono da demonizzare del tutto, anzi il riposo e mettersi in stand-by serve alla mente come al corpo per recuperare le energie. Le ore che chiamiamo “vuote” in realtà non lo sono mai veramente; qualche ora di ozio rigenera e rinvigorisce la fantasia, per cui se qualcuno pensa che due ore passate a letto o sul divano siano state inutili, si sbaglia.

Un altro segreto  fondamentale è quello di creare una casa più accogliente; molte riviste di arredamento, infatti sono prodighe di consigli in questo senso. Oltre al riposo e all’ozio moderato, se il tempo ci costringe a chiuderci in casa, sono molte le attività che si possono svolgere.

La prima cosa da fare per rendere la casa accogliente è la pulizia e l’ordine; queste due attività fanno  ordine anche nella mente e rendono piacevoli le ore passate in casa. La creatività deve essere stimolata ed è importante avere piccoli angoli per i propri hobby. Ad esempio un angolo lettura può essere realizzato su una poltrona, un letto con tanti cuscini, con un tavolino per poggiare occhiali, libri e tazze di tè o caffè. Inoltre è importante avere l’angolo lettura in prossimità di finestre per avere tanta luce a disposizione.

Lettura rilassante

Oggi è possibile leggere un numero illimitato di libri attraverso nuovi dispositivi digitali come gli e-reader; alcuni siti offrono promozioni molto vantaggiose, tanto che l’inverno può diventare la stagione ideale per fare scorpacciate di libri, nutrendo così mente e spirito.

Internet da molti anni è entrato nelle nostre case, ma meglio farne un uso limitato ed intelligente. La rete può darci una mano ad organizzare una cena o consigli utili se abbiamo un’idea in particolare. Su youtube è possibile guardare film, ma anche se non abbiamo abbonamenti a tv a pagamento, oggi la televisione offre un ventaglio di canali tutti diversi fra loro, per cui qualche ora per un documentario o un film interessante può essere un’altra grande idea per stare occupati.

Inoltre è importante creare angoli verdi, prendendosi cura delle piante e posizionandole dove arriva la luce. Chi ama la musica può organizzare serate nelle quali ascoltare buona musica, si trova sempre un amico che sappia suonare uno strumento musicale, la musica dal vivo è il top.

musica dal vivo

Il tempo a casa si può anche utilizzare nella cura del proprio corpo. Una vasca da bagno comoda, prodotti profumati e creme possono trasformarsi  in un vero e proprio centro benessere dove passare preziose ore di relax.  Gli olii essenziali in acqua calda rendono l’atmosfera rilassante, come la lavanda in particolare.

Una casa accogliente è un buon motivo per invitare amici per un pranzo o una cena o semplicemente per un caffè. Nella stagione fredda si è più portati a preparare pranzi gustosi accompagnati da una buona bottiglia di vino, che esprime convivialità allo stato puro, con attimi di allegria.

cucinare piatti gustosi

L’inverno può diventare la stagione della meditazione e della lettura, della pittura per chi ama dipingere o collezionare tappi di bottiglie o francobolli, la stagione in cui si creano momenti rilassanti dando spazio ad  emozioni vere, senza rinunciare a nulla. Il cattivo tempo e il freddo possono diventare un ottimo motivo per tirare fuori nuove idee assaporando ogni momento.

 

Un meraviglioso modo per rilassarsi? Colorare

La mente è qualcosa di unico, è il motore della nostra vita e dei nostri movimenti, delle scelte che facciamo e influisce sulla qualità della nostra vita.  Come scaricare lo stress: è una domanda che almeno una volta nella vita ci siamo fatti. Forse non esiste una risposta definitiva, ma tante e diverse.

Bisogna spegnerlo il cervello a volte, rilassarsi e godere di momenti tranquilli. Ne usciremo rinvigoriti e rigenerati, lo dice la scienza. Infatti numerosi studi autorevoli affermano che colorare attiva la creatività, attraverso alcune aree cerebrali. Infatti, ne è nata una tecnica vera e propria chiamata colorare lo stress.

In che modo ci liberiamo dall’ansia e dallo stress?

In base a quanto emerso da ricerche scientifiche, sembra che colorare attivi la coordinazione fra occhio e mano, favorendo l’inibizione del sistema emotivo, permettendoci quindi di scaricare lo stress.

Mentre coloriamo l’attenzione si focalizza sul movimento della mano e sull’azione vera e propria, distogliendoci da pensieri negative e preoccupazioni inutili. In negozi specializzati si trovano quaderni per colorare anche per adulti, con numerosi soggetti che vanno dalla vegetazione ai mandala, animali ecc. Molte persone hanno trovato giovamento con questa tecnica e sono riuscite a scaricare lo stress.

Quando facciamo qualcosa che ci gratifica e che ci diverte entriamo in un luogo dove ritroviamo il nostro io, permettendoci di prendere contatto con noi stessi. Troppo spesso, la vita ci porta a vivere ritmi frenetici e snervanti, senza che il cervello stacchi mai nemmeno per un secondo. Si tratta di una forma di meditazione, affermano i ricercatori, ed è proprio vero.

colorare antistress

Carl G. Jung, psicologo è stato fra i primi ad utilizzare questa tecnica di rilassamento. Il medico ha usato i colori per curare lo stress dei pazienti, con vere e proprie sedute, simili a lezioni di Yoga o meditazione. Vi è molto di più nel colorare, oltre alla concentrazione che si sviluppa su una singola attività, vi è anche l’appagamento e la gratificazione di finire il progetto iniziato ed ottenere, quindi un risultato. Il famoso psicologo utilizzava i mandala per la scoperta dell’io più profondo. Se colorare si inserisce in un progetto di terapia guidata per ottenere dei risultati, in quel caso è giusto parlare di terapia.

I dubbi sul colorare per scaricare lo stress

Diciamo pure che, molti studi sono ancora in corso. Vi sono molti aspetti, molti dei quali legati anche alla scelta dei colori, la quale può dirci molto sul carattere, ma anche sullo stato dell’umore. Ad ogni modo è importante l’approccio, cioè come ci si avvicina alla colorazione, perché parliamo di colorare disegni già ben definiti. Per alcuni potrebbe anche diventare un’ossessione, per completare quanto prima la colorazione. Pareri discordanti ci sono anche per la definizione di “Arte creativa”; molti, ad esempio non sono daccordo con questa definizione, perché si riempie solo un disegno già fatto da qualcuno, per cui di creativo non c’è nulla.

E’ sempre bene stare molto alla larga da facili modi di dire e definizioni, come già detto è il modo con il quale ci avviciniamo all’attività di coloring che fa la differenza.

Se lo si fa da soli o in compagnia, vale la pena di avvicinarsi con animo sereno e con la volontà e la consapevolezza di voler passare ore di spensieratezza e di relax. Il risultato lo potremmo monitorare noi stessi, con un’attenta analisi sul nostro stato emotivo.

Le 9 regole per arredare casa

Lo stile forse non si può insegnare, ma è possibile riuscire a trasformare un appartamento in qualcosa che ci piace, attraverso qualche consiglio giusto. D’altra parte una casa deve esprimere la personalità di chi vi abita.

Non bisogna disdegnare internet, quale fonte di idee e spunti talvolta molto utili e interessanti dai quali partire e costruire il nostro nido. Per cui va bene ricercare e visionare le soluzioni presenti sul web.

Ecco 9 regole che possono esserci d’aiuto:

Regola numero 1

Prima ancora di scegliere l’arredamento e lo stile, bisogna scegliere la casa: piccola, grande, con spazi ben divisi o unico ambiente. Tutto questo dipende dalle abitudini, da quali sono le nostre passioni, il lavoro, i bisogni. La dimora deve assecondare e facilitare la nostra vita e tutto ciò che facciamo. Vi sono persone che amano cucinare, per cui sceglieranno un ambiente in cui vi sia ampio spazio per la cucina. Chi ama ricevere amici o fare incontri di lavoro opterà per un living aperto e confortevole, infine vi sono i creativi che ameranno lo studio o il laboratorio per creare, scrivere, leggere, studiare o dipingere. Piazzeranno una scrivania e un pc, oppure una poltrona se amano i libri, cavalletto con l’attrezzatura occorrente per la pittura.

Regola numero 2

Quando qualcuno pensa di non avere idee sull’arredamento della propria casa non sta dicendo il vero. La verità è che non si sono viste abbastanza cose e soluzioni possibili o almeno non quelle che si adeguano al nostro stile di vita. La regola numero 2, dunque è vedere, cercare il più possibile e in tutti i luoghi: internet, riviste di arredamento, case di amici.

Regola numero 3

E’ una regola che vale sempre: liberarsi costantemente del superfluo. Ripulire le nostre stanze da oggetti, scartoffie inutili e non utilizzati serve a mettere ordine sopratutto nella testa. Il senso di ordine e di pulizia che ci invaderà  farà spazio al nuovo, a ciò che amiamo veramente.

Regola numero 4

Se possibile, scegliere mobili e suppellettili fatti da materiali naturali, con colori che rispecchino l’armonia che si desidera.

Regola numero 5

Studiare bene la disposizione di mobili e oggetti. Non arrendiamoci mai se lo stile nel comporre l’arredo non ci convince. Oggetti da collezione, trofei oppure minisculture acquistate durante viaggi in località lontane possono essere composte in modo da restituire una buona visione come delle piccole scenografie gradevoli all’occhio.

Regola numero 6

Sfruttare al massimo gli spazi. Mobili e divani spesso aiutano a riporre cose, come cuscini, coperte, piccoli oggetti di uso comune.

Regola numero 7

Creare l’atmosfera giusta. Trasformare una casa in una dimora accogliente e intima non è tanto difficile; possono aiutare le piante, anche piccole riposte sapientemente per terra o su un ripiano, oggetti, cornici e quadri.

Regola numero 8

Scegliere bene i colori delle pareti. Infatti, le diverse tonalità possono fare la differenza. Per un’ambiente piccolo, ad esempio meglio optare per colori chiari, i quali rendono l’idea di spazi più ampi.

Regola numero 9

Una nuova tendenza anche economica è quella di attaccare alle pareti gigantografie o fotografie di varie dimensioni. Vi sono diverse tecniche: infrarosso, HDR, highspeed, doppia esposizione.

La tecnica infrarosso, ad esempio è un metodo per ottenere foto con colori alterati e per creare paesaggi suggestivi giocando con i colori.

Spesso si decide di coprire una parete con un panorama che ci rende felice, per immaginare di stare nel luogo tanto amato, magari al mare o a New York; anche in casa la fantasia può giocare a nostro favore.

Casa piccola o grande

Infine una casa piccola va arredata con l’essenziale, in modo da non appesantire troppo l’estetica; per cui no a troppi quadri e stampe, cornici e oggetti ornamentali.

Less is more, ad esempio è diventata una filosofia negli ultimi tempi; una frase coniata dall’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe vuol dire costruire sull’essenziale. Si tratta di una filosofia che può essere applicata anche in altri contesti, da quello lavorativo a quello della vita strettamente quotidiana. Questa filosofia è partita dall’architettura per diffondersi e trovare impiego in molti altri settori. Il concetto è applicabile all’arrendamento e agli oggetti, che devono essere essenziali per non appesantire lo svolgimento della vita stessa e soprattutto la mente.

Da che idea partire?

Prima di arredare la nostra casa di sicuro abbiamo un’idea anche se non è precisa, anche se non è perfetta; un trucco per poter partire e costruire il nostro habitat naturale è quello di prendere un oggetto oppure un mobile, un tappeto e poi popolare lo spazio attorno a quel particolare.

Arredare casa: Cosa fare e cosa non fare?

  • evitare di usare colori scuri, i quali fanno sembrare gli ambienti meno spaziosi e riflettono e sfruttano poco la luce naturale del sole;
  • non attaccare troppi quadri e stampe alle pareti; preferire invece qualche specchio;
  • non mettere mai insieme stili diversi: antico e moderno, barocco ecc.;
  • illuminare con lampade i punti bui senza finestre e balconi, rendendoli più vivibili;
  • valutare la possibilità di controsoffittature, che se non altro potrebbero servire alla conservazione di coperte, cambi stagione, scarpe ecc.;
  • occhio all’ingresso di una casa, è quella la parte dell’appartamento che ci accoglie; meglio, quindi entrare direttamente in un ambiente aperto o un salone;
  • preferire porte a scomparsa, che danno la possibilità di sfruttare al meglio gli spazi a disposizione;
  • mettere cuscini o altri oggetti comuni a portata di mano; tavoli o tavolinetti per poggiare cellulare e chiavi o documenti e oggetti di uso frequente;
  • è importante avere l’essenziale, per cui periodicamente liberarsi di oggetti e cose che non servono più

Individuare  il nostro stile non è facile; quello giusto sarà quello che ci appartiene e che esprime al meglio noi stessi. E’ una questione di continua ricerca.

 

 

 

 

 

 

Affitta una famiglia: in Giappone è già un business

Fake friend? Made in Japan. La tua vita social non ti soddisfa? hai bisogno di affetto? Nessun problema, ci sono agenzie che pensano davvero a tutto.

I sondaggi parlano chiaro, almeno in Italia e in gran parte d’Europa è proprio così: sempre più single e  più persone sole. Però in Giappone gli affetti si affittano. Pare che sia in atto una grande rivoluzione legata ad un business sempre in crescita. Anche in Giappone sembra che il fenomeno della “solitudine” sia proporzionale allo sviluppo industriale ed economico. Che la solitudine fosse un potenziale business, a questo nessuno ci aveva mai pensato. Che l’apparenza diventasse qualcosa da coltivare e addirittura su cui investire era impensabile fino a poco tempo fa.

Chissà se è il caso di disperarci, di essere tristi o felici pensando ai  numeri di questa tendenza.

Negli ultimi tempi si è parlato molto anche di “uteri in affitto”, ma la mente umana ancora non era arrivata ad immaginare che si potessero fare affari  addirittura sui sentimenti.

Nel paese nipponico vi è una tasso di natalità fra i più bassi al mondo. Da molti anni questa tendenza è anche italiana, tanto è vero che i governi spesso hanno tentato di attuare politiche a sostegno delle famiglie tradizionali. Ma di famiglia “vecchio stile”, con mamma, papà e figli ce ne sono sempre di meno. Il modello familiare ha subìto notevoli cambiamenti; vi sono spesso famiglie allargate (all’interno delle quali possiamo trovarci di tutto), gran parte della popolazione è composta da persone anziane, si fanno sempre meno figli e il numero dei single è notevolmente cresciuto.

come affittare una famiglia

Non si scommette più sulla famiglia? Non ci si mette in gioco, non si azzarda più l’amore?

Mentre ci poniamo questi interrogativi filosofici, in Giappone sono nate imprese che stanno riscuotendo un grande successo, le “Rent a family”; si tratta di agenzie dove si possono noleggiare gli affetti o meglio  “finti affetti”.

In coerenza con questo trend nelle  “Rent a family” è possibile trovare un fidanzato di facciata per accontentare i genitori, un nonno che stia con i bambini, un papà, una mamma, un fratello o una sorella dove non ci sono.

Per comprendere la portata del giro d’affari, si parla di 500 milioni di yen all’anno (difficile quantificare – basti pensare che 1.000 yen corrispondono a  € 7,69) fatturati da “Family Romance”, una delle prime agenzie dei parenti in noleggio. 1500 sono i collaboratori che lavorano su tutto il territorio nazionale (si tratta di persone comuni o addirittura di attori). Queste persone sono disponibili per diventare ciò che vogliamo.

Le agenzie servono anche per rilanciare la propria immagine sui social ed anche questo è  made in Japan. Può accadere di avere poche idee, pochi amici e pochi selfie.

Il dramma si risolve noleggiando amici, rigorosamente “fake”, con i quali lasciarsi fotografare a cene, viaggi ed eventi in modo da assicurarsi che la reputazione-immagine social goda di buona salute. Questo perché con l’avvento dei social, dare l’immagine di una vita ok, di essere ok , di fare cose ok e che tutto va ok è ovviamente OK;  la realtà passa in secondo piano.

Come si utilizzano le nuove idee e i nuovi strumenti, questa è la cosa più  importante. Le agenzie che aiutano ad essere più social o ad apparire migliori, che si propongono di risolvere il problema della solitudine sembrano una parodia, l’esasperazione di qualcosa che ci sta sfuggendo di mano. Probabilmente nate con buoni propositi, c’è da chiedersi come mai ci sia stato un boom di richieste; come mai fanno tanti affari?

Oggi vi è una ricerca costante dell’immagine e dell’apparire ad ogni costo; è importante dare un segno della propria esistenza: se non sei social, se non comunichi che sei vincente non esisti.

Si potrebbe, invece scavare nei motivi profondi della nascita di queste agenzie e realizzare che potrebbero svolgere una funzione sociale importante: quella di fare da collocamento fra chi ha bisogno di compagnia e chi è disposto a dare una mano all’altro. Tutto questo dovrebbe essere gratis e non costoso o a buon mercato.

D’altra parte la famiglia tradizionale potrebbe essere qualcosa di costruito, se si guarda da un altro punto di vista. Viviamo in una società che ha standardizzato tutto: bisogna sposarsi, bisogna avere figli e nipoti, la famiglia “normale” è quella composta da due genitori e figli e così via. Lo standard potrebbe esistere solo nella nostra mente e i mutamenti ce lo stanno comunicando ampiamente. Da secoli la società ci vuole imporre modelli; probabilmente oggi c’è bisogno di cambiare, in meglio però, con umanità; è quella che dovrebbe essere uno standard.

I social sono solo uno strumento che dovrebbe aiutarci a vivere bene e a sfruttare al meglio le opportunità che la vita reale ci offre.

 

 

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