Verso gli Stati Uniti d’Europa: considerazioni e speranze di un corrispondente del New York Herald Tribune Syndicate nel 1962

Dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti di Europa – Winston Churchill

L’Italia è la terza economia in Europa, settima nel mondo, seconda nel manifatturiero; negli ultimi anni l’export è cresciuto da 31 a 89 miliardi di euro. A fronte di questa realtà, ve ne è un’altra più dura: il nostro paese è penultimo per debito pubblico e per gli interessi che paga su di esso (dopo di noi solo la Grecia). Tale quadro indica solo una cosa, ovvero che tutti gli sforzi degli italiani, la loro bravura, le eccellenze e l’ineguagliabile Made in Italy vengono divorati da numeri come quelli dello spread, dei tassi di interessi e del debito pubblico che continua a salire.

Qual è la risposta a tutto questo?

È l’unica e la sola possibile: la politica. Purtroppo la nostra vita dipende da come e da chi siamo governati, da quali leggi si applicano, in che modo si gestisce la sanità, l’istruzione, il lavoro e così via. Nessuno può affermare di essere estraneo alla politica o di non interessarsi a chi ci governa. Non dimentichiamo che in Italia sono presenti risparmi e patrimoni personali di grande valore.

Selezione dal Reader’s Digest è stata una rivista fondata nel 1948, come versione italiana di quella americana Reader’s Digest. Nel primi anni la rivista italiana si limitava a tradurre articoli apparsi sul giornale statunitense, in seguito, a partire dagli anni Settanta gli articoli prodotti in Italia aumentarono notevolmente, spostando l’attenzione su una diversa area geopolitica.

Ho trovato un interessante articolo, vecchi solo di 57 anni; sulla copertina il prezzo è di 150 lire, mentre la grafica è affidata ad un acquerello di Birney Lettick.

La rivista più letta al mondo: oltre 20 milioni di copie comprate mensilmente in 13 lingue.

L’articolo in questione, scritto da un giornalista corrispondente da Washington offre un punto di vista da una prospettiva di più ampio respiro e considerando il valore e la centralità della Gran Bretagna. All’interno dello steso articolo vi è un’attenta disamina della posizione dell’Italia di Libero Lenti, Ordinario di Ecomonia Politica nell’Università di Pavia

Cosa pensavano giornalisti e opinionisti nel 1962 dell’Europa?

Ecco l’articolo apparso sul numero di febbraio 1962 della rivista Selezione dal Reader’s Digest di Roscoe Drummond – Corrispondente da Washington del New York Tribune Syndicate

Passo passo, le nazioni dell’Europa Occidentale stanno creando una forza che i comunisti non possono fermare: il formidabile potere dell’unità economica

Mentre il quadro del prossimo avvenire non è ancora perfettamente a fuoco l’Occidente sta per condurre in porto una vasta e galvanizzante iniziativa capace di mutare il volto stesso della guerra fredda. Non alludo a una nuova alleanza militare destinata a vincere la guerra. Alludo a una nuova alleanza economica e politica capace di vincere la pace.

Oso predire che entro questo decennio assisteremo alla nascita degli Stati Uniti d’Europa come una comunità coerente e funzionante, il cui reddito nazionale lordo sarà probabilmente superiore a quello degli Stati Uniti.

Insieme con gli Stati Uniti la nuova alleanza dimostrerà tanto chiaramente il vigore dell’iniziativa privata, del libero mercato, dell’economia a favore del consumatore che il comunismo apparirà a un numero sempre maggiore di persone una cosa superata.

E’ questo un pio desiderio? Non credo. C’è una solida realtà di fatto a confortare questo giudizio. Ci siamo fissati talmente sulle crisi create dai comunisti – dal Vietnam a Berlino – che non abbiamo seguito l’andamento positivo degli avvenimenti svoltisi sotto i nostri occhi. Il fatto è che il fiorente Mercato Comune Europeo porta sempre più vicina l’unificazione politica d’Europa. Questa zona di scambi internazionali – che abbraccia l’Italia, la Francia, la Germania Occidentale, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo in un’unione economica con 170 milioni di consumatori – si è dimostrata un successo economico che ha superato tutte le speranze dei suoi fondatori. L’autunno scorso il governo inglese, con una decisione rivoluzionaria, ha chiesto d’unirsi ai sei Paesi del MEC, benché ciò obblighi l’Inghilterra a modificare i suoi vincoli con il Commonwealth, ad abbandonare il suo storico isolamento dal continente, e a menomare parte della sua sovranità. La Norvegia, la Danimarca e l’Irlanda, ne seguiranno quasi certamente l’esempio. Nascerà così una Federazione Economica Europea di dieci nazioni con 250 milioni d’abitanti i cui prodotti industriali e agricoli e la cui mano d’opera potranno presto circolare liberamente tra un Paese e l’altro, proprio come negli Stati Uniti possono circolare liberamente tra uno Stato e l’altro.

Questi fatti possono cambiare volto alla guerra fredda. Con la partecipazione inglese il MEC può condividere con gli Stati Uniti la leadership del Mondo libero. Una tale associazione può costituire un concentramento di forze politiche ed economiche che i comunisti non possono eguagliare in questo secolo…e forse mai.

Sia gl’Inglesi sia gli uomini del Cremlino sanno bene che si sta per giungere a una svolta memorabile. Il Primo Ministro Harold MacMilan lo disse implicitamente quando lo scorso luglio dette l’annunzio alla Camera dei Comuni. Alla vigilia dei necessari negoziati, non volle suscitare inutili controversie o premature speranze. Ma Desmond Donnelly, uno dei maggiori intellettuali del Partito Laburista, non esitò a esprimere con queste parole il più vasto significato dell’avvenimento: <<La dichiarazione del Primo Ministro indica chiaramente che la frontiera dell’Inghilterra non è a Dover, ma alla Porta di Brandeburgo>>.

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Anche Kruscev lo sapeva. Immediatamente egli bollò la decisione presa dall’Inghilterra come una <<capitolazione>> alle avide forze economiche della <<city>>, sperando in tal modo di dividere l’opinione pubblica inglese e di suscitare in Parlamento un’opposizione sufficiente a far annullare la decisione del governo.

Il capo sovietico si rende conto che quanto un Mercato Comune di dieci nazioni potrà fare nell’interesse reciproco, sarà una remora  molto maggiore alle mire sovietiche di qualsiasi cosa che queste o altre nazioni potrebbero fare contro l’Unione Sovietica. Ecco perché il Mercato Comune è un’arma così potente nella guerra fredda. Non è un’alleanza militare e quindi non può essere combattuto con efficacia: proprio come il Piano Marshall non poté essere combattuto efficacemente dai Sovietici. Kruscev ne è infuriato e allarmato perché vede il Mercato Comune fare passi da gigante, mentre egli non può far nulla per opporvisi.

Quali sono i risultati positivi conseguiti dal MEC da quando, nel 1958, le sei nazioni lo istituirono?

In questi quattro brevi anni, tutti i Paesi che ne fanno parte hanno raggiunto un sostenuto ritmo di sviluppo economico come non si era mai sperimentato nella storia d’Europa. Lavoratori e imprenditori, industria e maestranze, consumatori e produttori partecipano a una ripresa economica e a una prosperità più rapida e più continua che in qualsiasi altra parte del mondo.

Nel 1960 il reddito nazionale lordo della Comunità Europea è salito del sette per cento rispetto al 1959, in termini reali, e del cinque per cento nel 1961. La produzione industriale è aumentata del 12 per cento nel 1960 e del 25 per cento in tre anni.

Grazie a questo dinamico sviluppo, il MEC ha potuto ridurre molto più rapidamente di quanto era stato stabilito le tariffe doganali e le altre barriere commerciali nell’ambito delle sei nazioni. Alla fine del 1961 tutti i contingentamenti sugli scambi dei prodotti industriali tra i sei Paesi sono stati aboliti: otto anni prima del previsto. L’aver aperto le frontiere alla concorrenza ha apportato benefici molto maggiori di quanto i più ardenti sostenitori del piano credessero possibile. Da principio, i dirigenti industriali dell’Europa Occidentale erano per lo più ostili o scettici riguardo al MEC. Ma ora gli Europei dalla mentalità monopolistica hanno capovolto quasi del tutto il loro atteggiamento. Si accorgono che i vantaggi di produrre per un mercato competitivo di 170.000.000 di consumatori sono molto maggiori di quelli  di cui abbiano mai goduto negli anni prebellici. Lo dimostra il fatto che gl’imprenditori tendono sempre più a predisporre lo sviluppo produttivo e le reti di distribuzione sul piano d’un Mercato Comune in piena attuazione.

Negli ultimi cinque anni l’Inghilterra che deve vendere all’estero per poter comprare all’estero, ha visto la sua quota delle esportazioni mondiali scendere del quattro per cento mentre la quota dei Paesi del MEC saliva del 20 per cento. Ecco perché il governo inglese ha ora preso la penosa ma memorabile decisione di entrare a far parte del MEC.

Winston Churchill, nel suo famoso discorso pronunciato a Zurigo nel settembre 1946, quando soltanto pochissimi riuscivano a vedere oltre le rovine e l’impoverimento della guerra, disse:

<<Su vasti territori, una moltitudine tremante di creature umane tormentate, affamate, sgomente e logorate dalle sofferenze, guardano a bocca aperta le loro città e le loro case in rovina, e scrutano il fosco orizzonte temendo di scorgervi l’avvicinarsi d’un nuovo pericolo. Tra i vincitori c’è una babele di voci discordi, tra i vinti l’ostile silenzio della disperazione. Eppure ci sarebbe un rimedio che trasformerebbe come per miracolo tutta la scena. Si tratta di ricreare la famiglia europea, o quanto di essa potremo ricreare, e di darle una struttura che le permetta di vivere in pace, nella sicurezza e nella libertà. Dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti di Europa.>>

E’ quello che ora si sta facendo. Anche oggi c’è un punto in cui la crescente Comunità Europea può svolgere immediatamente un’azione decisiva per mettere un fermo alle ambizioni sovietiche. Il punto è la Germania. La mira di Kruscev non è soltanto di neutralizzare Berlino. La sua mira più vasta è di staccare tutta la Germania dall’Occidente e di ridurre all’impotenza la NATO. Annettendo Berlino Est alla Germania Orientale e annettendo la Germania Orientale al suo impero satellite, il Cremlino ha precluso tutte le speranze di unificazione tedesca. Kruscev adesso può dire a Bonn: <<Avete riposto male la vostra fiducia negli alleati occidentali: non possono darvi una nazione unita. Soltanto noi possiamo darvi una Germania unita.>>

Un’Europa Occidentale economicamente e politicamente disunita farebbe venire senza dubbio a molti Tedeschi la tentazione di abboccare all’amo sovietico, con conseguenze gravissime per l’intera posizione dell’Occidente. Un’Europa Occidentale economicamente e politicamente unita, come sta ora diventando, farebbe apparire l’offerta di Kruscev una cosa squallida e senza attrattiva.

Ma c’è dell’altro da fare. La domanda pressante è: e poi?

Gli Stati Uniti non mancheranno certo di fare la loro parte per favorire l’enorme impulso della crescente Comunità Europea. Si servono già della nuova organizzazione economica atlantica, l’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione economica, di cui ora fanno parte unitamente al Canadà e alle nazioni europee. Questo dimostra che sono consapevoli dell’interdipendenza tra Europa e Nord America.

Quel che adesso occorre è che gli Stati Uniti facciano ogni sforzo perché la Comunità Europea-Britannica diventi una Comunità Atlantica. (Brexit!!!!!!!)

E’ ora che si preparino a fare questo passo.

Il padre dell’odierna Europa unita, Jean Monnet, ora presidente del comitato d’Azione per gli Stati Uniti d’Europa, ha detto in proposito: <<Come nei primi tempi gli Stati Uniti giudicarono necessario unirsi, nello stesso modo in cui l?Europa si va oggi unendo, così l’Occidente deve andare verso un concerto atlantico di nazioni. Ciò non è fine a se stesso. E’ un incamminarsi sulla via di quel mondo più ordinato che dobbiamo creare per salvarci dalla distruzione.>>

Nella sua fase attuale di sviluppo, la Comunità Europea-Britannica potrà arrestare il corso sfavorevole della guerra fredda. Una Comunità Atlantica che abbracci l’Europa, gli Stati Uniti e il Canadà potrà invertire quel corso sfavorevole, creando un predominio compatto e permanente, una forza dinamica che per altre nazioni sarebbe irresistibile.

Il Sindaco Pucci: “Prendo le distanze dal cambio di nome e gestione della Pagina Facebook dell’Ufficio Stampa, poiché il ‘like’ sui social ad una istituzione pubblica non deve diventare strumento politico”

Rocca Priora – “Ieri sera, come la maggior parte dei cittadini ha purtroppo notato, la pagina social ufficiale dell’Ufficio stampa del comune di Rocca Priora ha cambiato aspetto, nome, titolare e forma. E da questo sento fortemente di dover prendere le distanze, stigmatizzando questo grave comportamento. Per mantenere saldo il rapporto di fiducia con i cittadini, che come Sindaco ho costruito in questi 10 anni di amministrazione, riaprirò entro oggi una nuova pagina Facebook dell’Ufficio Stampa del comune, ufficiale, terza e trasparente”, dichiara il Sindaco Damiano Pucci.

Con un “colpo di mano” la Pagina Facebook dell’Ufficio stampa è  stata  rinominata  in  “Viva  Rocca Priora”, che fa riferimento al nome della lista vincente nelle ultime elezioni amministrative. È stato rimosso lo stemma comunale e ora al suo posto vi è un’immagine di un narciso, uno dei simboli della città e, come riportato nel post pubblicato, viene gestita da Daniele Pacini, David De Righi, Massimo Fedeli, Laura Buglia, Federica Lavalle e Alessandro Pucci, che si autodefiniscono “i consiglieri Comunali di Viva Rocca Priora, quelli cioè che sono rimasti coerenti con gli impegni presi con gli elettori in occasione delle Amministrative del 2014 e che restano nel gruppo civico Viva Rocca Priora” e ora vicini al candidato a sindaco dell’area di centro destra Mario Vinci.

“Si può approfittare della fiducia di chi, cittadino o sostenitore, aveva messo un like su una pagina e ora invece se ne trova una e per di più politica e non più istituzionale? – commenta il Sindaco Pucci – Si può ‘sfruttare’ un nome, una vittoria frutto del sudore e dell’impegno di tutti come quella del 2014 come base per far avanzare solo qualcuno? Si può togliere ad un ente pubblico, una pagina che è sempre stata amministrata nell’interesse di tutta la comunità per farla diventare espressione della volontà e della scelta solo di alcuni? Oggettivamente è scorretto, grave ed ingiusto. Specialmente nel momento storico attuale, quello dell’inizio della campagna elettorale”.

La comunicazione della Pubblica Amministrazione ha il dovere di essere terza e trasparente, trattando e diffondendo argomenti d’interesse pubblico e sociale e non deve essere organo d’informazione di una sola parte politica, perché il suo fine è quello di “illustrare le attività delle istituzioni e il loro funzionamento; favorire l’accesso ai servizi pubblici, promuovendone la conoscenza”, come recita il comma 5 della legge 150/2000 relativa alla comunicazione delle PA. E fino a ieri la pagina Facebook dell’Ufficio Stampa del Comune di Rocca Priora lo è stata, informando tutti i cittadini su nuove iniziative e interventi pubblici tesi a migliorare la nostra città, dialogando con loro nel rispetto della citizen care e del miglioramento della soddisfazione dei cittadini tutti.

“I cittadini non devono essere confusi – conclude il Sindaco – ma le loro idee vanno chiarite. Gli elettori non vanno presi in giro, ma ascoltati. Le persone vanno tutelate non prese in giro. Ecco perché io in qualità di Sindaco e con me l’amministrazione comunale, prendiamo le distanze da questo comportamento e confermandoci estranei da tutto questo. La fiducia va conquistata personalmente e con impegno, non solo sui social, ma tra la gente, mettendoci la faccia e sulla base del proprio  operato.  È  questo  il  vero  ‘inciucio’ che tanto declamano contro chi si è distaccato dal loro progetto, non certo una coalizione pulita e limpida fatta sotto gli occhi di tutti e che già è al lavoro per presentare i propri obiettivi alla comunità!”

Fonte: Comunicato Stampa del 26/03/2019 Sito web Comune di Rocca Priora Sindaco Dott. Damiano PUCCI

Volete avere successo? Raddoppiate i fallimenti

Per consolarsi ci si attacca davvero a tutto, ai proverbi e alle storie di altra gente, sembra però che vi sia  un metodo scientifico che dimostri come i fallimenti siano una grande scuola. Questo è l’argomento apparso sul sito dell’Ansa pochi giorni fa, intitolato: Collezionare fallimenti fa bene. Come sbagliare ed essere felici. 

Come il fallimento porti alla vittoria e alla realizzazione di sé è una storia a parte; si potrebbero citare numerosi testi come Il magico potere del fallimento –  edito da Garzanti anno 2017 di Charles Pépin, per non parlare di personaggi noti che prima di raggiungere l’apice  hanno collezionato una serie di grandi insuccessi. Fra questi Henry Ford e Steve Jobs, ma ce ne sono molti altri ancora.

Ci deve essere un motivo per il quale filosofi e scrittori hanno ritenuto opportuno parlare del fallimento, credo che ci sia un’ottima ragione se nel 2017  l’autrice ed economista Francesca Corrado abbia fondato la prima Scuola di fallimento a Modena. Questa scuola subito ha avuto grande successo e seminari e corsi sono numerosi.

Cosa si teorizza?

In realtà le teorie portate avanti da alcuni esperti e dalla stessa prima Scuola del fallimento nascondono qualcosa di vero, nel senso che l’errore può diventare un punto di forza. E’ anche vero che molti errori si ripetono, ma se si analizzano, con consapevolezza e magari con un’autocritica costruttiva sarà possibile fare un passo in avanti per non ripeterli.

Chi non ha mai fallito? Chi non ha mai provato quel senso di inadeguatezza che piano piano distrugge? Chiedersi perché facciamo sempre lo stesso errore può portare ad una maggiore consapevolezza, che è sì un traguardo importante, ma non è abbastanza. A volte situazioni e condizioni particolari fanno perdere la fiducia e soprattutto l’autostima; molte persone (familiari, amici, datori di lavoro)  spesso e in modo subdolo e sistematico tirano picconate alla nostra autostima. Oltre al fatto di prendere consapevolezza dei propri errori, bisognerebbe (in base alle suddette teorie) lavorarci sopra, in modo costruttivo e non è facile, non lo è mai, ricostruire partendo dalle macerie e da un grande dolore, perché è questo che provoca un fallimento.

Sono necessari un’alta dose di coraggio e forza d’animo, che non si improvvisano, ma che bisogna trovare da qualche parte e in qualche modo. Un errore potrebbe essere interpretato come la necessità di cambiare strada e cambiare registro: quella non era semplicemente la nostra strada. Io paragono un errore allo sbandare di un’auto; ci porta fuori strada, ovvero su un’altra strada, nuova. Le teorie del guardarsi dentro e studiarsi, forse perdono di vista (essendo scientifiche) il lato umano. Farà anche bene guardarsi in modo diverso, costruirsi un’immagine mentale di sé più positiva, sarà utile anche ridere dei proprie errori?

Non è da ieri che vengono pubblicati libri su Come essere felice, oppure come essere questo o quello, o come riuscire a fare questo e quell’altro. Cosa può dirci un libro o un corso che non sappiamo di noi stessi? Di domande dovremmo farcene e anche tante, su noi, su quello che la società si aspetta da noi, sull’immagine falsa che gli altri hanno di noi. Lo scopriamo ogni giorno, di essere fragili e umani, ma chiediamoci anche cos’è il successo e rispondiamo anche (è fare soldi? è essere più bravi, più belli e più intelligenti? capaci?).

La verità è che la nostra vita possiamo viverla solo noi, con i fallimenti e le teorie, con la paura e il coraggio di essere noi stessi fino in fondo.

 

Congresso delle famiglie: sia fatta la mia volontà

Le famiglie e l’amore: Cosa pensano i filosofi, cosa dicono i libri e cosa cantano i sognatori?

Diventa sempre più dura assistere, anche se in tv a manifestazioni e a contro manifestazioni, a convegni e a contro convegni. Per chiunque abbia un’idea, ce ne sono altri che si oppongono e che sentono il bisogno di manifestare, di protestare, di alzare i toni, di dire con la loro presenza in una piazza come la pensano. In tutto il mondo e in tutte le epoche c’è chi ha un pensiero e chi invece concepisce diversamente quel pensiero; benvenuti nel mondo della diversità, dove questa parola ha una bellezza impressionante e non come al contrario alcuni  potrebbero pensare.

Di certo, noi contemporanei, come dice la parola stessa non abbiamo vissuto in epoche passate, ma viviamo in questa, dove sembra che sia una necessità, comunicare a tutti i costi il proprio pensiero attaccando quello di altri, di usare le parole come frecce, come pietre definitive, tombali e senza diritto di replica.

Cosa rappresenta e cosa ha rappresentato il convegno sulle famiglie svoltosi a Verona? In quei giorni vi è stata una manifestazione di chi pensa il contrario di ciò che hanno pensato al convegno sulle famiglie. La confusione è normale, anch’io non ho compreso bene questo scontro di idee, anche se accanto alla parola diversità continuo ad amarne altre, come ad esempio incontro, dialogo e confronto. Non ho la minima idea di cosa sia successo nel ‘400 e nemmeno nel ‘600, ma vi assicuro che nel 2019 non se ne può più; non se ne può più di pronunciare una parola come un’altra ed essere etichettati, non se ne può più di esprimere la propria idea ed essere attaccati e denigrati, con rabbia e violenza anche solo nelle parole.

famiglie

Veniamo alle famiglie; cosa si è voluto ribadire con il convegno e con il contro convegno? Che un figlio lo partorisce una donna con l’utero? Che io, tu, egli, quasi tutti abbiamo avuto un papà e una mamma? Questi sono concetti nuovi o antichi? Non mi sembrano né l’uno, né l’altro.

Sarebbe opportuno, allora, prima di lanciare la prima o la seconda pietra, farsi un attento esame di coscienza e pensare da dove nascano le idee e perché. Sarebbe saggio individuare (se ne abbiamo) una fede, un credo nella nostra vita, una filosofia che governa i nostri pensieri e il nostro agire. Un dio, credo che basti, anche se di onnipotenti sulla terra ce ne sono e anche tanti. Se seguiamo un’ideologia, se crediamo in quello che facciamo, se professiamo una fede allora dovremmo agire in base a quella (la possiamo chiamare anche filosofia o stile di vita, o modo di pensare, forma mentis). Credo che almeno chi recita il Padre Nostro debba  riflettere su due parole in particolare: Sia fatta la tua volontà.

La storia ci ha parlato di Cristo, della sua filosofia e dei suoi insegnamenti tanto che chiunque non crede che lui sia figlio di dio, dovrà purtroppo convenire che è stato un grande filosofo, forse il più grande di tutti.

Sia fatta la tua volontà, non è una frase semplice da pronunciare, merita tutto il nostro impegno; bisogna spogliarsi dell’egoismo e di quella presunta onnipotenza che spesso non ci fa vedere le cose così come sono. Cristo, il filosofo disse Sia fatta la tua volontà, non la mia, ma la tua!

Cristo, il figlio di dio, disse Se puoi, allontana da me questo calice. Cristo, figlio di dio, filosofo, maestro, uomo si fidò della volontà di qualcun altro, senza timori e completamente. Vivere la vita rispettandoci si può fare, se si vuole (Condividendo il mondo, vivendo la vita in pace con fratellanza come diceva John Lennon). Credente o non credente, uomo o donna, etero e gay, tutti abbiamo nell’animo una croce, lo dice la storia (anche quella personale); non la vogliamo?

Tutti i più grandi padri spirituali sostengono che qualunque cosa ci accada nella vita (anche brutta), dobbiamo sfruttarla a nostro favore, farcela amica, non rifiutarla, ma accettandola.

Due uomini si possono amare come anche due donne, magari adottare un bambino, ma non credo che fabbricarlo sia la volontà di dio.

In molti casi, tanti uomini e donne nel corso dei secoli hanno detto e dicono: Sia fatta la mia volontà, segno a mio parere di prepotenza e di egoismo, di onnipotenza.

Si può amare in tanti modi e con mille declinazioni diverse; probabilmente alcuni limiti e ostacoli sono lì, proprio per farci scoprire questo: l’amore. Quell’amore che non è egoismo, ma volere il bene di qualcuno, prendersi cura, qualunque cosa accada e senza aspettarsi nulla in cambio, come diceva il Piccolo Principe.

Basterebbe accettarci, accettare gli altri e le loro idee, le loro scelte, e semplicemente amarci per essere felici. Basterebbe avere la consapevolezza di ciò che siamo (la verità vi renderà liberi).

La verità è che  siamo nati per espanderci, per allargarci non per vivere dentro piccoli spazi e soprattutto per guardare oltre i limiti.

 

Abbiamo l’acqua calda

Da un po’ di tempo a questa parte, sembra che in Italia abbiamo scoperto l’acqua calda. Sarà che a volte vi sono pochi argomenti per riempire i talk show. Meno male, però che vi sono alcune trasmissioni televisive, spesso domenicali che si occupano di tradimenti e gossip, con tanto di opinionisti e “giornalisti”. Loro sì che hanno capito bene come aumentare l’audience!

Oggi si sta parlando di sessismo e di razzismo, che in un certo senso si somigliano molto. Tutte e due partono da un’ignoranza di base e da un’attività cerebrale altamente limitata. Si parla di questi due fenomeni e non solo; spesso alcuni episodi “forse” a matrice razzista riempiono i giornali e i tg di mattina, mezzogiorno e sera, senza darti tregua.

“Si parla di sessismo e razzismo” è un modo di dire se si pensa a come alcune notizie vengono manipolate e ripresentate adeguatamente infiocchettate. Che vi siano persone che abbiano un’insofferenza nei confronti di chi è straniero non è la scoperta dell’acqua calda; che in tutti gli ambienti la donna per affermarsi debba fare il doppio di quello che fa un uomo, subendo battutine sull’abbigliamento o sulla presunta inferiorità all’uomo è un dato di fatto. Questi dati di fatto esistono in tutto il mondo e bisogna raccontarli, raccontando anche fenomeni di integrazione, accoglienza e intelligenza che vi sono nel nostro paese (e sono tanti).

Non puoi dire ad una persona: “fai schifo” o “sei brutto”. Se ciò avviene o se accade anche di peggio non pensiamo subito al colore della pelle, altrimenti la patologia è nella nostra testa. Abbiamo forse dimenticato l’Apartheid in America, quando vi erano settori per i bianchi e altri per i neri; scuole, autobus e zone intere.  Per ogni negatività vi è un Martin Luther King e milioni di persone che la pensano in modo completamente diverso, per fortuna. Questa è semplicemente la storia dell’uomo e funzionerà sempre così.  Il razzismo esiste in tutte le parti del mondo e assume contorni diversi in base ai constumi e alla ristrettezza della mente umana.

Oggi condanniamo ogni piccolo gesto, anche una parola, che io personalmente lascerei attaccata addosso a chi la pronuncia, come bigliettino da visita. Facciamo manifestazioni (ne abbiamo bisogno?), quando la solidarietà e l’umanità del popolo italiano parlano da sole.

Mi sembra vi sia una volontà a voler creare una coscienza nell’immaginario collettivo, manipolando il Dna di ogni azione,; pare che vi sia un interesse generale a far passare l’Italia e gli italiani come razzisti. Andiamo un po’ in giro per il mondo, in Francia e in altri paesi europei, negli Stati Uniti, nel mondo arabo; ci accorgeremo che le menti malate sono dappertutto e quindi? Non bisogna combatterle? Niente affatto, anzi, certamente bisogna isolarle, ma parlarne continuamente di qualcosa non aiuta. Parlare dell’episodio di quasi razzismo e non parlare dei milioni di fatti che dimostrano il contrario è una violenza all’Italia e agli italiani. Nel mondo la gente di colore, gli ebrei, le donne, i cristiani sono stati e sono ancora oggi perseguitati, e sarà sempre così.

E’ vero che in tante parti del mondo avvengono violenze inaudite, contro le quali ci scandalizziamo. Ma se provassimo a guardare nel nostro quotidiano? Alle frasi che pronunciamo o alle parole sottintese rivolte ad una donna, ad esempio? A quando tolleriamo ogni tipo di atteggiamento perché proviene da una persona di colore; non diciamo, non interveniamo perché qualcuno potrebbe pensare che siamo razzisti. In fondo si sta parlando tanto di razzismo negli ultimi tempi, meglio abbassare la testa e stare zitti.

Quello che accade in giro per il mondo ci indigna, ma crediamo davvero di essere tanto evoluti ed emancipati? Pensiamo davvero di essere migliori degli altri?

Morire positivo: Come vorresti il tuo funerale? Dying well o funeral party

Chi non ha mai pensato al giorno del proprio funerale?  Forse in molti; in effetti oggi non c’è molto tempo per pensare alla morte. Alcune persone anziane, invece, raccomandano di rivolgere un pensiero alla morte (alla propria si intende, non a quella degli altri) almeno tre volte al giorno. Dicono che si diventa più buoni, come a Natale.

Dopo gli scongiuri obbligatori si può entrare nel vivo del tema – “si fa per dire”

Forse è il caso di pensare alla morte, toccando ferro, è ovvio. In fondo, è l’altra parte della medaglia, poi è democratica, può sorprendere, per usare degli eufemismi. La verità è che da millenni si celebra il passaggio a miglior vita, il trapasso in modi diversi in tutto il mondo. Ogni popolo ha un suo stile, obbedisce a dei rituali per dire addio ai defunti.

La morte è stata sempre celebrata fin dai tempi degli Egizi, i quali, come ben sappiamo mummificavano i defunti. Il rituale islamico, invece prevede che il corpo venga lavato e avvolto in un lenzuolo, per poi pregare.

In molti stati dell’America i funerali si celebrano dopo circa sette giorni; nel frattempo il defunto viene imbalsamato, truccato, pettinato e posto nella camera ardente per le visite. Vi sono agenzie che organizzano tutto (visite, fiori, chiesa, annuncio sui giornali e così via). Dopo i funerali si usa andare al ristorante. In Italia solo da poco tempo ci si è organizzati un po’ meglio, tanto che anche nel nostro paese è possibile affidarsi ad agenzie per l’organizzazione completa dell’ultimo viaggio.

Da qualche anno, esiste perfino un sito web di comparazione dei prezzi delle agenzie funebri per zona.

In passato e ancora oggi in alcune parti d’Italia la morte è diventata “business”; a volte, infatti, le forze dell’ordine hanno scoperto accordi con cliniche ed ospedali e nel profondo sud è noto come la gestione delle pompe funebri stia in mano alla camorra (o una parte di essa).

Anche in questo campo molte cose stanno cambiando e l’ultimo saluto sta addirittura diventando green con uno stile wellness in molte parti del globo.

Infatti, nel mondo si sceglie di morire sempre meglio; si scelgono urne ecologiche o illuminate, lancio di lanterne nel cielo, spargimento delle ceneri. La tradizione ha vita difficile, è indubbiamente messa a dura prova oggi. La nuova tendenza è chiamata “Dying well”ed è stata inclusa nella top 8 dei trend benessere a cura del Global Wellness Institute. Sono state analizzate le più grandi novità alle quali molti si stanno adeguando; parliamo di feretri di vimini, di bare con design particolari, urne da sotterrare in giardino. 

Fra le altre novità, troviamo i cimiteri social, dove intrattenersi con eventi, spettacoli artistici e sfilate di moda. 

Il primo “Death cafè“, invece è nato a Londra nel 2011, dall’idea di un certo Jon Underwood, il quale organizzava incontri nella cantina della sua abitazione per parlare del tema “morte”. Si organizzano anche terapie di gruppo e stanno ritornando in voga i sensitivi.

Gli esperti parlano di cambiamento epocale, ma forse non è il termine esatto da usare, in fondo la tradizione si sta solo trasformando per essere al passo con i tempi.

La morte resta comunque un tema affascinante, molto più della vita; d’altra parte spesso è lei a far nascere i miti, ne ha fatti nascere così tanti! E proprio così, per avere successo bisogna essere morti, mezzi morti o non godere di buona salute. Si pensi a Mozart, forse il più grande esempio, il quale morì in miseria, senza nemmeno una bara e al seguito del feretro non vi era altri che il suo cane. James Dean, Lady D, Morrison, gente diventata mito grazie a lei: la morte. Diciamola tutta: se sei vivo non sei molto interessante.

Oggi, siamo diventati solo social e più sofisticati, ma la morte resta sempre quel mistero che non riusciamo a penetrare, per cui basta fare ironia per non averne più paura, in fondo si dice  Mal comune, mezzo gaudio. Meglio allora inventare nuovi modi per celebrare l’ultimo addio: luci, fiori e anche  uno spettacolo non è poi una cattiva idea. Si dice “pensare positivo”, allora perché non si può dire anche“morire positivo” ?

Non è una nuova moda; la morte è sempre esistita. Abbiamo solo bisogno di aggrapparci ai riti terreni per spiegarci quello che una spiegazione non ha.

A proposito di spettacoli le “piagnone” o prefiche esistevano già nella Magna Grecia e in Egitto, poi hanno avuto molto successo nel sud Italia, in particolare in Basilicata. Le professioniste del lutto (un mestiere inventato) venivano ingaggiate per piangere ai funerali. Le prefiche vestite di nero gridavano e piangevano, si strappavano i capelli e si graffiavano il viso, in pratica offrivano un servizio ulteriore al funerale, vendevano la “sofferenza”, era una sorta di spettacolo o meglio una tragedia. Le lacrime terrene, ancora una volta servivano per mandar via tutto il dolore, per dare più onore al defunto, per dimostrare quanto era amato. Per la stessa ragione servono i fiori, le lanterne e i party, le poesie e le canzoni, l’abbigliamento nero, la tristezza, la bara e il loculo, le foto. Serve ricordare, commemorare e trovare nuovi modi per farlo: con un concerto, una partita o una dedica speciale.

Conosco molti che hanno organizzato da vivi il proprio funerale fin nei minimi particolari. Voglio pensare che queste persone abbiano raggiunto una saggezza e una grandezza, ma soprattutto una serenità d’animo che ti permette di inserire un pensiero (che altri reputano negativo e da allontanare) nelle quotidiane preoccupazioni. Mi è capitato di osservare il volto e i movimenti di chi qualche giorno dopo sarebbe deceduto; credo che avvenga una specie di preparazione, il viso cambia espressione, è come se si iniziasse un percorso per accogliere il cambiamento imminente. 

I pensieri sono umani e non ne possiamo fare a meno; i rituali terreni sono utili tutti e anche quelli che inventeranno i nostri pronipoti. Però non servono a chi non c’è più, servono a noi vivi per rendere la morte meno incomprensibile.

 

 

 

 

Trucco permanente: una valida alternativa alla chirurgia estetica

Trucco permanente: cos’è e perché molte persone lo scelgono?

Molto spesso si è di corsa e i tanti impegni non consentono a tante donne di avere un aspetto decente; a volte basta solo un filo di trucco e un po’ di lucidalabbra per sentirsi bene con sé stesse. L’aspetto non è solo esteriorità, non vuol dire apparire ma stare semplicemente bene.

Una soluzione per risolvere la mancanza di tempo da dedicare a sé stesse è arrivata da un po’ di tempo; si tratta del trucco permanente. Bisogna considerare il tipo di lavoro e lo stile di vita condotto, il tempo che si impiega per truccarsi e struccarsi a fine giornata. Se mettendo questi elementi sulla bilancia, ci si accorge che il gioco vale la candela, è arrivato il momento di ricorrere al trucco permanente.

Trucco permanente: i Vantaggi

Il vantaggio più grande del trucco permanente è quello di avere un aspetto piacevole e curato sempre, sia di giorno sia di notte;  molte donne possono essere sempre in ordine con un viso ben curato e avere molto più tempo  da dedicare ad altre attività. Con il trucco permanente si possono perfezionare aree del viso come labbra, occhi e sopracciglia. La micro pigmentazione, ovvero trucco permanente ridefinisce, in pratica le parti del viso che hanno bisogno di piccoli ritocchi; questo tipo di trucco, infatti potrebbe avere un’affinità con la chirurgia estetica; nella sostanza vengono depositati colori naturali e ipoallergenici sul viso, inoltre questa soluzione è scelta da molti non solo per piccole imperfezioni ma anche per nascondere cicatrici.

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Quanto tempo dura il trucco permanente?

Quando si sceglie di sottoporsi a questo trattamento è possibile scegliere fra diversi tipi e la sua durata dipende da numerosi fattori. Innanzitutto vi è un preliminare esame istologico dei tessuti, e ciò è previsto dalla legge prima di sottoporre l’epidermide a determinati trattamenti. La durata del trucco permanente, per cui dipende dalla qualità del tessuto, dalla tecnica utilizzata, dall’età, dal tipo di colore impiegato nel trattamento stesso. Inoltre vi sono alcuni accorgimenti per allungare la durata del trucco, come ad esempio limitare l’esposizione ai raggi UV.
I pigmenti o colori utilizzati per realizzare il trucco permanente devono essere certificati in osservazione di quanto prevedono le normative europee,  e  ottenuti attraverso processi naturali al 100% e sterilizzati. Se si rispettano queste regole  i rischi di reazioni allergiche a questi prodotti sono praticamente nulli.

Trucco permanente: trattamento per le sopracciglia

Uno degli elementi più importanti sottoposti al trucco permanente sono le sopracciglia; una buona forma dona vivacità allo sguardo, tanto che puo’ addirittura cambiare radicalmente la morfologia del viso. Anche per questa parte del viso vengono utilizzate tecniche innovative. La maggior parte delle donne scelgono di tatuare completamente le sopracciglia:si tratta di un grave errore nel quale spesso si incorre quando non ci si rivolge a professionisti del settore.  Infatti è più indicato intervenire utilizzando colori bioassorbibili e un trucco chiamato semipermanente grazie alla tecnica poco invasiva rispetto ad un normale tatuaggio. Inoltre, gli esperti non consigliano di tatuare le sopracciglia, perché si tratta di una zona molto delicata che potrebbe essere più sensibile al trattamento con i colori. Infine le sopracciglia tatuate con l’avanzare dell’età potrebbero inarcarsi e provocare un effetto non perfettamente estetico.

Trucco permanente: le labbra

Anche per le labbra vi sono diverse tecniche per ridefinirne il contorno e i colori.  Le persone che si sono rivolte alla chirurgia estetica per rifare le labbra, spesso si sono pentite; infatti,  su questo tratto del viso possono essere evidenti gonfiore, tanto da rendere palesemente visibile il ritocco effettuato.  Il trucco permanente interviene sulle labbra in modo naturale, per migliorarle e non radicalmente trasformarle. Con una buona tecnica e con una sapiente combinazione dei colori si possono ottenere ottimi risultati.

In quali casi il trucco permanente è sconsigliato?

Prima di sottoporsi a trattamenti di trucco permanente è necessario effettuare alcune indagini, che possano evidenziare eventuali patologie legate all’epidermide. Spesso, allergie, infezioni o dermatiti non consentono a molte donne di  sottoporsi al trucco permanente, per questo motivo sarà necessario farlo ( se si decide di farlo comunque) sotto stretto controllo medico. Inoltre, andrà valutata la possibilità di effettuare il trattamento, se il viso è già stato sottoposto ad interventi di chirurgia estetica o in presenza di profonde cicatrici. Altri casi nei quali è consigliabile consultare uno specialista prima di sottoporsi al trucco permanente, sono la presenza di gravi patologie in generale, come diabete, depressione, se si assumono anticoagulanti e anche in gravidanza.

 

 

Sai Riconoscere un Narcisista?

Chi era Narciso? Oggi per Narcisista si intende una persona innamorata sé stesso, anche se in realtà Narciso era un personaggio mitologico. Questo personaggio nella mitologia greca ha una grande bellezza e disprezza chiunque lo ami. Gli Dei lo puniscono, per cui lui si innamora di sé stesso specchiandosi nell’acqua ma cade nel lago e muore.

800px-narcissus-caravaggio_(1594-96)_edited Michelangelo Merisi da Caravaggio: Narciso (1594-1596). Roma, Galleria nazionale d’arte antica

E’ sbagliato essere Narcisisti? Chi non lo è più o meno? amare sé stessi a volte è segno di autostima, forse diventa sbagliato solo quando è un motivo per disprezzare gli altri. La psicologia ha studiato molto questo aspetto, riconoscendo alcuni tratti del carattere narcisista. Il punto è capire quando diventa patologia. Se osserviamo il mondo che ci circonda e soprattutto i social possiamo analizzare meglio il fenomeno, anche perché possiamo trovare tantissimi casi. Secondo la scienza il Narcisista tende a creare una falsa immagine di sé, per sfuggire a quella reale, la quale spesso ha molti punti deboli.

Di solito il Narcisista vero ha creato nella sua mente un’immagine che è lontanissima anni luce dalla verità, per cui immensa, grandiosa, impeccabile ed esemplare solo per usare pochi aggettivi; il Narcisista ne avrebbe tantissimi altri.

In fondo non è molto difficile riconoscere un Narcisista, perché prima di tutto parla molto di sé, di ciò che fa, di quanto è bravo, di quanto è capace; ama avere l’attenzione continua, stare sotto ai riflettori ed essere il protagonista assoluto. Sembra poco? Invece è tanto, anche se ce n’è ancora e per tutti i gusti, perché il Narcisismo si manifesta in mille modi.

Il disprezzo per gli altri: l’altro deve essere più piccolo affinché lui possa sembrare grande. Ha un interesse falso nei confronti delle persone; all’inizio sembra innamorato e ciò serve per avere in cambio ammirazione e approvazione. Il Narcisista vero tende a manipolare le persone e a strumentalizzare sentimenti ed emozioni, in base alla regola di “Lui al centro del mondo”.

Il Narcisista pensa agli altri come a qualcosa legato a sé, non comprende che una persona è e può essere qualcosa di diverso; a volte i Narcisisti percepiscono i proprio simili  come strumento per raggiungere determinati scopi. Un Narcisista patologico è ad esempio un genitore che proietta sul figlio tutti i suoi sogni e le sue aspettative, senza chiedersi quali sono davvero le aspirazioni di quel figlio. Molti genitori tentano di soddisfare solo il loro egoismo, mettendo al mondo dei figli, come semplice proiezione di sé stessi.

Sono davvero tanti i modi e gli aspetti attraverso i quali percepiamo atteggiamenti narcisisti da parte delle persone che ci circondano. Possiamo analizzare questi aspetti, senza strafare, né sconfinare nella scienza (quella è un’altra cosa), perché al riguardo vi sono molti autorevoli studi. Spesso anche atteggiamenti di chiusura e sfuggenti nascondono un forte narcisismo, come quello di evitare il confronto con gli altri restando sulle proprie posizioni.

Vi capita mai di sentirvi a disagio in presenza di qualcuno che fa di tutto per apparire, per parlare e stare al centro dell’attenzione? Chiediamoci cos’é che ci da fastidio.

Con l’avvento dei social chi sono quelli che postano ogni momento della giornata? Sono Narcisisti quelli che vogliono far apparire la loro vita felice e meravigliosa a tutti i costi?

 

 

Come praticare la gioia dell’attesa

La felicità è fatta di piccole cose, essa non dipende dalle grandi scelte ma da qualcosa di diverso. L’attesa è essa stessa piacere – si sente spesso questa espressione, in realtà  si tratta di modi di dire o luoghi comuni, ma quanto c’è di vero? Cos’è l’attesa?

Vivere il presente – Attendere vuol dire vivere nel futuro?

Qualcuno sostiene che bisogna vivere il momento, ossia l’attimo senza incursioni nel passato e soprattutto senza pensare al futuro. Molto si è scritto riguardo alla mente e al superaffollamento di pensieri,  infatti,  quelli negativi, sicuramente non procurano gioia. Quando si rimugina su qualcosa o si hanno pensieri fissi, di sicuro non stiamo facendo la cosa giusta.

Un libro molto interessante,  il potere di adesso di Eckhart Tolle, spiega come liberarsi dal “corpo di dolore” ovvero dalla mente e dalla sua negatività. Questo testo è una guida all’illuminazione per la scoperta del “qui e ora” ed ha venduto milioni di copie; tante persone sono riuscite a ritrovare la luce giusta ma ovviamente in questi casi concorrono tantissimi fattori, fra i quali la predisposizione, il carattere;  a volte la consapevolezza avviene in un momento particolare della vita o dopo ungrande dolore, per cui tutto è soggettivo. Sulla stessa lunghezza d’onda è Mindlessness, un nuovo tipo di meditazione che ha come principio base, proprio quello di liberare la mente.

L’attesa: parliamo di altro

L’attesa è qualcosa di diverso dalle elucubrazioni mentali e dai pensieri negativi; è semplicemente la gioia di aspettarsi qualcosa. La vera felicità sa sempre di intimo e personale,  nasce dal piccolo. E’ chiaro che l’animo e lo spirito vanno nutriti e difesi; per raggiungere la serenità spesso bisogna attraversare grandi sofferenze, ma la natura umana ha dentro di sé un grosso potenziale. La gioia e la felicità sono dentro di noi, basta solo tirarle fuori – Fosse facile! – qualcuno potrebbe pensare –  Per farlo è necessario avere la mente sgombra da negatività, questo tutti lo possono sperimentare  – ( raggiungendo una buona meditazione con tanto esercizio si può anche arrivare alla totale assenza di pensieri), però, nel frattempo, la mente  possiamo riempirla di cose piacevoli come l’attesa.

Ma cos’é la gioia delle piccole cose ovvero delle attese? Se parliamo con un collezionista, lui ci dirà che prova una grande soddisfazione quando aspetta il plico dell’oggetto che gli serve per arricchire la sua raccolta. Spesso ci capita di inviare una mail per richiedere semplicemente un’informazione; per questo motivo aspettiamo quella notizia per poter poi agire e sbrigare qualche faccenda personale. Prima dell’avvento dei network si scriveva agli amici e ai parenti lontani; scrivere una lettera era un momento sacro, durante il quale ci si concentrava per trovare le parole giuste e poi si aspettava la risposta. Ci si recava all’ufficio postale e si imbucava la lettera con un grande sorriso sulla faccia.

Oggi postiamo sui social un pensiero o una foto e attendiamo tanti like e commenti, in alcuni casi questa pratica diventa quasi un’ossessione, un modo per ottenere approvazione dagli altri. Sbagliato. Non deve essere qualcosa che ci assilla, ma un’attività spontanea e deve avere lo stesso posto che ha il momento del caffè, con le stesse modalità e tempi. Si possono prendere due o tre caffè al giorno, sorseggiandolo, stando seduti e rilassati godendosi la pausa. I network servono per uno scambio rilassato di idee, sono solo un nuovo modo di comunicare ed in questo non vi è nulla di male, se preso in dosi giuste. Anche un coltello può avere diversi utilizzi; ci si può tagliare il pane o compiere un assassinio. Se i Network diventano una patologia, bisogna curarsi. Tutti li frequentiamo e conosciamo tante realtà spesso anche pericolose, ma questo è un discorso a parte, si sta parlando di attesa, anche se spesso abbiamo l’abitudine di divagare.  

Dobbiamo fare sempre in modo di aspettarci qualcosa; ogni giorno dobbiamo mettere in moto il meccanismo dell’attesa e poi semplicemente attendere, fare in modo che il tempo ci sia amico e che lavori per conto nostro. L’attesa ha un valore enorme ed anche un significato profondo, se vogliamo.

Siddartha a chi gli chiedeva cosa sapesse fare, gli rispondeva: <<Io so meditare, digiunare e aspettare>>.  In uno dei suoi libri più famosi Hermann Hesse analizza un aspetto fondamentale dell’essere umano, gettando uno sguardo sul futuro fino ad arrivare ai tempi nostri, come spesso tanti filosofi fanno.

Lo scrittore tedesco, infatti, guardava lontano proponendo uno stile di vita che contemplasse il digiuno, la meditazione e l’attesa. Un uomo che ha queste tre cose ha tutto.  Vediamo perché – Digiunare (questa parola fa pensare al cibo, ma non è affatto così)  – Digiunare vuol dire saper rinunciare,  soprattutto a cose futili ( all’auto, allo smartphone e a tutte quelle cose che riteniamo necessarie – di indispensabile in realtà vi è molto poco, come ad esempio l’aria ) –  L’uomo di Hesse sapeva aspettare; questo non vuol dire restare immobile, anzi  significa continuare la propria vita, svolgendo le attività di sempre con serenità e gioia. Secondo il pensiero dello scrittore ogni cosa torna al suo posto, ciò che deve accadere accadrà senza grossi sforzi, per cui non bisogna affannarsi in modo eccessivo – Ecco perché Siddharda sapeva aspettare – Chi non sa aspettare, oggi si riconosce subito – Sono quelli che vanno sempre di fretta, che credono di aver fatto tutto e invece non hanno fatto nulla, quelli che vogliono dare tremila cose e dimenticano che la giornata è solo di 12 ore – 

Infine Siddharta sapeva meditare. La meditazione è una pratica sula quale si sono spese tesi e libri di ogni genere, fino ad arrivare ai giorni nostri. Ciò che Hermann Hesse intendeva dire è che tutta la realtà necessita di un filtro, che è la nostra coscienza. Meditare vuol dire anche farsi attraversare da fatti ed eventi,  e restare sempre gli stessi, è saper ritrovare in mezzo alle tempeste della vita un angolo di pace e serenità e farlo diventare uno stile di vita.

 

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