Crowdfundme: le nuove opportunità della raccolta fondi Crowdfunding

Crowdfundme è uno dei più grandi portali di investimento privato e raccolta fondi; permette di costruire un portafoglio diversificato. Sono tanti i progetti di successo e di campagne che superano l’obiettivo prefissato. La prima opportunità di questi giorni è nel mondo della birra artigianale, che sta registrando un trend in forte crescita.

Il mercato della birra cresce, soprattutto se artigianale

Le birre continuano a conquistare sempre più consumatori. A livello globale, secondo Allied Market Research, il mercato è visto in aumento a 685 miliardi di dollari nel 2025, con un CAGR dell’1,8% calcolato a partire dal 2017. In particolare, facendo un focus sulle artigianali, il tasso medio annuo di crescita sarà addirittura superiore (2,3%).

La crescita del mercato italiano

Guardando all’Italia, i dati più recenti (beverfood.com, dicembre 2018) indicano uno sviluppo continuo, negli ultimi anni, della produzione, del consumo (il livello pro-capite è pari a 33,6 litri ogni 12 mesi) e dell’esportazione di birra. Secondo Statista, il giro d’affari nazionale dell’intero settore è pari a 6,75 miliardi di euro.

La produzione totale annua, compresi i birrifici industriali, supera i 16 milioni di ettolitri all’anno, posizionando l’Italia come decimo produttore europeo. Lo stato di benessere del settore è legato soprattutto a tre fattori: il progressivo aumento della cultura birraia italiana, la destagionalizzazione del consumo e la riduzione delle accise.

Relativamente ai microbirrifici, quelli censiti a fine 2018 erano 750, con una produzione di circa 500.000 ettolitri anno. Si tratta di circa il 3% della produzione italiana, ma con un’incidenza in valore più che doppia, poiché la birra artigianale ha un costo mediamente superiore rispetto a quella industriale.

Il Birrificio 620 Passi

Tale contesto potrebbe favorire società come il Birrificio 620 Passi, una PMI innovativa nata in Friuli-Venezia Giulia e specializzata nelle birre artigianali che sfrutta, da un lato, le ricette tradizionali dei mastri della laguna di Marano, dall’altro, un sistema hi-tech a supporto della produzione. In particolare, possiede una tecnologia per il monitoraggio e l’analisi dei consumi energetici e delle materie prime che rende più efficiente il processo di lavorazione della birra. Per accelerare il proprio sviluppo, la società ha lanciato una campagna di Equity Crowdfunding.

La seconda opportunità Crowdfundme: Visual Note

Visual Note, la raccolta vola oltre 100.000 euro!

Gli investitori hanno sempre più fiducia nelle potenzialità di Visual Note, startup innovativa che ha sviluppato e brevettato un dispositivo hi-tech per l’apprendimento musicale a distanza, grazie al quale è possibile suonare la chitarra sin dal primo giorno. La società, infatti, ha già raccolto oltre 105.000 euro, pari al 71% della raccolta.

Il dispositivo di Visual Note rappresenta una soluzione di largo consumo. Basti pensare che, secondo la Fender Musical Instruments Corporation e il Music World Magazine, circa il 90% dei nuovi chitarristi abbandona lo strumento entro un anno poiché frustrato dai lunghi tempi di apprendimento. Con il suo sistema per suonare da subito, l’emittente è focalizzata proprio su questa ampia fetta di mercato.

Investire in Visual Note consente di beneficiare delle detrazioni fiscali previste dalla legge

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Risultati raggiunti

Il primo approccio al mercato, partito a dicembre 2019 inoltrato, ha generato risultati eccellenti: in poco più di 1 mese è stato venduto l’intero primo lotto di produzione (300 pezzi) e gli articoli sono stati inseriti nella rete vendita di 9 tra i più grandi e affermati negozi di musica italiani.

La società, inoltre, è stata inserita nel programma Amazon Launchpad dedicato alle startup innovative. I marketplace Web, come Amazon, sono infatti tra i punti principali della strategia di Visual Note, che mira a espandersi sui principali mercati internazionali tramite e-commerce. Un ruolo di primaria importanza sarà ricoperto anche dalle vendite online dirette, tramite il proprio sito.

fonte: Newsletter Crowdfundme

Vacanze in Italia, visitare Milano

Restate in Italia è la frase che si sente più spesso, in tempo di vacanza e non solo dopo il Covid-19. L’emergenza è tutt’altro che finita, perché alcuni paesi stanno vivendo proprio in queste settimane il picco dei contagi. Molti italiani hanno dovuto ripensare (o lo stanno facendo) alle vacanze, alle quali non è necessario rinunciare. Basta restare in Italia e seguire alcune buone norme. 

I luoghi da visitare in Italia sono tantissimi, e non solo località marittime. Le città italiane non hanno nulla da invidiare alle grandi capitali europee, basti pensare a Roma, Napoli, Firenze e Milano, quest’ultima forse più europea rispetto ad altre. Milano offre tantissimo ai visitatori, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare. Sede della borsa e delle principali attività industriali e commerciali, Milano ha tutte le carte in regola per sorprendere un potenziale vacanziero. Grazie ai due aeroporti principali, Malpensa per i voli internazionali e Linate per i voli nazionali ed europei a breve raggio è raggiungibile facilmente, ma si può arrivare anche con il treno o in auto.

Visitare l’Italia, Visitare Milano: Cosa c’è da vedere

Una vacanza potrebbe trasformarsi in un’esperienza indimenticabile, se si riescono a fare le cose giuste e organizzando tutto al meglio. Molti, ad esempio, trovano interessante l’arrivo in aeroporto. Innanzitutto, questo non è solo il posto di passaggio a cui tanti pensano. All’aeroporto di Linate, ad esempio, è possibile visitare tantissimi negozi delle migliori marche e ristoranti per gustare le prelibatezze rigorosamente Made in Italy. Un simpatico e utile Shop&Collect, permette al vacanziero di acquistare nei negozi tutto ciò che desidera, senza preoccuparsi di portarlo in aereo, perché gli sarà spedito direttamente a casa, accuratamente imballato e perfettamente in tempo. All’aeroporto di Malpensa, invece si trovano interessanti piazze dove intrattenersi: la piazza del lusso, la piazza del Pop e la piazza del Gusto, e i nomi già la dicono lunga.

Visitare Milano, città d’arte

Usciti dall’aeroporto, lo so che è stato difficile, soprattutto per la presenza di negozi Dutyfree, lì la tentazione è forte), troviamo Milano, che è anche una città d’arte, molto interessante da visitare. Alcune cose da vedere subito sono: il Duomo, la scala, il Castello Sforzesco, il palazzo reale, il convento di Santa Maria delle Grazie. La storica Galleria Vittorio Emanuele II con negozi di lusso è un’altra tappa obbligata. Poco distante dal Duomo è possibile visitare il Museo del Novecento, con le sue quattrocento opere d’arte. L’ultima cena di Leonardo Da Vinci, invece si trova nel convento domenicano di Santa Maria delle Grazie. I navigli danno la sensazione di stare in una città d’acqua, proprio come Venezia e Amsterdam. Sui navigli, la darsena e poi botteghe, antichi cortili, simpatici localini per aperitivi veloci.

Navigli Milano
Navigli Milano

 

Il quartiere di Brera si snoda dietro piazza Carmine e da qui è vicinissimo arrivare alla Pinacoteca, dove sono presenti tantissimi capolavori.

Milano è anche città della movida, degli aperitivi, delle discoteche, della moda e del Design, qui si svolge la settimana della moda. Non è difficile nemmeno trovare qualche posticino per mangiare bene, senza pagare troppo, basta cercare e non andare nei locali turistici. Anche gli alberghi e i B&B abbondano e ce ne sono per tutte le tasche.

La cucina milanese

La cucina milanese rientra a pieno titolo nella buona cucina italiana. Il risotto alla milanese, la trippa alla milanese, il bollito, il minestrone alla milanese sono solo alcuni dei piatti che bisogna assaggiare obbligatoriamente se si soggiorna a Milano. Non si può fare di approfittare uno dei più grandi piaceri della vita e a Milano ci sono dei posticini dove la cucina è una vera cultura. In Via Tosi, ad esempio, Ai tre ghiottoni  si possono mangiare ottimi primi piatti, fra cui il vero risotto alla milanese, inoltre, la cotoletta, tortelli e tagliatelle ai funghi porcini. In via Sottocorno, la Rosticceria Giacomo propone un gustoso pollo allo spiedo, e ovviamente primi piatti e dolci. El Cicin, in via Corsico offre ai suoi visitatori un tagliere di formaggi e salumi milanesi, burrata e bruschette per stuzzicare l’appetito. Chi vuole osare e sperimentare può recarsi in Via Lucini dalla Cucina da Oscar, che propone ai suoi ospiti un risotto alla milanese rivisitato con fragole, Grana padano e burro fresco.

A Milano si possono mangiare i Mondeghili, polpette di manzo unite alle salsicce, alla mortadella, uova , formaggio, noce moscata e aglio. Infine, l’ossobuco alla milanese, la Buseca, che sarebbe trippa con fagioli. In realtà non è molto leggera la cucina milanese, indicata, forse nel periodo invernale, ma anche in altre stagioni vale la pena assaggiarla. Il dolce tipico milanese è ovviamente il panettone, mentre la barbajada è un dolce al cucchiaio, che contiene cioccolata calda, latte, caffè, panna e zucchero, giusto per concludere il pasto milanese con qualcosa di leggero.

L’utilità dell’imperfezione: Come marinai su una nave

Di recente mi è capitato di leggere un articolo su TheGuardian: Struggling to achieve perfection? This nautical metaphor might help che tradotto significa

Lottando per raggiungere la perfezione? Questa metafora nautica potrebbe aiutare

Nell’articolo si legge:

Siamo come marinai su una nave che ha lasciato il porto tanto tempo fa e adesso avrebbe urgente bisogno di riparazioni. Ma invece di tornare indietro è meglio rattoppare le vele.  È facile razionalizzare questo atteggiamento definendolo il desiderio di fare le cose come si deve, ma in realtà quello che vogliamo è farle alla perfezione, con il risultato che o non le cominciamo mai o le cominciamo ma poi ci sentiamo in colpa perché non raggiungiamo mai la perfezione che vorremmo.

Standard irraggiungibili
Ultimamente, mi capita spesso di vedere persone che cadono nella trappola del tutto o niente anche nei confronti delle cause sociali. Forse con il confinamento hanno cominciato a rendersi conto dell’importanza della comunità, perciò giurano che non permetteranno mai più che il loro lavoro li distolga dal dovere di essere buoni vicini. O magari le violenze della polizia li spingono ad andare su Twitter per dichiarare che sono antirazziste e giurare che da quel momento in poi si concentreranno sulla lotta alle ingiustizie razziali.

Sono sentimenti ammirevoli ma, anche in questo caso, entra in gioco il perfezionismo: è difficile mantenere alto l’impegno a fare veramente la differenza se il nostro standard di successo è la totale modificazione del modo in cui spendiamo il nostro tempo e le nostre energie.

Per adattare un’analogia del filosofo austriaco Otto Neurath, siamo come marinai su una nave che ha lasciato il porto tanto tempo fa e adesso avrebbe urgentemente bisogno di riparazioni. Vorremmo poter tornare alla darsena e farla risistemare perfettamente – organizzare la nostra vita come ci piacerebbe che fosse – per poi ripartire.

In questo articolo forse ci sono le ragioni dell’immobilismo (o una parte di esse) 

Un utile cambio di prospettiva è quello di imparare a sopportare il disagio di fare le cose in modo imperfetto considerandolo un progetto di miglioramento in sé.

Ancora la metafora della nave, se vogliamo, nella frase sopra in grassetto. Alcuni giorni fa ho tinteggiato le pareti di casa, ho sistemato dando una disposizione diversa, agli oggetti, che avevo messo temporaneamente negli scatoloni. La sensazione di stare su un cantiere lavori e in alto mare è forte. Forse, l’articolo di TheGuardian ha più di una ragione dalla sua parte. Probabilmente, non si riferisce solo a cosa  fare o alla perfezione in se. Ho buttato via molte cose e poco fa ho acquistato due Puff contenitori per liberare un po’ di spazio nell’armadio. Nel frattempo la perfezione non è ancora arrivata, e l’ordine che cerco di mettere nei pensieri è un Work in Progress continuo. Lo so che dopo mi sentirò meglio, ne hanno parlato tanti libri (di minimalismo, di buttare via il superfluo, di mettere ordine in casa); dopo aver fatto spazio, buttato via cose inutili, dopo l’ordine ricostituito, me lo ripeto da giorni: mi sentirò meglio. Aggiungo, dopo aver chiuso qualche porta, finito il libro che sto leggendo, risolto alcuni dubbi ed enigmi, di sicuro mi sentirò meglio.

Da questo punto di vista, la qualità che contraddistingue l’attivista di successo (o il ginnasta, il riordinatore o qualsiasi altra cosa) è proprio la sua capacità di resistere alla tentazione di chiedere a se stesso la perfezione, e di considerare ogni minimo risultato decisamente preferibile alla sua unica vera alternativa, che è non fare nulla – continua l’articolo

Non fare nulla significa proprio non fare nulla? Quando non si fa nulla, il tempo è proprio buttato via? Mi pare anche di aver letto qualcosa riguardo l’utilità del tempo perso, e dell’ozio (non come vizio), da praticare ogni tanto o qualche ora al giorno, come una sorta di Reset o Rigenerazione. Non è vero, dunque, che in quelle due ore di ozio apparente non ho fatto nulla, anzi, è avvenuto qualcosa, una pulizia cerebrale, un riposo della mente, una sospensione creativa e rigenerativa. 

In realtà, l’analogia con la nave di Neurath è utile per riflettere sull’intera questione di come rendere questo nostro mondo travagliato un posto migliore. Come dice il filosofo Christopher J. Lebron 

“La nave è riuscita a salpare ma non è all’altezza del viaggio. Abbiamo del materiale a portata di mano e abbiamo imparato qualcosa su come funziona una nave. Non possiamo abbandonarla perché annegheremmo tutti. Perciò la ripariamo lungo la rotta, a pezzi e bocconi, a volte riuscendoci meglio a volte peggio. In fondo, è più o meno così che funziona una democrazia”.

…in attesa della perfezione

 

 

 

Il paziente digitale: una nuova sfida per la sanità

Siamo nell’era dell’informazione e dell’innovazione digitale, dove i progressi tecnologici semplificano l’esperienza di consumo (come ad esempio, i pagamenti online, le prenotazioni di servizi via web, le comunicazioni in tempo reale ecc.) e rendono sempre più funzionale l’acquisizione e l’integrazione di dati e informazioni.

Proprio come succede nell’ambito della sanità, ove le strutture sanitarie sperimentano con sempre più elasticità l’acquisizione di sistemi per il miglioramento dei processi, dell’assistenza sanitaria e dei servizi accessori mirati a sviluppare una migliore esperienza per l’organizzazione e per il paziente identificato, ormai, come un paziente digitale.

Chi è il paziente digitale

Il paziente digitale è:

  • Un paziente consapevole e attento alla propria persona e alla propria salute;
  • Assume comportamenti e stili di vita finalizzati alla valorizzazione della sua salute e del suo benessere (maggiore attività fisica, miglioramento delle scelte alimentari, frequentazione di centri benessere ecc);
  • Ricerca in maniera autonoma informazioni di carattere medico-sanitario, dai trattamenti ai prezzi delle prestazioni e così via;
  • Consulta le recensioni online di altri pazienti, su piattaforme tematiche e sui social media;
  • Valuta autonomamente i suoi sintomi e la terapia/cura che gli potrebbe essere somministrata;
  • Ha familiarità negli ambienti virtuali e con i più moderni strumenti di comunicazione (dallo smartphone al pc);
  • Vive un’esperienza personalizzata e autonoma nella gestione dei propri percorsi di cura e d’assistenza sanitaria e allo stesso tempo sviluppa un dialogo e una relazione bidirezionale con i medici e il personale di servizio.

Il paziente digitale è un paziente più critico e sempre più esigente.

Quale deve essere allora la risposta delle strutture sanitarie e del personale medico-sanitario?

Le strutture sanitarie devono rispondere alle nuove esigenze dei pazienti con l’accessibilità e l’integrazione della tecnologia e dei servizi digitali nel processo di servizio e nell’interazione, sia all’interno sia all’esterno della struttura.

Le nuove tecnologie, infatti, sono il mezzo fondamentale per acquisire dati e informazioni, in modo immediato e diretto, e supportare operatori sanitari e pazienti in tutte le fasi del percorso di salute: dall’accesso ai dati sanitari, alla fruizione dei servizi, fino ad arrivare al monitoraggio dello stato di salute, delle terapie e degli esiti in via telematica e digitale.

Oggi sono molteplici le strutture che hanno sviluppato portali dedicati al paziente (attraverso cui i pazienti possono accedere alle loro cartelle cliniche, fissare appuntamenti e acquisire una vera e propria cultura medico-sanitaria) o che focalizzandosi sull’esperienza dei pazienti adottano sistemi integrati attraverso cui supportare ogni singolo momento d’interazione, tra il paziente ed il personale sanitario, e gestire il percorso di cura in modo empatico, partecipato e condiviso. Con soluzioni software dedicate (come ad esempio i software medici Doctor Manager diventa più immediato riconoscere e valorizzare la centralità del paziente nel processo di servizio e garantire una migliore esperienza grazie all’integrazione di servizi accessori come il sistema di gestione code, per semplificare l’accesso in struttura e/o l’erogazione di determinati servizi, la firma grafometrica per gestire i documenti digitali e/o i servizi di email o sms per i pazienti attraverso cui fornire il promemoria dell’appuntamento, inviare loro comunicazioni formative o presentare determinati programmi di screening.

La tecnologia non è sufficiente!

Per raggiungere un coinvolgimento significativo ed efficace dei pazienti è necessario acquisire un nuovo orientamento culturale e adottare una nuova strategia mediante cui promuovere comportamenti e pratiche adatte alla singolarità del paziente e capaci di favorire una relazione collaborativa e diretta. Tale cambiamento deve coinvolgere però anche il paziente, responsabilizzandolo sempre più alla diretta gestione del suo percorso di cura.

Il rinnovamento culturale e l’integrazione delle tecnologie sono, dunque, il percorso possibile con cui migliorare l’assistenza medico-sanitaria e favorire lo sviluppo di una relazione medico-paziente positiva e di qualità.

Parco dei Murales, Napoli Est

La rinascita di Napoli Est con il Parco dei Murales, opere, artisti e cittadini si riprendono il territorio

Napoli, cantata dai poeti, terra e mare di leggende e Sirene, eppure per secoli nelle cronache dei rotocalchi per la sua fama dannata e maledetta. Napoli Est è una delle zone di Napoli poco ricca, poco nota se non per qualche fatto di delinquenza. Cercare per scoprire. Già da anni, in questa zona è in atto una rivoluzione culturale, grazie a cittadini, che vogliono staccarsi di dosso un’etichetta ormai vecchia e usurata.

San Giovanni a Teduccio e il Nest, per esempio, il teatro, che ospita laboratori e progetti, stagioni teatrali con attori dal calibro imponente. Eppure, tutto ciò accade a Napoli Est. 

Nel quartiere Ponticelli, invece, sempre a Napoli Est, nel 2015 è iniziato un programma di riqualificazione artistica e rigenerazione sociale, chiamato Parco dei Murales. Si trova all’interno del Parco Merola, un complesso residenziale nato dopo il terremoto del 1980 e che ospita 160 famiglie. I muri dei quattro edifici, sono stati colorati, grazie a grandi della street-art italiana, che hanno trasformato l’area in un museo da ammirare all’aperto.

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Il progetto è nato da una rete di organizzazioni, che vogliono contrastare la dispersione scolastica e la disoccupazione. Gli artisti che hanno dato il loro contributi arrivano da Napoli, Bari, Cagliari, Trieste e sono riusciti a costruire –  I valori di una comunità trasformati in coloratissime opere di arte urbana.

Ma non finisce qui, laboratori e iniziative sociali arricchiscono questa parte di Napoli, per farla somigliare ai quartieri più alti.

Lo Street Art Tour si può prenotare sul sito web Parco dei Murales  – Con il ricavato si è riusciti a migliorare la struttura organizzativa, e attraverso la Cooperativa Arginalia, favorire  occasioni di lavoro ai giovani di Napoli Est.

Dove prima c’era degrado, oggi si incontrano cittadini, turisti e associazioni per programmare il futuro. Quei muri non sono più muri, sono diventati qualcosa che eleva l’animo, uno stimolo che spinge all’apertura e gli abitanti, oggi si sentono parte del territorio, protagonisti capaci di prendere in mano il loro destino.

Fonte e Immagini: parcodeimurales

 

Ladri d’arte e libertà: colonialismo e razzismo al British Museum

Sono decenni che va avanti il dibattito sulla restituzione delle opere d’arte africane, rubate durante gli anni della colonizzazione e custodite gelosamente nei musei europei. 

Tutto è iniziato  con un tweet o si fa per dire. Il direttore del British Museum aveva espresso la sua solidarietà al movimento Black lives matter; il tweet però conteneva l’immagine di un’opera dell’artista afroamericana Kara Walker esposta, ovviamente nel Museo inglese.

“Oh, guarda! È una di quelle navi che il British museum e il Victoria and Albert museum hanno usato per trasportare il loro bottino dall’Africa al Regno Unito?”  è stato il commento della scrittrice etiope Maaza Mengiste.

Tutto è iniziato con l’uccisione, poche settimane fa, di un afroamericano per mano della polizia o si fa per dire. La rabbia e le proteste hanno sempre radici più profonde. L’omicidio del giovane di colore ha acceso più di un dibattito sul colonialismo e sullo sfruttamento che da decenni l’Occidente esercita sulle ex colonie.

Sono tanti i Musei europei che custodiscono opere africane; il paradosso vuole che nei loro musei i pezzi di storia di paesi “altri” siano protetti da allarmi sofisticati, vetrine e sorveglianza. Avere paura che qualcuno sia più ladro di te è davvero il colmo. Il discorso aperto ormai è lungo e complesso e non abbraccia solo l’odio razziale. Dovrebbe essere la gente di colore, privata della propria storia e della propria cultura ad odiare i colonizzatori e invece… Anche Parigi  il museo Quai Branly custodisce opere rubate, per non parlare del Belgio. In tutti i musei europei sono esposte opere, come trofei, per sottolineare la bravura del colonialismo, la sua missione giusta e civilizzatrice. La verità è che il dibattito sul ritorno delle opere rubate nei luoghi d’origine va avanti da decenni e non si fermerà adesso.

A Bruxelles è nato Africa Museum (una colossale presa per i fondelli); conserva 180mila oggetti originari del continente. Il palazzo che ospita il Museo reale è stato costruito grazie ai saccheggi in Congo e dopo cinque anni di chiusura, riapre al pubblico sotto un’altra veste e con l’intento palese di nascondere quello che era lo scopo principale: l’esaltazione dell’impresa coloniale.  

Une aquarelle représentant les différents niveaux du Maris-Séraphique. Sur l'entre-pont s'entassaient les esclaves - Un acquerello che rappresenta i diversi livelli del maris-serafico. Sul ponte c'erano gli schiavi ammucchiati
Une aquarelle représentant les différents niveaux du Maris-Séraphique. Sur l’entre-pont s’entassaient les esclaves – Un acquerello che rappresenta i diversi livelli del maris-serafico. Sul ponte c’erano gli schiavi ammucchiati

La storica dell’arte francese Bénédicte Savoy e l’economista senegalese Felwine Sarr, raccomandano la restituzione pura e semplice, in un rapporto commissionato dal governo francese nel 2018. Nel documento si legge:

La questione delle restituzioni punta il dito al cuore di un sistema di appropriazione e di alienazione, il sistema coloniale, di cui alcuni musei europei oggi sono gli archivi pubblici (…). Per un continente dove quasi il 60 per cento degli abitanti ha meno di vent’anni restituire significa garantire ai giovani africani l’accesso alla loro cultura, alla creatività e alla spiritualità di epoche sì passate ma la cui conoscenza e il cui riconoscimento non dovrebbero essere riservati alle società occidentali o delle diaspore che vivono in Europa. I giovani africani, come quelli in Francia e in Europa, hanno un ‘diritto al patrimonio’.

Mentre altri rubano le grandi case d’asta stanno registrando grande interesse verso l’arte di continenti considerati “altri”, con opere battute a cifre importanti e oggi dopo il Covid-19 si continua con le aste on line. Il dibattito continuerà fra l’indifferenza di alcuni e l’ipocrisia di altri, ma resterà aperto e acceso; è necessario porre fine a una grande ingiustizia, è giusto che popoli derubati per secoli, abbiano la possibilità di ammirare nei loro musei la storia e la cultura che gli appartiene, come qualsiasi altro popolo fa con la sua civiltà.

Fonte immagini Twitter; theconversation.com

 

 

 

Grande successo per la challenge #cucinasenzasprechi

Grande successo per la challenge #cucinasenzasprechi, promossa da Unione Nazionale Consumatori sul social Tik Tok nelle scorse settimane.

Più di mille video, infatti, sono stati postati sul social amatissimo dai giovanissimi (e non solo!); a sfidarsi con i piatti cucinati con gli avanzi anche numerosi creator tra i più seguiti della piattaforma come cooker.girl, rafael.nistor, missmammasorriso, chefincamicia, mochohf, ma anche uno Tik Toker d’eccezione, lo chef Bruno Barbieri! Minimo comun denominatore della challenge: cucinare con gli avanzi della dispensa, accettando la sfida di Massimiliano Dona, Presidente di Unc e ormai su TikTok da diversi mesi con un pubblico di oltre 86 mila followers.

Frittate di pasta, polpette, insalate ricche e timballi sono stati i piatti più gettonati, ma l’importante è >non sprecare e dare spazio alla creatività! Le oltre 28 mila condivisioni e 34.3 M di visualizzazioni dimostrano che la missione è stata portata a termine con successo e chissà se qualcuno ha anche rifatto a casa le ricette proposte nei video.

La challenge è una delle iniziative di “All you need is food”, progetto realizzato in partenariato daUNC e U.Di.Con. e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (ai sensi dell’art. 72 DL del 03/07/2017 n.117 e S.M.I., annualità 2018) con l’obiettivo di favorire la conoscenza del tema spreco alimentare e una maggiore consapevolezza del ruolo che ciascun consumatore svolge nella prevenzione.

Utilizzare un social come TikTok è stato fondamentale per il risultato dell’iniziativa, per amplificare e diffondere il messaggio contro lo spreco ad un vasto pubblico coinvolgendo anche i più giovani; la challenge fa parte, infatti, di #ImparaConTikTok, un programma a lungo termine che riunisce esperti, associazioni, educatori, creator con abilità e competenze differenti per creare un ecosistema di contenuti di taglio educativo

Fonte: Consumatori.it

Fairtrade: Commercio equo e solidale

Molti si saranno accorti, facendo la spesa di scritte su diversi prodotti che recitano: equo e solidale, in particolare del marchio fairtrade.

Fairtrade aiuta a rendere più sostenibile la coltivazione del cacao garantendo il prezzo minimo Fairtrade per questa materia prima e offrendo un guadagno aggiuntivo da investire nelle comunità locali, in modo che gli agricoltori possano costruire un futuro migliore per se e per le loro famiglie. – è quello che si legge sul sito Fairtrade.

Conosciamo meglio questa realtà: Cos’è Fairtrade

Molte volte ci siamo chiesti come poter cambiare il mondo, e altrettante volte ci siamo sentiti sconfitti oppure troppo piccoli per poterlo fare. Resto sempre dell’idea, che invece nel nostro piccolo possiamo fare tanto (lo ribadisco: siamo quasi 9 miliardi di persone sul pianeta). Nove miliardi di persone attraverso i loro comportamenti e i loro consumi soprattutto possono creare o modificare una tendenza.

La storia è antica ma paradossalmente sempre attuale e si chiama sfruttamento. Sfruttamento delle risorse e sfruttamento del lavoro delle persone. Si tratta di un meccanismo non molto complesso, attraverso il quale qualcuno si arricchisce, impoverendo il pianeta o sfruttando i lavoratori. Fenomeni come l’imperialismo e il colonialismo hanno lasciato il posto a caporalato o semplicemente allo sfruttamento in tutte le sue forme per capirci. Ancora oggi, ad esempio, le aziende che chiudono per aprire stabilimenti in paesi dove la manodopera costa meno, lo fanno per fare buoni affari a danno di migliaia di lavoratori che resteranno senza lavoro.

La mission di Fairtrade

La mission di Fairtrade è cambiare il mondo, è ovvio che non è cosa semplice, ma qualunque sforzo in questo senso va sostenuto e apprezzato. Fairtrade è il marchio internazionale di certificazione del commercio equo e solidale. In altre parole sostiene i produttori agricoli dei Paesi in via di sviluppo, dando loro la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro. Il prezzo dei prodotti con il marchio Fairtrade è più alto ma viene certificato attraverso una rete di cooperative e organizzazioni per garantire alcune condizioni.  Esempio:  I consumatori si impegnano ad acquistare prodotti ad un prezzo più alto in cambio di qualità, ecosostenibilità. Si è certi di acquistare e quindi sostenere agricoltori che non sfruttano il lavoro minorile, che non deturpano l’ambiente e così via. Inoltre, Fairtrade corrisponde dei premi ai produttori, per la costruzione di scuole, infrastrutture, ambulatori, ospedali.

Consumo responsabile. Le grandi catene di supermercati lanciano offerte a sottocosto, si tratta di strategie di marketing, e il consumatore è attirato da questa politica. Bisogna tener presente, però, che dietro a prezzi bassi ci sono costi per l’ambiente e per il sociale. In altre parole il prezzo è basso ma il costo più alto lo paga l’ambiente e tutta la comunità, attraverso l‘impoverimento delle risorse. Se acquistiamo  un prodotto a sottocosto, questo vuol dire che altri stanno pagando la differenza. Fairtrade garantisce il prezzo giusto all’agricoltore, per permettergli di vivere e pensare al futuro e con i premi aiuta anche a migliorare la vita della sua comunità.

Fairtrade: le critiche

Le critiche non mancano mai, e guai se non fosse così. Il concetto che Fairtrade cerca di introdurre è cambiare il mondo, e cerca di farlo influenzando tutta la filiera produttiva. Cambiando radicalmente certe abitudini si influisce sulla politica dell’intero pianeta.

Fairtrade ha subìto tantissime critiche, tutto normale fin qui. Quando si cerca di fare qualcosa, soprattutto se qualcosa di positivo si scatenano attacchi da ogni fronte. Una delle critiche che Fairtrade ha subìto è che aiuta poco l’Africa e molto le imprese.

Moltissime aziende hanno da tempo abbandonato il marchio Fairtrade per creare regolamenti interni, e di conseguenza nuovi marchi. Sotto un certo punto di vista, tutto ciò appartiene alle strategie di marketing. Basta capire cosa vogliono i consumatori e il gioco è fatto. Quante società hanno cambiato faccia negli ultimi tempi diventando ecologiste, schierandosi contro lo sfruttamento delle risorse, pro-ambiente e così via? Nulla da eccepire, se si tratta di un cambiamento reale, ma in alcuni casi si sono scoperti dei falsi, spesso una politica ecologista o bio è solo apparente.

Sono state condotte inchieste e sono stati scritti libri per analizzare il sistema delle certificazioni di Fairtrade. Quale sistema è perfetto? In Germania Fairtrade ha subìto attacchi, perché vengono impiegate (e quindi certificate) anche materie prime tradizionali nell’intero processo di produzione.

Conclusioni

Quando un’idea è buona bisogna proseguire su quella strada. Capitalismo, Imperialismo, Colonialismo sono solo alcuni dei sistemi che non hanno funzionato. Oggi, qualcuno vuole convincerci che il sistema Fairtrade non va bene,  o che ha promesso ciò che poi non riesce a mantenere. Di sicuro con questo sistema non è cambiato il mondo, ma ha fatto comprendere che esiste un’alternativa.

Cambiare il mondo è cosa molto difficile, che comporta molti passaggi, spesso dolorosi, errori e imperfezioni, ma vale la pena provarci e non lasciare campo libero a chi desidera un ritorno al passato. Oppure si può far ricorso al pensiero critico.

Alcuni dati da Fairtrade

Gli agricoltori Fairtrade e i lavoratori hanno guadagnato più di mezzo miliardo di euro in Premio Fairtrade negli ultimi 5 anni da spendere in progetti a loro scelta. Ma come fanno a decidere esattamente come spendere il Premio? Che priorità hanno? E qual è l’impatto a livello più profondo che provoca nelle loro vite?
L’istituto di ricerca francese LISIS ha analizzato i dati sul Premio Fairtrade  e ha approfondito la situazione di 5 organizzazioni di produttori certificati attraverso visite in loco, intervistecorsi di formazione con il management delle organizzazioni, i contadini e i lavoratori. Sono state prese in considerazione sia cooperative che piantagioni e la ricerca ha abbracciato diverse tipologie di produzioni in Africa e America Latina: due organizzazioni di piccoli produttori in Perù (cacao/caffè e banane), una in Ecuador (banane), un’unione di cooperative in Costa d’Avorio (cacao) e una piantagione di fiori in Kenia.

La maggior parte del Premio viene speso in servizi per i contadini e lavoratori, seguiti da investimenti sulle cooperative

Tra il 2011 e il 2016, le organizzazioni hanno scelto di spendere:

  • il 52% dei loro fondi in servizi per i contadini e i lavoratori: pagamenti in contanti, strumentazione agricola, fertilizzanti o prestiti;
  • il 35% per rafforzare le cooperative: miglioramento dei processi dell’impresa, costi di ufficio, finanziamenti e formazione per la dirigenza e per i dipendenti;
  • il 9% in progetti per la comunità in ambito sanitario e per le infrastrutture educative, acqua e servizi igienici o progetti ambientali.

Le borse di studio e i servizi sanitari sono stati i più apprezzati secondo le persone intervistate. Alcuni sono riusciti a realizzare economie di scala. Per esempio, in Kenia sono state acquistate grandi quantità di fornelli efficienti poi rivenduti  ai lavoratori a prezzi scontati. Il Comitato per la gestione del Premio ha acquistato inoltre un pezzo di terra e ne ha venduto delle porzioni ai lavoratori a circa un terzo del prezzo di mercato. Per i lavoratori non sarebbe stato possibile altrimenti possedere la terra.
La cooperativa produttrice di banane in Ecuador ha lavorato con il Network regionale dei produttori per costruire una fabbrica di biofertilizzanti, compost e altri prodotti. I contadini risparmiano acquistandoli ad un prezzo più basso di quello di mercato e possono eventualmente rivenderli all’esterno per generare ulteriore reddito. Dalla riduzione dei contaminanti ha tratto beneficio anche l’ambiente.

Come si diventa consumatori responsabili – Cambiare la vita di qualcuno

Comprendiamo sempre di più quanto le nostre scelte siano importanti, e in che modo possiamo diventare consumatori responsabili. I nostri comportamenti sono fondamentali, sembrano semplici gesti, ma la scelta anche di un singolo prodotto può cambiare la vita di qualcuno, e questo è un sistema che non passa mai.

I marchi Fairtrade e come riconoscerli

Questo tipo di Marchio Fairtrade viene stampato sui prodotti coltivati e commercializzati secondo i criteri del commercio equo. Significa inoltre che questi prodotti sono completamente tracciabili (trattati separatamente dai prodotti non-certificati), dal campo allo scaffale. Puoi trovare questo Marchio su i prodotti mono-ingrediente, come le banane e il caffè.
Questo tipo di Marchio Fairtrade viene stampato sui prodotti coltivati e commercializzati secondo i criteri del commercio equo. Significa inoltre che questi prodotti sono completamente tracciabili (trattati separatamente dai prodotti non-certificati), dal campo allo scaffale. Puoi trovare questo Marchio su i prodotti mono-ingrediente, come le banane e il caffè.
Se trovi il Marchio Fairtrade con una freccia, significa che sul retro della confezione troverai maggiori informazioni sugli ingredienti. Il Marchio con la freccia viene usato sui prodotti con più ingredienti, come le barrette di cioccolato o i cereali per la colazione. Tutti gli ingredienti che sono disponibili con certificazione Fairtrade devono essere Fairtrade (per esempio tutto il cacao, lo zucchero e la vaniglia). Il contenuto minimo totale Fairtrade è del 20%, ma molte aziende ne utilizzano di più. Troverai la percentuale effettiva sul retro della confezione.
Se trovi il Marchio Fairtrade con una freccia, significa che sul retro della confezione troverai maggiori informazioni sugli ingredienti. Il Marchio con la freccia viene usato sui prodotti con più ingredienti, come le barrette di cioccolato o i cereali per la colazione. Tutti gli ingredienti che sono disponibili con certificazione Fairtrade devono essere Fairtrade (per esempio tutto il cacao, lo zucchero e la vaniglia). Il contenuto minimo totale Fairtrade è del 20%, ma molte aziende ne utilizzano di più. Troverai la percentuale effettiva sul retro della confezione.

 

Fonte Immagini sito web Fairtrade – Immagine di copertina Costruzione di un pozzo in Malawi – Copyright Fairtrade Foundation

Genialità in casa: Carta da parati o wallpaper

A volte basta poco per rifare il look ad una camera, dare carattere ad una parete o rinnovare un vecchio mobile: usata in quantità o in piccole dosi, la CARTA DA PARATI rinnova con stile e può essere declinata in mille modi diversi. Dallo stile più classico (fasciato o fiorato), a quello geometrico, dall’effetto “jungle” molto attuale, all’intramontabile “Tromp Loeil” che conferisce profondità e tridimensionalità all’ambiente, la WALLPAPER è un elemento indispensabile per la personalizzazione degli ambienti abitativi. Può essere utilizzata non solo sulle pareti, ma anche sui soffitti se le altezze sono importanti, sulle ante di armadi e guardaroba, su arredi anonimi o datati. Può essere applicata anche in ambienti umidi come la cucina e il bagno, se trattata con resine impermeabilizzanti.

Riciclo o riuso: quando la fantasia viene in nostro aiuto

L’epoca attuale è sicuramente quella del riciclo, o almeno migliaia di persone hanno da anni assunto comportamenti sempre più responsabili, per una serie di ragioni fra cui l’economicità o semplicemente per dire no allo spreco e salvaguardare l’ambiente.

E’ impressionante come un mobile o qualsiasi arredo possa cambiare totalmente faccia con la carta adesiva per arredi, che in un certo modo deriva dalla carta da parati, in uso da tantissimi anni. Non bisogna essere necessariamente ambientalisti, ma il caso ha voluto che abbiamo voglia di rinnovare gli ambienti. Abbiamo acquistato un armadio, un letto ma l’idea di buttare via la scrivania o un mobile, che non s’accordano ai colori scelti non ci va giù. La soluzione è la carta adesiva per mobili, in commercio ce ne sono di diversi tipi, diversi motivi, effetto pietra o marmo, tinte unite. Discende, come dicevamo, sicuramente dalla carta da parati che ha segnato un’epoca. Tantissimi anni fa si applicava alle pareti quella con motivi floreali, oggi la musica è decisamente cambiata. La creatività è alla portata di tutti e sulle pareti possiamo tranquillamente applicare affreschi e vivere i nostri ambienti come se fossimo in un museo. Possiamo decidere di avere il cielo in una stanza o di stare in mezzo alle cascate.

In un articolo pubblicato qualche tempo addietro la singolare iniziativa della carta da parati con Botticelli

Si tratta della  prima collezione al mondo, che riproduce dipinti di opere d’arte. Il progetto appartiene alla Tecnografica con il Ministero per i Beni culturali e le Attività culturali e sono state necessarie apposite concessioni del Ministero dei Beni culturali per poterle riprodurre.

Fonte riferimenti e immagini: Formastudio3 tecnico

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