Viviamo in un mondo sempre meno slow. La velocità e il tempo sono diventati una malattia, l’ossessione della nostra epoca. Chi resta imbottigliato nel traffico, o anche attende pochi secondi inizia a prendersela con il clacson, con l’automobilista che lo precede, con la gente che non cammina a piedi.
Abbiamo fretta, e qualsiasi cosa, intoppo, inconveniente ci fa perdere tempo. Ma che misura ha il tempo, e quanto ce ne serve, per fare cosa?
Limite di velocità nei centri abitati
Corriamo e siamo sempre di fretta, e non ci sfiora nemmeno il motivo per il quale corriamo. La velocità è anche un’emozione da provare su una moto o su un’auto di lusso.
Aumentare la sicurezza stradale, soprattutto per i cittadini più fragili. Promuovere la mobilità sostenibile riducendo l’inquinamento e le emissioni. Favorire l’economia di prossimità e i negozi di vicinato. Rendere lo spazio pubblico più bello e democratico.
Questi sono gli obiettivi delle città30, dove il limite di velocità per tutti i mezzi è fissato a 30 chilometri orari: un nuovo modello che ha già preso piede in diversi paesi del mondo, e che ora si sta affacciando anche in Italia.
Bologna, città 30
Ma anche zero direi, ma da questo giugno Bologna è la prima grande città italiana a 30 chilometri orari. Prima c’era stata Cesena, che aveva fatto da apripista nel 1998, seguita nel 2021 da Olbia.
Per diventare una città30, però, non basta solo abbassare il limite di velocità: si tratta di un intervento più ampio e complesso, infrastrutturale ma anche culturale, per riqualificare l’ambiente urbano con lo scopo di restituire lo spazio pubblico ai pedoni e ai ciclisti.
La strada rappresenta l’80 per cento dello spazio pubblico delle nostre città. Eppure, vivere quello spazio è ancora pericoloso: in Italia ogni anno rimangono ferite in strada un numero di persone pari agli abitanti di Padova o Trieste. Nel 2021 l’Istat ha registrato più di 200mila feriti e 2.875 vittime di incidenti stradali. Più della metà delle morti avvenute in città è dovuta a sole tre cause: eccesso di velocità, guida distratta e mancata precedenza ai pedoni sulle strisce.
I dati pubblicati dalla Commissione europea mostrano che nel 2022 l’Italia ha visto un aumento delle vittime degli incidenti stradali del 9 per cento rispetto al 2021
Nel mondo esistono già diverse città30, da Grenoble a Helsinki, da Graz a Edimburgo, da Bilbao a Toronto. In Spagna, nel 2021 è stata approvata una modifica al codice della strada che impone il limite dei 30 chilometri orari in tutti i centri urbani del paese. Laddove è stato implementato, questo nuovo modello ha avuto risultati positivi: a Bruxelles, nei primi sei mesi di sperimentazione gli incidenti sono calati del 22 per cento, le vittime della strada sono la metà, ed è stato dimezzato l’inquinamento acustico. I chilometri percorsi dagli abitanti in una giornata sono aumentati di cinque milioni.
A Barcellona per la prima volta è stato studiato anche l’impatto di questo modello sulla salute: si stima che vengano prevenute 667 morti premature all’anno, l’aspettativa di vita aumenti di quasi 200 giorni in media a persona e si generi un risparmio annuo di 1,7 miliardi di euro
A seguito di questi risultati, nel maggio del 2021 le Nazioni Unite hanno lanciato la campagna #love30, per chiedere ai politici di abbassare il limite di velocità a 30 chilometri orari in tutte le città e i paesi del mondo. A ottobre dello stesso anno una risoluzione del Parlamento europeo ha proposto l’introduzione del limite in tutte le città europee dove siano presenti zone residenziali e un elevato numero di ciclisti e pedoni.
“La città30 non è solo un impianto tecnico-amministrativo, ma implica anche un processo sociale e culturale” spiega Alessandra Bonfanti, responsabile per la mobilità di Legambiente, che fa parte della piattaforma Città30. “Bisogna preparare le persone affinché comprendano il cambiamento, lo desiderino e lo mettano in atto. Il ruolo della società civile è fondamentale, la città30 vincerà solo se riuscirà a coinvolgere attivamente anche i cittadini”.
Ancora oggi, alcuni comuni non riescono a mettere a punto un PUC, che sia all’altezza di città vivibili.
Dodici secondi e lo stile slow, dodici secondi in più di vita
Ritornando allo stile slow, che ispira il nostro blog nelle notizie e nell’informazione lenta e approfondita, per misurare il benessere sociale che deriva dalla città30, il comune di Bologna ha realizzato un’analisi quantitativa costi-benefici. In città, infatti, c’è una rete di circa 600 chilometri di strade, ogni giorno si registrano poco meno di tre milioni di spostamenti motorizzati su veicoli privati, più un milione su trasporto pubblico e mezzo milione tra pedoni e ciclisti.
“Il ritardo medio dovuto alla città30 è stato calcolato in 12 secondi per ogni viaggio di ciascun automobilista”, spiega Alfredo Drufuca, consulente esperto nella pianificazione del traffico e dei trasporti per il comune di Bologna. “Ma 12 secondi non valgono il numero assurdo di incidenti che registriamo sulle nostre strade. Che senso ha paragonare 12 secondi alla vita di una persona?”
Prendere la vita slow
Nel mondo della velocità, del tutto e subito è sempre più difficile vivere con lentezza. Eppure, lo stile slow si sta diffondendo in più settori. Slow fashion, turismo slow, Slow Living, ad esempio significa vivere una vita lenta. La vita lenta è un modo di vivere semplice, è consapevolezza, amore, natura, emozioni, sorrisi, tempo che si dilata, benessere. La quotidianità rallenta e ci si dedica ai valori veri, e alle passioni.
Fonte: Internazionale

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