Milena Grasso… il mare dentro

Il mondo dell’editoria non versa in buono stato, e questo è un dato di fatto. L’offerta supera, infinitamente, la domanda, e di ciò bisogna farsene una ragione. I ragazzi leggono poco, quanto niente, e anche questo è preoccupante.

Nelle librerie girano tante ciofeche tra le quali riesce difficile districarsi, e anche su questo non ci piove. Che i prezzi non siano proprio accessibili allo zoccolo duro dei lettori, è da prendere in considerazione.

Se vi capita di prendere in mano un libro non è difficile che troverete una fascetta che sbandiera: Scrittore da due milioni di copie; Scrittrice da quattro milioni di copie; il romanzo che ha commosso mezzo mondo, unitamente ad una raffica di recensioni positive che non passano inosservate.

Chi siano tutti questi lettori non mi è dato sapere.

Ma lasciamo da parte le invidie personali e veniamo a Mare Profondo, esordio letterario di Milena Grasso. Devo, in primo luogo, riconoscere che Arteta Edizioni, nelle collane di Poesia, Narrativa, Saggistica e Antologia, sin dalla prima uscita, ha sempre pubblicato volumi ad alta intensità emotiva. Un vero e proprio marchio di fabbrica.

Come sempre la grafica è a cura di Daniele Mugnai, e tutto il volume è intervallato da splendide foto, che narrano senza bisogno di parole. Ho letto con molta partecipazione quest’ultima pubblicazione e mi sento in dovere di contattare l’autrice per una approfondita conversazione.

Ci ritroviamo nella Libreria Claudio, dove Eliseo Verde ci accoglie con la gentilezza che lo contraddistingue, e ci rintaniamo nella sala al primo piano.

Ecco a seguire il nostro Call & Response.

Lei tratteggia suo padre come instancabile lavoratore ma scarsamente affettivo: possiamo accomunarci noi che abbiamo vissuto una certa “epoca” quando al proprio genitore si dava del voi, e una visibile anaffettività era dovuta sia a una sorta di vergogna/debolezza di sentirsi teneri coi figli, sia perché questa rigidità era tradizionale nonché tramandata. In altre parole era un ruolo. Oggi non è più così, e la distanza tra genitori e figli è pari a zero. Siamo sicuri che tutto ciò sia un bene?

Direi che un tempo la figura paterna quasi sempre rappresentava più una funzione (disciplina, sostentamento) che un vero e proprio soggetto emotivo. Mi spiego, la scarsa affettività spesso era il riflesso di una vita trascorsa tra difficoltà e sacrifici, per cui la rigidità affettiva rappresentava lo strumento più adatto per la crescita e il sostentamento dei figli. Oggi l’abbattimento della rigidità affettiva ha permesso ai papà di instaurare un rapporto più amicale e profondo con i propri figli creando un legame affettivo più salutare. C’è da aggiungere, però, che molto spesso si rischia di confondere i ruoli; quando la distanza è pari a zero, si corre il rischio di diventare troppo “amico” e la funzione di “limite” tra padre e figlio viene meno e paradossalmente la loro capacità di crescita personale decade creando difficile la definizione della propria identità. Concludo considerando che il benessere tra padri e figli non sta tra gli eccessi ma nella capacità di essere vicini col cuore restando però fermi nel proprio ruolo di guida”.

Vorrei soffermarmi su quanto sottolinea, e cioè seppur facilitati dalla tecnologia fatichiamo a ritagliarci il tempo per un incontro vero. Ci stiamo inesorabilmente robotizzando?

“Questo interrogativo tocca il cuore della nostra epoca e paradossalmente il progresso tecnologico, nato per semplificare la nostra vita, finisce spesso per isolarci in una bolla. Capita che la tecnologia ci permette di essere ovunque e con chiunque, anche fisicamente, ma nel contempo ci isola mentalmente svuotando completamente il nostro legame empatico. Non credo che possiamo definire questa epoca robotizzata, ma di certo stiamo adottando dei comportamenti automatizzati”.

Più avanti ci racconta del suo ripensamento, all’ultimo secondo, sulla mancata fuga degli innamorati (fuitina) col suo giovane fidanzato. Nonostante in più occasioni avesse mostrato una violenza fisica e una ingiustificata gelosia, afferma che comunque lo amava. Da sociologa e da donna, come spiega questo controsenso? E siccome la cronaca attuale ci narra di episodi simili, in quantità più che preoccupante, potrei supporre che nelle donne, in alcuni casi, sia presente una dose innata di masochismo? O, quantomeno, siano aderenti all’Esercito Della Salvezza. Mi contraddica…

Non fu un controsenso, ero un’adolescente che credeva ingenuamente nell’amore. Sollevare l’idea che l’accettazione di una relazione violenta possa essere definito “masochismo” lo trovo eccessivo. Da sociologa direi che il motivo per cui una vittima resta in una relazione violenta ha una spiegazione molto più complessa caratterizzata da dinamiche relazionali a loro volta complesse. L’adesione all’Esercito Della Salvezza è semplicemente la conseguenza di un’azione coercitiva e manipolatoria esercitata sulla donna. In sintesi la scelta di restare o fuggire non è né un controsenso né un atto di masochismo bensì una risposta complessa a una situazione in cui la libertà di scelta viene compromessa”.

Poi con un, tra virgolette, semplice ti lascio la sua storia d’amore finisce in un attimo. Ora, senza scomodare Jung, il quale affermava che nulla accade per caso, dopo tanti anni, come interpreta questa conclusione della sua storia?

Qui rispondo con una frase di Eraclito “Nulla dura in eterno “. Il filosofo greco rende perfettamente l’idea asserendo il principio che nulla è immutabile e tutto è destinato a trasformarsi o finire”.

Proseguendo nella lettura vi troviamo una deflagrante rivelazione: la violenza subìta. Un reato, questo, che definisco come “Omicidio Morale” e che condannerei con l’ergastolo, altro che qualche annetto di prigione. Ora, non sapendo se Lei lo abbia mai denunciato, le chiedo: qual ‘è il motivo che l’ha spinta a renderla pubblico, seppur attraverso le intime pagine di un libro?

Nella violenza, vieni privato della tua voce e del controllo del tuo corpo. Scrivere è stato un modo per smettere di sentirsi ancora proprietà dell’altro, nonostante i molti anni trascorsi, diventando soggetto che racconta. Diciamo che la narrazione è stato uno strumento per riappropriarsi della propria identità”.

Dopodiché, e sempre senza incomodare lo studioso svizzero, sulla sua strada umana appare Benedetto Ferriol. Un fortuito incontro?

Ebbene sì…Benedetto Ferriol è una di quelle persone che entrano nella tua vita nel momento giusto e, nonostante fosse un estraneo, si è creata da subito una grande sintonia. Questo accade raramente ma quando avviene è come se i pezzi di un puzzle si incastrassero da soli. Insieme abbiamo trasformato la passione per l’arte teatrale in uno strumento di lotta contro il bullismo, violenza di genere e tutto ciò che compete l’ambito sociale, scavando nel buio per portarlo alla luce”.

Qualcuno ha detto che chi non sta bene da solo è perché si trova in cattiva compagnia. Lei che rapporto ha con la solitudine?

Ho sempre avuto timore della solitudine… Restare sola con me stessa mi soffocava per cui cercavo sempre il rumore esterno per sentirmi completa. Oggi ho imparato ad ascoltare il silenzio e ciò che mi dicono i miei pensieri, ho scoperto che la mia stessa compagnia oggi mi è necessaria”.

Leggo che Lei soffre di una patologia invalidante che, purtroppo, la accomuna a circa un milione e mezzo di persone. Posso chiederle come sta?

La mia malattia (fibromialgia) spesso mi impone di stare a casa o a riposo compromettendo la mia normale vita quotidiana, mi toglie molto, ma mi ha dato anche una consapevolezza che prima non avevo: ho imparato che la mia mente è un posto bellissimo in cui stare anche quando il corpo soffre”.

Ritorniamo un attimo all’amico Ferriol. Mi dice di più su Orgoglio Napoletano?

Orgoglio Napoletano è il nome dell’associazione culturale di cui Benedetto Ferriol è il presidente. Come detto sopra, attraverso l’arte del teatro si è posto come obiettivo principale non tanto l’intrattenimento fine a se stesso, ma il benessere della comunità e il cambiamento socio-culturale. L’associazione in 15 anni di attività ha portato in scena tante storie di vita vissuta e di cultura operando attivamente nel difficile territorio a nord di Napoli. Orgoglio Napoletano lo fa con passione, e il teatro diventa un grande strumento di inclusione sociale”.

Torniamo all’argomento della nostra conversazione, e parliamo di suo fratello, protagonista del volume e degli intrecci personali che si sono sviluppati nel tempo. La sua era una famiglia unita all’interno della quale ognuno condivideva gioie e dolori?

In famiglia eravamo in sei, ognuno dei suoi componenti aveva una propria personalità e come racconto nel libro gli intrecci personali non sono sempre stati semplici ma ciò che ci univa è stato l’insegnamento di valori genuini. La forza principale di noi figli è stata mia mamma che ha sempre fatto da collante, insegnandoci con amore e tanta pazienza a condividere e affrontare gioie e dolori”.

Glielo chiedo per poter comprendere come mai nessuno si è mai reso conto che dietro l’effervescenza di suo fratello potesse celarsi un tale dramma. Suo padre inflessibile, concreto e molto pragmatico. Ma sua mamma, depositaria di un cuore di madre che tutto percepisce, non è mai stata sfiorata da qualche dubbio? Ha mai avuto un vago sentore che suo figlio fosse immischiato in faccende poco lecite?

Mia madre aveva un intuito molto fine, ma, a volte, l’amore per un figlio rende ciechi. Probabilmente per lei ammettere che dietro l’effervescenza di mio fratello ci fosse qualcosa di torbido avrebbe significato accettare di aver fallito in qualcosa, per cui ha preferito, forse, non vedere”.

E nemmeno con Lei, con cui divideva ogni segreto, si è mai confidato?

È proprio questo il punto più doloroso. Eravamo complici, dividevamo tutto e oggi sono arrivata alla conclusione che abbia deliberatamente scelto di lasciarmi fuori da una parte della sua vita. Magari pensava di non caricarmi, questa volta, di un peso che non avrei saputo reggere”.

E poi una curiosità: l’amico fraterno, che ritorna da solo da Amsterdam era un complice, oppure era ignaro di quanto accadeva? La domanda mi sorge spontanea giacché se sapeva si potrebbe ipotizzare che abbia le sue responsabilità per come poi è andata a spegnersi la vita di suo fratello.

Non mi sento di accusare nessuno. Come ho spiegato nel libro ci sono voluti molti anni prima di comprendere di chi fosse stata la responsabilità di quello che accadde durante il viaggio ad Amsterdam”.

A distanza di anni vi siete mai chiesti, in famiglia, com’è che sia finito in questa spirale di morte?

Ce lo chiediamo ancora oggi, siamo giunti alla conclusione che la sua stessa vitalità lo abbia tradito. Spesso chi vive la vita intensamente e in modo cosi effervescente nasconde delle fragilità che spingono in una spirale dalla quale è molto facile esserne risucchiati”.

E ancora le chiedo: ci sono sensi di colpa che vi portate dentro?

Il senso di colpa c’è sempre, anche se con il tempo sta cambiando forma, sta diventando una consapevolezza. Scrivere questo libro è stato un modo per elaborare quel senso di colpa e iniziare ad accettare la nostra umanità fatta anche di lati oscuri”.

Mi viene da dire che Lei, nella sua vita, abbia attraversato un mare in tempesta. E la sua anima abbia vissuto diverse burrasche. A questo punto, e una volta che attraverso il libro ha condiviso i suoi tormenti, il mare si è calmato, e il vento sembra essersi placato. Sbaglio?

Oggi sicuramente non sono più nel mezzo di un mare in tempesta ma sono sulla riva. Osservo il mare con rispetto e un pizzico di malinconia, ma sono con i piedi sulla terraferma. Questo libro mi ha permesso di affrontare i miei fantasmi e di guardare finalmente l’orizzonte senza avere il timore di guardare oltre le onde. Non è un mare completamente calmo ma un mare che mi da’ pace”.

Un’ultima domanda. Lei ha due figli. Immagino che, prima di andare in stampa, abbiano letto. Quali sono state le loro reazioni?

I miei figli lo hanno letto dopo la pubblicazione. Le loro reazioni sono state diverse rispecchiando le loro personalità. Entrambi hanno colto il senso del mio racconto”.

Milena Grasso nel suo libro, dove non mancano momenti retrospettivi, non ha avuto paura a mostrare le sue cicatrici, e con il suo raccontarsi, forse, le ha esorcizzate, se non del tutto almeno in parte. Adesso ci piace immaginare Milena seduta in riva al mare -guardando il rincorrersi delle onde- ad ascoltare la voce di un tramonto d’estate.

Per parlare con un fratello non c’è bisogno delle parole!

Filippo Di Nardo

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