La sconfitta di Meloni al referendum è la conseguenza dell’effetto Trump

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca nel Programma Transatlantico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) ed esperto di relazioni internazionali. In un articolo su TheGuardian un’attenta e precisa analisi sulla sconfitta di Meloni al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo scorsi.

Meloni ha una lunga storia di sfide. La Presidente del Consiglio detiene il record di più giovane membro del governo italiano, a 31 anni, ed è la prima donna a ricoprire la carica di Primo Ministro, superando così due degli ostacoli più formidabili della politica italiana: la gerontocrazia e il maschilismo. Dopo il suo insediamento nell’autunno del 2022, ha rapidamente dissipato i timori che il suo passato post-fascista potesse renderla una radicale in politica estera. Il fermo sostegno all’Ucraina e un rapporto pragmatico con i leader dell’UE le hanno fatto guadagnare credibilità internazionale.

In questo contesto, la sconfitta subita nel referendum di questa settimana – in cui gli italiani hanno respinto la riforma costituzionale della magistratura proposta dal governo con il 53,2% dei voti contro il 46,8% – appare ancora più significativa.

Gli indici di gradimento per Fratelli d’Italia di Meloni sono rimasti sostanzialmente stabili dal 2022, un risultato notevole nella politica italiana. Inoltre, ha regolarmente superato la maggior parte dei leader europei in termini di consenso popolare. E non molto tempo prima del referendum, i sondaggi davano ancora il “sì” in vantaggio.

Cosa è successo, dunque?

Una delle ragioni è che Meloni ha sovrastimato – e pubblicizzato eccessivamente – l’attrattiva di una riforma che figurava da tempo nell’agenda della sua coalizione. Approvata in parlamento con un voto di partito, la riforma proponeva la completa separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, e di conseguenza la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno della magistratura, in due. Un terzo consiglio, di nuova formazione, avrebbe assunto funzioni di controllo. Come nell’attuale CSM, due terzi dei membri di questi organi sarebbero stati magistrati e un terzo esperti legali nominati dal parlamento. L’aspetto più controverso è che sarebbero stati tutti scelti tramite sorteggio, anziché tramite votazione.

Meloni sperava di capitalizzare sulla diffusa insoddisfazione italiana nei confronti del sistema giudiziario, considerato lento, farraginoso e a tratti inaffidabile. Puntava inoltre sulla percezione che i pubblici ministeri siano di parte e politicizzati, una narrazione centrale nella destra sin dall’era di Silvio Berlusconi.

Tuttavia, la campagna per il “sì” non è riuscita a convincere del tutto gli italiani, che in genere nutrono grande stima per la loro Costituzione repubblicana, sono rimasti scettici. Allo stesso tempo, il tono della campagna referendaria l’ha trasformata in una lotta senza esclusione di colpi tra potere esecutivo e potere giudiziario. Gli oppositori sostenevano che la riforma avrebbe subordinato quest’ultimo al primo, mentre i sostenitori affermavano che avrebbe impedito ai pubblici ministeri di oltrepassare costantemente i limiti del loro mandato costituzionale.

In entrambi i casi le prove concrete erano scarse, ma la campagna per il “no” poteva citare una serie di dichiarazioni della maggioranza di governo – inclusa la stessa Meloni – che rafforzassero la percezione che il governo stesse effettivamente perseguitando i procuratori. L’allineamento di Meloni con leader stranieri dalle credenziali democratiche tutt’altro che impeccabili, come l’ungherese Viktor Orbán, autoproclamatosi democratico illiberale, non ha certo giovato alla sua causa. E poi c’era il fattore Trump.

La vicinanza di Meloni al presidente degli Stati Uniti affonda le sue radici in un’affinità ideologica: condivide la visione dei conservatori americani della civiltà occidentale come una comunità basata su tradizione, religione e omogeneità culturale ed etnica. Si fonda inoltre su un pragmatismo strategico, poiché gli Stati Uniti rappresentano un partner insostituibile per l’Italia. Sebbene questo approccio a Trump sia stato apprezzato dall’elettorato di Meloni, non è riuscito a convincere i suoi oppositori, che detestano la sua personalità aggressiva e la sua ostilità verso l’Europa. Sottolineano inoltre – non senza ragione – che questa vicinanza non ha risparmiato l’Italia dalle pressioni tariffarie e dalle richieste di un tetto di spesa militare irraggiungibile.

La decisione di Trump di attaccare l’Iran e le sue implicazioni per la sicurezza internazionale e l’economia italiana hanno messo tutto questo sotto i riflettori. Forse non ha convinto molti elettori di Meloni a cambiare idea, ma potrebbe aver mobilitato più italiani a votare no.

La ripartizione dei voti riflette queste dinamiche: le regioni centrali d’ Italia , tradizionalmente di sinistra, e le grandi città, dove l’opposizione a Trump è più diffusa, hanno registrato la maggiore affluenza. Significativa è stata anche la mobilitazione giovanile, a dimostrazione del fatto che le nuove generazioni non sono rimaste impressionate dal bilancio di Meloni.

La sconfitta al referendum rappresenta indubbiamente una battuta d’arresto significativa per la premier italiana. La costringe ad accantonare i piani per una riforma costituzionale più audace, volta a rafforzare il potere esecutivo. La priverà inoltre di un importante successo legislativo in vista della campagna elettorale del prossimo anno, a meno che non opti per elezioni anticipate, un’ipotesi tutt’altro che remota. E, a beneficio degli altri leader di destra europei, la sconfitta di Meloni ha dimostrato che il suo legame con Trump rappresenta un handicap elettorale. Un handicap che potrebbe trasformarsi in un vero e proprio fardello se i costi economici della guerra con l’Iran continueranno ad aumentare e l’Italia si troverà ad affrontare le elezioni sull’orlo di una recessione.

L’opposizione è un blocco ampio e diversificato, dominato dal Partito Democratico, di centrosinistra e filoeuropeo, e dal Movimento Cinque Stelle, di orientamento populista. In più, si allinea AVS, Verdi sinistra e in queste ore, Matteo Renzi parla di responsabilità e di accantonare divergenze e antipatie, in nome del bene del Paese. L’opposizione, dunque, esce rinvigorita dal referendum, ma non per questo meno divisa. La sua debolezza continua a essere il più grande vantaggio del primo ministro.

Ciò che servirebbe davvero è l’entrata in campo dei giovani, in entrambi gli schieramenti. Tra quelli presenti in Italia e quelli che vanno all’estero ci sono i leader di domani. Molti giovani sono intelligenti, intraprendenti, hanno visione e pensiero critico. Peccato lasciarli fuori, peccato lasciarli scappare all’estero.

Gli stessi giovani che hanno manifestato nelle piazze contro la guerra, contro lo sterminio di Gaza, che hanno sostenuto la Flottilla, in questa tornata referendaria hanno detto un sentito e secco NO. Pericoloso non ascoltarli.

Fonte: TheGuardian

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