L’educazione dei figli maschi: Come crescere i maschi

Come crescere i figli maschi? A molti potrà sembrare una domanda superflua o banale. Non è così. La famiglia è il primo nucleo dove si forma la personalità, l’educazione incide sulla psicologia e sulla forma mentis dei bambini. Anche questo concetto potrebbe sembrare scontato, invece è molto più complesso di quanto si possa immaginare.

Mia madre mi racconta, che nella culla lasciava che io piangessi. Tutti dicevano che tanto le femmine possono piangere. Non Ai maschi viene chiesto di essere forti, con frasi: “sei un vero uomo”, “piangi come una femminuccia?”, “Tieni duro”, da adulti si continua, giustificando i tradimenti, e in alcuni casi, anche le violenze verbali e fisiche. I luoghi comuni insegnano ai maschi a stare alla larga dalle emozioni. La famiglia non è solo il luogo dove si formano i primi rapporti sociali, ma è molto di più, e in alcuni casi, proprio qui avvengono le più grandi ingiustizie. In famiglia si impara a mostrare il contrario di ciò che si prova.

Michael Reichert, psicologo clinico, che alla Pennsylvania University svolge studi sulla psicologia maschile, afferma – I ragazzi crescono con una maschera che col tempo coinciderà con loro stessi.  “Le ferite emotive fanno crescere uomini più infelici, tristi, ansiosi e costituiscono il terreno fertile che potrebbe condurre a farli perdere in esibizioni di maschilismo, nel cedere all’alcolismo o al consumo di droghe e a cadere con più probabilità nel bullismo e nelle violenze sessuali” 

Come crescere i maschi? Bisogna cambiare la cultura delle imposizioni

Una cultura generalizzata e superficiale, ci impone che i maschi debbano essere forti, non lasciarsi andare alle emozioni, poi una serie di luoghi comuni, rafforzano tesi costruite sull’ottusità dell’apparenza. A differenza di una cultura antica, tramandata da secoli, un bambino deve sentirsi amato e coccolato; solo in questo modo crescerà davvero forte e saprà resistere alle difficoltà. Lo dicono gli esperti.

Un articolo apparso su La Repubblica circa dieci anni fa, tentava di analizzare i “delitti passionali” e di indagare sulle ragioni della violenza dell’uomo sulla donna, oggetto di tantissimi fatti di cronaca.

L’articolo in breve spiega la complessa dinamica, che arma la mano di alcuni uomini – Molti di questi definiti delitti passionali sono il sintomo del declino dell’impero patriarcale. La violenza non è solo di pazzi, mostri, malati. E poco importa il contesto sociale: non si accetta l’autonomia femminile.

Per secoli, il “dispotismo domestico”, come lo chiamava nel XIX secolo il filosofo inglese John Stuart Mill, è stato giustificato nel nome della superiorità maschile. Le donne erano costrette ad incarnare tutta una serie di “virtù femminili” come l’obbedienza, il silenzio, la fedeltà. Caste e pure, dovevano preservarsi per il legittimo sposo. Fino alla rinuncia definitiva. Al disinteresse, in sostanza, per il proprio destino. A meno di non accettare la messa al bando dalla società. Essere considerate delle donne di malaffare. E, in casi estremi, subire la morte come punizione.

Quanto più la donna cerca di affermarsi, tanto più l’uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l’unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, e accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l’uccidono, purtroppo.

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