A scuola di pensiero: le voci fuori che fanno coro

Se volessimo paragonare ciò che sta accadendo oggi nel mondo, a qualche epoca in particolare, si farebbe molta fatica. Il Rinascimento cattivo forse? Sodoma e gomorra? Il male sta prendendo il sopravvento anche oggi. Pensiamo all’olocausto non troppo lontano da noi, alle guerre puniche, ai conflitti mondiali. Al conflitto in Palestina e alla guerra in Ucraina, come a tanti altri conflitti meno citati e conosciuti.

Per quanto riguarda il dibattito pubblico (pseudo intellettuale-filosofico), non va di certo meglio. Esiste una pochezza, una ridotta visuale, un modo di vedere le cose cieco e sordo. La continua tecnica di costruire proprie verità, di attaccare l’avversario politico, di odiare, di puntare il dito non ha finito ancora di esprimersi fino in fondo. E ciò accade anche quando si tratta di tragedie, di fronte alle quali non bisognerebbe fare propaganda, né pensare ai propri interessi in termini di popolarità.

Dibattito politico, dibattito pubblico: Le voci fuori dal coro

Voci fuori dal coro, cioè che tentano di improvvisare un modo diverso di interpretare la realtà ci sono. Marco Travaglio, ad esempio. Anche Alessandro Di Battista prova a dare una chiave di lettura “diversa”, e infine, Papa Francesco, il quale è forse, l’unico che parla di pace o che riesce almeno a immaginarla. Per fortuna, intellettuali veri, persone di buon senso esistono, anche se in questo particolare momento faticano a far sentire la propria voce.

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Le certezze che si sgretolano

Camus sosteneva che è meglio sbagliare senza assassinare nessuno e lasciando parlare gli altri che avere ragione in mezzo al silenzio dei cadaveri. George Orwell, invece era molto critico verso la società totalitaria. In tutte le sue opere tratta temi politici e sociali, come la fattoria degli animali , un libro che è stato vietato in Russia.

Per Hanna ArendtOgni azione introduce nel mondo qualcosa di nuovo, ma se si vuole preservare la libertà di tale innovazione, non bisogna pretendere di governarne gli esiti, che sono imprevedibili perché vanno a intrecciarsi con la rete delle innumerevoli azioni degli altri. Il pensiero rappresenta la via per dare un senso compiuto all’azione.

L’autoritratto più completo che Hannah Arendt ha lasciato è contenuto nel brano di una lettera, scritta il 9 febbraio 1968 a Mary McCarthy, ecco le sue parole:

Tutto ciò che faccio mi dà una sensazione di futilità. Considerando la posta in gioco, tutto mi sembra frivolo. In confronto a quello che è in gioco tutto mi sembra frivolo. So bene che questa sensazione scompare non appena mi lascio affondare nella lacuna tra passato e futuro, che è il luogo temporale più appropriato per il pensiero. Cosa che non posso fare mentre insegno e devo essere interamente presente.

Persino il grande impero romano è crollato. E sulla sua fine ci sono diverse tesi, che dimostrano che forse, imperatori, dittatori e Re alla fine decisero poco, o per poco tempo. Solo la loro illusione è grande, gigantesca. La fine naturale di tutte le cose fa parte di un ciclo di eventi, che nulla hanno a che vedere con le decisioni, con la forza, con il potere.

Il destino di Roma è il libro di Kyle Harper, che ricostruisce la caduta dell’Impero Romano. Il primo libro che esamina il ruolo decisivo che il cambiamento climatico e le epidemie ebbero nel crollo dell’impero: la storia del trionfo della natura sull’ambizione umana. Sembra quasi un ritratto dell’epoca attuale, dove negazionisti climatici fanno a gara per proporre le loro tesi. Peccato si tratti di argomentazioni spesso e volentieri banali: Ha fatto sempre caldoPerché rinunciare al progresso, ai fossili, al petrolio? …e cose simili. Nel libro di harper si parla di eruzioni vulcaniche, cicli solari, instabilità climatica e virus e batteri devastanti, paragonandoli quasi a battaglie e soldati. Non è necessario, forse fare guerre e autodistruggerci o accelerare un qualche cambiamento, ci pensa già la natura. Ma l’uomo s’illude di avere potere e poterlo esercitare.

Harper rilegge la storia senza pregiudizi, esaminando testi e reperti archeologici, andando a scavare documenti e prove per ricostruire un periodo storico dai mille aspetti.

In passato gli storici hanno ipotizzato cause legate all’instabilità politica, ad errori commessi dagli imperatori, alle invasioni barbariche, all’arrivo di altri popoli. Kyle Harper dimostra che le cause della fine di Roma furono pandemie, virus, eruzioni vulcaniche, e quindi i cambiamenti climatici che provocarono carestie, scarsa produzione di cibo e così via.

Le precarie condizioni igieniche, la mancanza di cibo, l’aumento della popolazione causarono un ciclo di siccità e aridità delle terre. Le temperature rigide spinsero intere popolazioni a spostarsi nel territorio romano. Carestie, virus, pestilenze si susseguirono decimando popolazioni civili e soldati. L’Europa perdeva il 60% dei suoi abitanti, le malattie si diffondevano, la cultura emigrava. Forse bisognerebbe avere più paura della violenza della natura.

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