Greenpeace vs Nestlé: La battaglia per le foreste

Greenpeace è un’organizzazione non governativa che porta avanti numerose battaglie. Grazie all’opera di numerosi attivisti e volontari si raggiungono risultati per l’ambiente e per altri temi caldi, verso i quali, spesso le istituzioni mostrano indifferenza

Circa quattordici anni fa, esattamente il diciassette marzo 2010 Greenpeace avvia una Campagna di accusa contro il marchio Nestlé, colpevole dell’impiego di olio di palma proveniente da piantagioni nate dalla deforestazione dell’Indonesia.

Nasce così la campagna “Have a break”, con cui l’organizzazione ambientalista, accusa la multinazionale Nestlé di essere indirettamente responsabile del danno all’ambiente. Questo, a causa dei contratti commerciali che la società aveva con le imprese locali responsabili della distruzione di foreste e dell’habitat naturale degli orango.

Greenpeace si concentra su KitKat e lancia una campagna che coinvolge la pagina ufficiale Facebook di Nestlé. Quest’ultima viene invasa dai commenti di utenti indignati. In pochi giorni, si esercita una forte pressione mediatica affinché la società rescinda i contratti con le società responsabili della deforestazione.

La risposta di Nestlé

Se dietro alle campagne di Greenpeace ci sono diverse strategie, che prendono spunto dal marketing e da tecniche di convincimento sofisticate e studiate nei minimi dettagli, la risposta di Nestlé non è all’altezza. Infatti, in seguito alle migliaia di utenti che commentano la notizia avviene un caso simile ad una censura. Infatti, un video che circola su youtube a cura di Greenpeace viene censurato, perché utilizza il nome modificato di un prodotto Nestlé.

L’organizzazione fa circolare il video su diversi canali e dopo appena due giorni dal bombardamento mediatico arriva la notizia che la Società ha intenzione di chiudere i contratti in questione. Solo che non fornisce ulteriori dettagli, né le date in cui ciò avverrà.

Il potere virale dei social

Dopo qualche giorno, avviene ciò che forse, Greenpeace sperava. La notizia arriva al Wall Street Journal, il quale dedica al fatto un articolo. Successivamente, anche la CNN fa uscire servizi e articoli che parlano dell’azione di Greenpeace. Arriva la risposta immediata di Nestlé, della decisione di rescindere realmente i contratti.

Caso Greenpeace Nestlé: l’analisi

Fare un’analisi dei fatti accaduti non è semplice. Bisogna considerare gli eventi sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, va detto che quella messa in campo da Greenpeace è una vera e propria strategia comunicativa di marketing. Come insegnano diverse tecniche di comunicazione pubblicitarie, si tratta di creare un caso e di sollevare il popolo dei social.

Greenpeace ha mantenuto alta la tensione e l’attenzione dell’opinione pubblica su un fatto grave, la deforestazione dell’Indonesia. Ha comunicato in modo brillante, che consumando una tavoletta di KitKat si contribuiva in via indiretta alla deforestazione.

Dall’altro canto, ogni azienda, specie le multinazionali devono avere strumenti adatti per fronteggiare qualsiasi tipo di crisi. Da quando il web si è diffuso in tutto il mondo, esistono più insidie, come quelle di essere messi sotto accusa, delegittimati ecc. Le risposte devono essere all’altezza della situazione, e non si può lasciare nulla al caso.

Greenpeace ha proceduto per gradi. Innanzitutto individuando obiettivi intermedi, per poi arrivare allo scopo finale: salvaguardare le foreste pluviali ed evitare l’estinzione degli Orango.

Il primo messaggio di avvio campagna

Il 17 marzo 2010 Greenpeace ha pubblicato un messaggio sul sito nel quale affermava: In prodotti come il KitKat di Nestlé si utilizza olio di palma che proviene dalla distruzione delle foreste indonesiane e minaccia gli ultimi oranghi. Con un video shock oggi chiediamo a Nestlé di interrompere immediatamente i rapporti commerciali con criminali forestali in Indonesia come Sinarmas…il più grande produttore di olio di palma in Indonesia che continua a espandere le proprie piantagioni su foreste torbiere.

Il messaggio era in prativa Have a break alle foreste. La società doveva interrompere i contratti con Sinarmas, la vera destinataria della battaglia. Infatti, la condotta di questa società ha messo a dura prova le popolazioni locali, oltre a contribuire pesantemente alla deforestazione.

Bisogna poi passare allo step successivo. Greenpeace fa sapere che altri brand come Kraft, Unilever e altri che facevano affari con Sinarmas avevano interrotto i loro rapporti commerciali.

Perché Greenpeace non fa una campagna contro Sinarmas?

Molto semplice. La società in questione è sconosciuta, la campagna non avrebbe avuto senso e non avrebbe avuto il clamore che invece hanno suscitato società multinazionali da numerosi anni sulla scena mondiale.

Contemporaneamente all’uscita del video su youtube e al tam tam sui social, alcuni attivisti Greenpeace vestiti da Oranghi si erano presentati fuori alle sedi di Nestlé ed Unilever.

Queste azioni hanno costretto le due società a rescindere i contratti con Sinarmas, e quest’ultima ha poi deciso di intraprendere azioni per un maggiore rispetto dell’habitat degli Oranghi e del territorio.

Una vittoria delle idee contro l’ideologia del profitto e del potere. Grazie ai social e ad azioni mirate, un gruppo di persone ha obbligato due multinazionali a cambiare rotta. Certo, non basta un’idea e un punto di vista, affinché le cose cambino, ma a volte il genio, l’impegno e la passione insieme ad azioni mirate possono fare la differenza.

Le battaglie continuano: Greenpeace contro l’utilizzo delle plastiche

…e non finisce qui, qualcuno direbbe. Greenpeace nel 2019 ha lanciato una petizione, sottoscritta da più di tre milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiedeva ai grandi marchi come Nestlè di pubblicare dati chiari su quanta plastica immettono sul mercato ogni anno e di proporre piani d’azione concreti, con scadenze e obiettivi ambiziosi, per ridurre la produzione di plastica e investire in sistemi di consegna alternativi.

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