Ecco perché la remigrazione non ha senso e non ha alcun fondamento. La nostra storia è fatta di scambi commerciali, scambi culturali e da contaminazione tra civiltà. Siamo quello che siamo grazie alle interconnessioni umane, tecniche, scientifiche, politiche, relazionali.
Basti pensare a Napoli, ma anche ad altre grandi città nel mondo. Proviamo a passeggiare tra i quartieri spagnoli nella città partenopea, proseguendo ci ritroveremo tra edifici in cui hanno vissuto gli americani durante la seconda guerra mondiale. E poi l’Università l’Orientale, nata prima come collegio dei cinesi racchiude tutta la civiltà orientale. E poi, la piazzetta Nilo, segno del passaggio egiziano e poi la cucina napoletana che si fonde con quella spagnola e francese. Il famoso Babà, infatti ha origini spagnole.
Se ci spostiamo verso la costa tirrenica italiana, e attraversiamo il mare fino alle coste del Nord Africa, arriveremo sulla Costa Azzurra. In questi passaggi, scopriremo un comune denominatore nel modo di cucinare. La pastella con farina di ceci, l’olio d’oliva. I confini a tavola non esistono, e la pasta morbida e croccante cambia nome ma mai consistenza e sapore. Gli ingredienti sono gli stessi. Anche noi siamo ingredienti di una grande e unica ricetta.
L’arrivo di migranti e di altre civiltà ha sempre arricchito i popoli che si affacciano sul Mediterraneo: Questa è stata ed è la nostra grandezza, che ora si sta trasformando in delirio, razzismo, rifiuto e ignoranza. Adesso, il Mar Mediterraneo è sorvegliato speciale, guai a chi si avvicina, a chi tenta di attraversarlo.
Fin da piccoli abbiamo sempre guardato il mappamondo come un globo pieno di confini e barriere, frontiere, fatto di blocchi fisici ma anche politici, geopolitici, ideali, costruiti dalla mente, e anche astratti.
Viviamo baciati dal Mediterraneo, il mare dal quale è arrivata tutta la cultura, la logica e la civiltà di cui ci vantiamo. Popoli e lingue diverse si sono fatti strada attraverso il mare per arrivare fino a noi. E noi, noi del passato abbiamo accolto. Noi del presente facciamo più fatica.
Perché la remigrazione è un suicidio?
L’Europa sta vivendo una crisi demografica senza precedenti. Invece di parlare di sostituzione etnica, sarebbe il caso di parlare di scomparsa. Stiamo scomparendo. La nostra popolazione, specie in Italia è anziana e il tasso di natalità continua a scendere vertiginosamente. La percentuale di persone attive diminuirà ancora nei prossimi anni. E questo non è un dato che deve farci felici. Nel 2001 in Europa l’età media era di 38, 3 anni, anche il vecchio continente sta invecchiando.
L’immigrazione da un punto di vista demografico, lavorativo ed economico è una risorsa, oltre che un fenomeno inevitabile. L’univa strada percorribile è l’integrazione, in Germania è fallita come anche in Francia. Oltre a politiche di accoglienza, piani di inserimento nel mondo del lavoro, rafforzamento di relazioni con i paesi d’origine e altre iniziative politiche e sociali, bisogna fare anche altro.
Il punto di forza degli Usa è sempre stato quello di avere una popolazione multietnica, anche se oggi sembra impossibile pensarlo, perché al comando c’è chi c’è. I nuovi americano si comportano come veri americani (e lo sono) in diversi campi come nel sociale, nella politica, nell’economia.
Gli immigrati americani hanno contrastato il crollo demografico ed evitato l’invecchiamento della popolazione. Chi pensa di chiudere i porti, chiudere i confini, fermare il mare con le mani dovrebbe ripensare all’immigrazione come a un’opportunità. Le politiche di reclutamento e selezione per vie parentali (con effetti benefici a livello di reputazione, trasferimento del know-how e orientamento al lavoro) e le strategie di inserimento per gruppi etnici possono rappresentare efficaci strumenti per favorire l’integrazione e contemporaneamente fungere da deterrente verso comportamenti di rifiuto della diversità etnica che si possono manifestare dentro l’organizzazione.
Secondo il rapporto del Ministero del Lavoro (2018) “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, la maggioranza degli stranieri occupati in Italia svolge un lavoro alle dipendenze e più del 70% ricopre la posizione di operaio, mentre è scarsa la presenza di occupati impiegati in ruoli dirigenziali e simili: appena lo 0,4% degli occupati è dirigente e lo 0,7% quadro, a fronte dell’1,9% e del 5,8% degli italiani. Dal punto di vista dell’istruzione, dal Rapporto emerge come il 47,5% dei cittadini non UE laureati in una disciplina STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics) sia impiegato in posizioni a bassa qualifica, a fronte dell’1,8% degli italiani e del 21,9% dei comunitari.
Quindici anni dopo, nel 2016, è passata a 42,6 anni. Inoltre, l’incidenza della popolazione “over 80” è destinata a raddoppiare entro il 2050: dal 5,4% registrato nel 2011 si arriverà all’11,4% nel 2050.
Cosa dice invece il XV Rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia” 2025?
Il rapporto pubblicato dal Ministero del lavoro e delle Politiche sociali, fotografa una presenza di immigrati in crescita. Gli immigrati superano i 2,5 milioni di occupati (10,5% del totale degli occupati a livello nazionale). Sarebbe intelligente non fare la guerra agli immigrati.
Crescita dell’occupazione: Il numero di lavoratori stranieri è salito a 2.514.000 unità, contribuendo in modo significativo al record storico di occupazione complessiva in Italia
Domanda vs. Offerta: Sebbene le imprese abbiano una forte domanda di manodopera straniera, si registrano gravi difficoltà di reperimento. Oltre la metà (54,7%) delle assunzioni programmate per lavoratori stranieri risulta di difficile o impossibile reperimento. [1]
Settori chiave: L’inserimento lavorativo è massiccio nei settori con elevata carenza di personale, come i servizi di supporto, l’agricoltura, la logistica e l’assistenza familiare (cura/badanti).
Criticità persistenti: Nonostante l’elevata occupazione, i lavoratori stranieri affrontano tassi di disoccupazione più elevati rispetto agli italiani, una maggiore concentrazione in lavori non qualificati (sovra-qualificazione) e un divario salariale marcato, soprattutto per la componente femminile. [1]
Aumentano gli occupati stranieri in Italia: sono 2 milioni e 514 mila, pari al 10,5% del totale degli occupati. Lavoratori sempre più richiesti dalle imprese, che però faticano a finalizzare tutte le assunzioni programmate.
Il Rapporto si apre con il contesto demografico e con una prospettiva internazionale, per poi approfondire le dimensioni principali della condizione occupazionale dei migranti, la dinamica di assunzioni e cessazioni e i dati su lavoro dipendente e autonomo e sull’imprenditoria migrante. Un capitolo è dedicato alle assunzioni programmate dalle imprese, altri a infortuni e malattie professionali, ammortizzatori sociali, previdenza e assistenza sociale. Tra le novità di quest’anno, un focus dedicato alle attivazioni di rapporti di lavoro domestico e un approfondimento della World Bank dedicato alle Global Skills Partnership.
Italia: settori con la carenza di manodopera più grave e cronica
Le aziende incontrano enormi difficoltà a reperire figure chiave, spesso a causa del disallineamento tra le competenze richieste e quelle offerte dal mercato.
Nel 2024, il tasso di occupazione degli stranieri non UE, in leggero calo, si è attestato al 57,6% (contro il 61,6% registrato tra gli italiani), il tasso di disoccupazione è sceso al 10,2% (6,1% tra gli italiani) e quello di inattività è rimasto sostanzialmente stabile al 31,7% (33,7% tra gli italiani). Il divario di genere è molto forte, con donne non UE penalizzate su tutti i fronti: il tasso di occupazione è inferiore di quasi 30 punti percentuali agli uomini non UE, i tassi di disoccupazione e inattività sono superiori, rispettivamente, di 3 e 30 punti percentuali.
Gli “Altri servizi collettivi e personali” si confermano il settore con la più alta incidenza di lavoratori stranieri, il 30,9% del totale, seguiti da Agricoltura (20%), Alberghi e ristoranti (18,5%) e Costruzioni (16,9%). Nel 2024 sono stati registrati quasi 2,7 milioni di attivazioni di rapporti di lavoro che hanno interessato cittadini stranieri, il 25% del totale delle attivazioni. Per lo stesso anno, secondo Excelsior, le imprese dell’industria e dei servizi hanno programmato oltre un milione di assunzioni di lavoratori stranieri, quasi il 20% del totale, ma una volta su due (54,7%) hanno riscontrato difficoltà di reperimento.
I dati del rapporto evidenziano anche le tante criticità del lavoro dei migranti. Dal già citato gap di genere, che in alcune comunità è altissimo (il tasso di occupazione tra gli egiziani in Italia è 76%, tra le egiziane 4%), ai forti divari tra comunità (tra i filippini il tasso di occupazione è dell’82%, tra i tunisini è al 43%), passando per l’alta incidenza degli infortuni (riguardano lavoratori stranieri il 23,1% del totale di quelli registrate lo scorso anno) e per una retribuzione media annua dei lavoratori non UE inferiore del 30,4% rispetto a quella del complesso dei lavoratori, a causa dello schiacciamento su qualifiche inferiori e di un minor numero di giornate lavorate.
Il XV Rapporto “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia” è curato dalla Direzione Generale per le politiche migratorie e per l’inserimento sociale e lavorativo dei migranti del Dipartimento per le politiche sociali, del terzo settore e migratorie del MLPS, in collaborazione con la Direzione Generale delle Politiche attive del lavoro, dei servizi per il lavoro e degli incentivi all’occupazione, la Direzione Generale per l’Innovazione e l’organizzazione digitale, la statistica e la ricerca, INPS, lNAIL, Unioncamere, Banca Mondiale e OCSE, con il coordinamento esecutivo di Sviluppo Lavoro Italia s.p.a.
Senza immigrati si rischia il collasso
Le domande da porsi sono tante. Se il flusso di migranti si fermasse, molte aziende chiuderebbero, perché non avrebbero più personale da assumere, inoltre, anche il sistema pensionistico subirebbe un collasso. Le pensioni sono pagate da chi lavora e versa i contributi. Questo è il modo in cui funziona il sistema pensionistico in Italia.
L’erogazione di pensioni è un sistema che funziona principalmente tramite il sistema pubblico a ripartizione: i contributi versati dai lavoratori attivi pagano le pensioni di chi è già in pensione. L’importo si basa sul metodo contributivo (sui versamenti effettivi) e l’età per la pensione di vecchiaia è fissata a 67 anni.
In Italia le pensioni sono pagate principalmente dallo Stato attraverso l’INPS (Istituto Nazionale della Previdenza Sociale), tramite un sistema a ripartizione: i contributi versati dai lavoratori attivi servono a finanziare gli assegni dei pensionati attuali
Se l’istinto e la visione di non-accoglienza (umana) è tanto forte, bisogna considerare altri aspetti oltre la razza, religione, credo, colore. Non si può combattere un colore, non avrebbe senso. Inutile lottare contro la razza (se nasco bianco non potrò diventare verde come Hulk), è stupido opporti ad una religione. Ma di sciocchezze, nonsense e ottusità ormai ne circolano e ci stiamo quasi abituando. Io no, a dire il vero. Voi?


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