Non è passato molto tempo dalla fine dei mondiali. Affermare che il torneo di calcio 2026 sia stato sorprendente sotto tanti punti di vista è davvero poco.
Abbiamo visto davvero di tutto. Per iniziare le performance di Trump, poi Bengalesi che fanno il tifo per l’Argentina, gente che si chiede per chi tifare e lo fa per una ragione ben precisa, non per appartenenza o nazionalità. Forse, perché quei confini tanto decantati dai governi e dai Padroni del mondo, nella realtà sono sempre più flebili, quasi scompaiono con il calcio di inizio.

La mia relazione con i mondiali di calcio nasce nel lontano 1982, con l’Italia di Bearzot, che diventa campione del mondo. Marco Tardelli, Fulvio Altobelli, Paolo Rossi, Dino Zoff entrarono nell’ immaginario di molti. Devo ammettere che i mondiali degli anni a venire non mi hanno entusiasmato come il mio primo mondiale.
Non sono mai stata una tifosa doc, in quell’anno ho avuto solo un’infatuazione passeggera, ho seguito un po’ la moda del momento, il brivido di un attimo, ho vissuto una stagione.
C’è di più. Negli anni successivi ho imparato a detestare questo sport. Ciò è avvenuto gradualmente, tutte le volte che mi arrivavano notizie di ingaggi milionari, informazioni di mercato, di entusiasmi eccessivi, poi di violenze tra tifoserie, morti e feriti. E poi l’indifferenza (o falso interessamento) dello Stato e di chi governa quel mondo. Mi sono sempre chiesta se i calciatori giocherebbero lo stesso se venissero pagati come semplici impiegati. Un’altra domanda è se ai vertici del calcio importa qualcosa di chi si insulta e si picchia sonoramente, ma ancora di più di chi subisce quelle violenze, magari solo perché si trova nel bel mezzo di una guerriglia tra delinquenti sportivi.
E tu, specie rara di tifoso, qual è il tuo problema? Cosa stai difendendo? Un confine, un’appartenenza, l’idea che una maglia sia migliore di un’altra? Cosa ti spinge a uscire di casa, in tenuta da sommossa? Cosa speri di ottenere picchiando o uccidendo chi tifa un’altra squadra? Perché tanto odio verso chi non conosci? In cambio di cosa fai questo? Per amore? Per passione? O semplicemente perché sei un imbecille? E questo è un motivo di esaltazione?
L’ esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio
Veniamo ai giorni nostri, quando l’Italia è stata addirittura esclusa dai mondiali. Arriviamo qui non senza dolore, non senza altre sommosse e insurrezioni, guerre civili, scontri violenti tra teste di pallone. Già, siamo giunti qui con molta fatica, passando attraverso ingiustizie, indifferenze, che quasi a nostra insaputa ci hanno catapultato in un mondo sempre meno sicuro, meno giusto, meno vivibile. Andiamo pure avanti, non tralasciando nemmeno quel tizio che uscendo dallo stadio un giorno si sentì in diritto di toccare il didietro alla giornalista sportiva che svolgeva tranquillamente il suo lavoro. Geniale e indimenticabile. Come dimenticare? Nella Repubblica delle banane, l’evento suscitò polemiche tra chi minimizzava il fatto e chi sosteneva il contrario.
Dopo la marea di reazioni social, il genio piagnucolando dirà di avere anche una figlia femmina, dirà che non pensava che fosse una cosa grave ciò che aveva fatto, che era per scherzo. Più tardi però qualcuno dirà che probabilmente, l’idiota è solo l’ennesima vittima di una non molto rara forma di patriarcato. Vale a dire di quel pensiero diffuso, insito in molte menti, sottilmente strisciante tanto da arrivare nel Dna, nei discorsi quotidiani, nelle chiacchiere del bar – che altro non è che la convinzione tramandata da secoli che la donna sia un essere inferiore.
Mondiali Usa 2026. In nome di una passeggera passione sopita, ho visto qualche partita, ho ascoltato qualche opinione e quando mi stavo chiedendo per chi tifare alla finale, mi sono imbattuta in un video di Roberto Saviano, che spiegava per filo e per segno perché bisognava fare il tifo per la Spagna. Le sue argomentazioni mi sono sembrate logiche, puntuali, condivisibili.
In fondo, uno dei leader europei che ammiro di più è Pedro Sanchez. I motivi della mia ammirazione sono tanti, uno sembrerebbe banale: condanna chi uccide bambini. Inoltre, è un vero statista; ha trovato in breve tempo una soluzione al caro benzina. Ma queste sono solo alcune ragioni della mia ammirazione.
Se il calcio fosse spettacolo, sarebbe un vero show anche godersi la faccia di Trump che strige la mano al presidente spagnolo, per nulla suo sostenitore.
In questi mondiali, ognuno ha deciso di tifare per una squadra. E non c’entra il fatto che l’Italia non abbia partecipato alla competizione. Il tanto evocato nazionalismo, senso della nazione espresso da sempre nelle partite di calcio è un concetto vano. I confini non esistono più. Ci sono solo quelli nella testa di qualcuno.
Questi mondiali hanno dimostrato proprio questo. Chi non era d’accordo con Sanchez, magari ha tifato Argentina. Mai come ora, i mondiali hanno scoperchiato i poteri che i signori del mondo esercitano, hanno reso ancora più evidente la corruzione che esiste nel calcio.
Sono venute fuori le contraddizioni del calcio, le ipocrisie, specie del presidente della FIFA. Quest’ultimo, in un delirio infinito, ha addirittura scritto una lettera aperta a chi ha osato criticarlo. “Mentre voi diffondevate odio, noi lavoravamo instancabilmente per unire due Paesi in guerra. L’Iran è entrato negli Stati Uniti senza incidenti né conflitti. Quando la squadra iraniana ha iniziato a giocare, tutti i cori contro di loro si sono trasformati in un unico inno. I tifosi sono diventati il Paese, sono diventati la squadra e hanno sostenuto il Team Melli”.
“Questo è il potere del calcio. La squadra iraniana ha ottenuto il visto d’ingresso perché il calcio è sinonimo di pace. Non di politica. Il calcio è sinonimo di unità, non di divisione. Il calcio è più grande dell’odio e della discriminazione”.
Ah ah ah ah ah. Ricordiamo brevementi alcuni siparietti Infantino. Il presidente della FIFA si è progressivamente avvicinato al mondo MAGA almeno dalla fine del 2024, e la sua alleanza con Trump. Quest’ultimo corre in soccorso dell’amico da giorni sotto pressione di Uefa, Concacaf e Afc per l’inedito tentativo – poi ritirato – di ingresso di investitori privati nella gestione dei Mondiali. “Sarebbe un grave errore sostituire Infantino” tuona il Presidente degli Stati Uniti.
Il calcio entra nella politica o viceversa?
Gli ultimi campionati di calcio hanno dimostrato quanto siano fragili i confini e che il nazionalismo è solo una parola senza senso. Infatti, in un mondo in movimento (lo è da sempre) c’è addirittura qualcuno nel 2024 non si è ancora accorto che nella pratica i confini non esistono? Non sono mai esistiti.
Ogni francese, ogni italiano, ogni bengalese, ogni cittadino del mondo ha scelto chi tifare per qualcuno.
Le ragioni sono state tante, razionali, irrazionali, di ogni genere. I tifosi e no hanno scelto un buon motivo per sperare nella vittoria della Spagna o dell’Argentina.
Con la proclamazione dei campioni del mondo, i pochi frammenti di quei confini tanto enormi nelle menti, si sono sgretolati come nulla. Accanto alla squadra che alzava il trofeo e gridava di gioia è stato bello anche vedere i due clown scimmiottare gag improvvisate venute male.
Mai come quest’anno, i Mondiali hanno dimostrato l’esatto contrario di ciò che hanno sempre rappresentato: Il patriottismo. In tutte le parti del mondo, gente di nazionalità diversa si è divisa o si è unita in nome di un’idea, una simpatia, una ragione strampalata.
Si fanno guerre violente in nome di confini e un gioco è riuscito a dimostrare, tra le altre cose, che una maglia, un colore, un inno possono essere passeggeri, rappresentano un trend del momento, da indossare e togliere a piacimento.
Alcuni tifosi in Brasile e in Colombia, per protestare contro i populisti di destra, hanno rinegato la maglia della propria nazione. Tutto sembra rovesciato e confuso. Nella maggior parte delle nazionali presenti al campionato del mondo hanno giocato calciatori di colori diversi.
Nella squadra di Capo Verde la maggioranza dei giocatori è nata a Rotterdam, in Olanda.
I nazionalisti convinti ora si sentono disorientati e vivono una vera crisi d’identità. Da oggi, sempre più persone decideranno chi tifare e sarà una scelta più libera.
Ci saranno tanti 90 minuti senza confini, dove immagineremo i paesi di tutto il mondo come un’unica e grande comunità.
Stranamente, il paese più potente al mondo (non più tanto in base a qualche recente studio) è una grande comunità multietnica, nonostante abbia un presidente che evoca continuamente i confini, usandoli come clava e praticando odio contro cittadini non nativi o chiunque osi criticarlo.
Ma ha davvero ancora senso e valore il luogo in cui si nasce? Ad esempio, chi erano i veri nativi americani? Chi conosce un po’ di storia sa che furono chiamati indiani e poi indiani d’America. Ci dice qualcosa la frase “Colonizzazione europea”?
E tutti gli altri che sono arrivati dopo nelle Americhe, compresi quelli con pelle bianca e ciuffo giallo, in base alle teorie dei confini e delle razze, dovrebbero tornare da sono sono arrivati?
I nativi americani arrivarono dall’Asia, nel corso degli anni intere popolazione hanno attraversato stretti, valichi, confini stabilendosi in un continente, dove poi sono arrivati altri popoli e altri ancora. E questi spazi temporali, noi li chiamiamo “epoche” “dinastie” “Regni” “governi” “occupazioni” “civilizzazioni” o semplicemente “democrazia”, altra parola ancora da definire. L’Italia, allora a chi appartiene?
La finale dei mondiali di calcio 2026
Il MetLife Stadium è diventato un incrocio di nazionalità e di identità assunte e dismesse per 90 minuti. Il turismo ha fatto il botto, migliaia di americani si sono travestiti indossando la maglia di Spagna o Argentina. Persino la questione del Medio Oriente è sembrata entrare in pausa. Di comune accordo, gli arabi hanno tifato Marocco o Egitto.
Le stesse squadre erano un misto di varie nazionalità e identità multiple. I mondiali di calcio 2026 hanno innescato una speranza anche se nella confusione: che i confini siano destinati a cadere, che la Patria e il nazionalismo siano solo simboli da indossare (maglie, cappellini, bandiere) e togliersi quando l’arbitro fischia la fine della partita.


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