Le erbe curative che crescono con la musica

Meditazione, musicoterapia o semplicemente musica, Yoga e attività fisica, alimentazione sana, contatto con la natura, in periodi di forte stress e quando il mondo ci tratta male, noi trattiamoci bene.

La musica è un vero toccasana per la salute mentale, aiuta a rilassarsi, riduce l’ansia ed fonte di tutte quelle cose che fanno bene al cuore e all’anima, lo dicono i più grandi ricercatori. La musica però fa molto di più, Sofia Panizza lo sa, lei è la titolare di un’azienda agricola che produce e trasforma erbe curative; ma anche le piante hanno bisogno di cure e anche di musica.

Vermiglio, è un piccolo borgo, che si trova  tra il Parco Nazionale dello Stelvio e Passo Tonale, poco lontano dal ghiacciaio Presena in Trentino. Sofia Panizza qui coltiva, nonostante il Covid-19, piante sane e ricche di principi attivi: arnica, camomilla, fiordaliso e altre erbe di montagna. Questa è una terra incontaminata, l’aria è pura e in più le erbe crescono con la musica, infatti ogni giorno la ricercatrice diffonde melodie di Vivaldi e Mozard fra i campi a 432 hertz. In base alle ricerche che la stessa Silvia ha effettuato è emerso che la musica a basse frequenze migliora il sistema immunitario delle piante. Questo piccolo paesino è stato uno dei più colpiti dal Covid-19, ma nonostante tutto la coltivazione non si è mai fermata, e la musica ha allietato i lunghi giorni di quarantena.

Sul suo sito si legge:

Le piantine vengo da vivai da agricoltura Biologica e alla fine di aprile vengono messe a dimora nei terreni che sono 3 e poi ….affidate alla MUSICA ..

* CAMPO MELODICO con Melissa, Menta, Origano, Santoreggia, Issopo, Achillea, Stelle Alpine, Arnica , Fiordalisi , Calendula, Salvia ananas, Salvia Melone e Malva

* CAMPO ESCLUSIVO DI LAVANDA

* CAMPO ESCLUSIVO con Arnica, Melissa e Menta

* NOVITA’ ESTATE 2020 ……… vedremo cosa ispira 🙂

Ci sono altri prodotti in ideazione e realizzazione, più metti in pratica le IDEE e più te ne VENGONO …

La musica va di pari passo con con lo spirito, e le piante contribuiscono al nostro benessere, ne è grande sostenitore Stefano Mancuso, che ha dedicato la sua vita alle piante ed è autore di alcuni saggi molto interessanti, che ci fanno comprendere come quello delle piante sia un mondo talmente vasto, strettamente legato agli altri esseri viventi, che vi è una armonia fra uomo e natura difficile da interrompere.

Le piante sono fondamentali per la vita di ciascuno di noi, lo hanno capito scienziati e perfino architetti, infatti, da anni, perfino il modo di abitare si sta rivoluzionando, con costruzioni concepite fin dall’inizio in sintonia con il verde. La piante, infine, depurano l’aria che respiriamo

fonte immagini: sito erbevive

 

I social fondamentali nelle scelte di acquisto degli italiani

Il rapporto Italiani e social si consolida: i social sono sempre più determinanti per informazioni, acquisti, tendenze, influencer e influcer

Blogmeter ha pubblicato il  4° rapporto sull’utilizzo dei social media, fotografando gli italiano on line

I social sono sempre più utilizzati dagli italiani non solo per mantenere contatti con amici e parenti, ma anche per seguire l’informazione e per fare acquisti. La tendenza va avanti ormai da anni, infatti, i social si sono trasformati in uno strumento commerciale potentissimo. Le aziende, grazie al profilo social hanno visto consolidarsi la brand reputation, perché gli utenti prima di acquistare qualsiasi prodotto, consultano la reputazione social di quella società. Sui social i consumatori trovano foto, prodotti, servizi, ma anche recensioni, più che un consulto, si anticipa un’emozione, quella che darà quel prodotto o servizio.

Si tratta, però di un campo che muta troppo in fretta, che bisogna seguire con attenzione. Secondo la recente ricerca  Facebook e Youtube si confermano i social più utilizzati, seguiti da Instagram e TripAdvisor. Questo è il risultato della quarta edizione della ricerca “Italiani e social media” pubblicata da BlogMeter, con la collaborazione di NORSTAT, ACS Marketing Solutions, Wavemaker e GroupM.

Lo studio ha preso in esame un campione di 1.703 residenti in Italia, iscritti ad almeno un canale social. L’obiettivo era quello di individuare i motivi per i quali gli italiani utilizzano i social network e il profilo che più rappresenta gli utenti italiani.

Fra i giovani ci sono delle novità: nella fascia 15-24 anni si afferma TikTok, mentre un altro campione preferisce  Twitch, già diffuso fra il 12% del campione intervistato. Quest’ultimo è un sito di streaming di Amazon sul quale si trovano contenuti riguardanti gli eventi sportivi e i videogiochi. Fra le persone che superano i 45 anni si afferma ancora una volta Facebook, mentre per quanto riguarda la comunicazione e la messaggistica Messenger, Skype, Telegraf e Whatsapp.

I motivi che spingono gli italiani ad essere social

I motivi per i quali si usano i social continuano ad essere gli stessi: informazione e restare in contatto con amici e parenti, guardare foto e video. Circa il 12% degli utenti che utilizzano i social lo fanno per cercare visibilità, infatti postano contenuti propri, foto e video.

Un altro motivo che spinge gli italiani a utilizzare i social sono gli acquisti, infatti, Blogmeter ha stilato una classifica, in base a cosa è determinante negli acquisti: il 57% si fida del passaparola tradizionale, il 38% dei social, il 29% degli Influencer, il 47% della pubblicità in tv. Anche per chi è molto social, il canale televisivo è sempre quello più forte, perché più immediato, consigli e descrizioni arrivano senza andarli a ricercare.  I social, inoltre,  si dimostrano inoltre per le opinioni dei consumatori, infatti, il 19% degli italiani ha cambiato idea su un prodotto (e il 16% su un brand) dopo aver consultato un contenuto social.

Il ruolo degli Influencer

I social sono importanti negli acquisti  per 4 italiani su 10 e quello degli influencer per 3 su 10. La maggior parte degli intervistati segue gli influencer perché parlano di cose interessanti, specie se si tratta di temi sociali o prodotti.

Un ruolo diverso lo assumono gli Influcer 

Il termine Influser è stato coniato da un’agenzia milanese, “Influse”, che ha captato questa nuova forma di marketing o nuovo lato di “influencer” (il lato più umano, più naturale, come molti amano definirlo)  e sta cercando di studiare i comportamenti dei potenziali influser, quel processo naturale che si chiama “influenza” come fenomeno che ha la capacità di guidare.

 

Come finanziamo il terrorismo islamico

In un paese democratico come l’Italia, prima di esprimere un’opinione è diventato necessario fare delle premesse. Gli umori degli italiani sono diversi, alcuni arrivano dal cervello, altri dalla pancia, alcuni ancora da parti del corpo ancora più basse.

La premessa è che personalmente io non andrei mai in un paese straniero per aiutare il prossimo, lo farei nel mio paese, ma non siamo tutti uguali. Personalmente se mi imprigionassero, spererei con tutto il cuore, che qualcuno pagasse un riscatto per liberarmi, sempre se sopravvivessi allo spavento e alla paura. Nella premessa ci metterei che se una giovane ragazza torna dalla sua famiglia sana e salva, tutti sono contenti, e se qualcuno non lo fosse, dovrebbe pensare ad aggiustarsi quella rotella nel cervello che si è inceppata.

In un paese democratico e civile tutti possono esprimere liberamente la propria opinione, ed è proprio per questo che alcuni non hanno bisogno della scorta, non è necessario sporgere denunce ed è proprio grazie alla civiltà che nessuno insulta e minaccia di violenza sui social. In altre parole, chi non la pensa come te può liberamente circolare per strada e non temere assolutamente nulla.

Come finanziamo il terrorismo islamico

Se poi, hai un’opinione diversa da altri sei insensibile, oppure sei cinico o non capisci niente. La ragazza convertita sta bene e le crediamo, è stata trattata bene e le crediamo, ma purtroppo è stata rapita da terroristi, che anche se non le hanno toccato un capello, sono pur sempre dei criminali. Si sono spostati più volte per non essere intercettati, hanno aspettato tanti mesi per creare tensione, sapevano benissimo che l’Italia avrebbe pagato (campagna comunicativa strategica). Infine sono riusciti in pochi secondi a promuovere il nuovo modello di abito somalo stagione primavera -estate, facendo impallidire perfino Giorgio Armani. Il terrorismo islamico si finanzia attraverso numerose attività fra cui le opere d’arte, i Money transfer, di recente con i Bitcoin, la moneta virtuale, ma ci sono tantissime attività (commerciali e no) con le quali i terroristi reperiscono fondi e fra questi vi sono anche i riscatti per i rapimenti. Sembra che al-Qaida con i riscatti finanzi il 50% delle sue attività. Per quanto riguarda i rapimenti assoldano bande locali, per non essere intercettati.

Gli Stati Uniti e il Regno Unito non pagano riscatti, nell’eventualità barattano i prigionieri, ma hanno deciso di non dare al terrorismo nemmeno un centesimo, e ciò non avviene in altri paesi, come l’Italia. Inoltre questi paesi, piuttosto che pagare i terroristi, tentano azioni militari per liberare i loro connazionali. In realtà, chi pensa che sia sbagliato pagare un riscatto non è un insensibile, bisognerebbe cambiare le leggi a monte, in questo modo i terroristi ci penserebbero bene prima di rapire un italiano. Il deputato di Fratelli d’Italia Edmondo Cirielli ha proposto che per legge siano vietati i riscatti in caso di rapimento di concittadini per non finanziare i terroristi. Inoltre le associazioni travestite da organizzazioni caritatevoli, che mandano in Africa giovani volontari, senza nessun tipo di tutela e per pochi soldi, andrebbero denunciate, perché anche lì c’è qualche cosa che non funziona. Le organizzazioni umanitarie agiscono come vere e proprie società per fini di lucro, hanno perfino soldi per pagare spot televisivi sulle reti nazionali, per promuovere le loro attività benefiche e convincere le persone a pagare un cifra prestabilita al mese per adottare, per aiutare, per salvare da una malattia e così via; si tratta di veri e propri abbonamenti alla carità. Sulle emergenze che restano tali nei secoli dei secoli, perché sono convenienti per alcuni ci sarebbe molto da dire, ma basterà citare un antico proverbio cinese che dice: Dai un pesce ad un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita – ma la solidarietà parla un’altra lingua.

Perché è sbagliato pagare un riscatto? Il governo che salva la vita ad un suo cittadino, provoca la morte di migliaia di vite. I paesi che hanno scelto di non pagare riscatti, sono paesi che hanno scelto di non finanziare i terroristi, ed è la cosa migliore da fare. I soldi per salvare una vita saranno sempre pochi, ma pagare per finanziare morte e distruzione è un boccone troppo amaro per scendere giù.

Pagando un riscatto diamo soldi per bombe e armi, per attentati, aiutiamo a sterminare interi popoli, e se pensiamo di aver salvato una vita, ne abbiamo assassinato migliaia.

Per quel che riguarda il gossip e cose simili, crediamo davvero nella libertà di religione e di opinione, di seguire una moda o indossare un vestito, le cose che contano veramente sono altre.

Forte impennata della ricerca di lavoro online durante l’emergenza COVID19

In questo periodo di grande incertezza gli italiani reagiscono e si rimettono in gioco, facendo registrare un + 86% nel mese di aprile

La Pandemia covid-19 ha creato molta incertezza per il futuro, specie lavorativo; infatti, sono molte le categorie che hanno subito un brutto colpo, molte delle quali sono state poco tutelate dai decreti che il governo ha varato in questi mesi. Intere categorie rischiano di scomparire, di chiudere i battenti, per questo motivo è aumentata la ricerca di lavoro on line. In compenso, infatti sono cresciuti i lavori, che si possono svolgere in Smart Working, è aumentata sia l’offerta, sia la richiesta, basti pensare ai call center, che nascono come funghi e hanno continuato ad arruolare personale da casa.

Analizzando i dati registrati dal portale AppLavoro.it su scala nazionale, si evidenziano dati significativi riguardo il comportamento degli utenti nella ricerca di lavoro online. La raccolta dati è stata effettuata tra gennaio e aprile 2020, con l’intento di analizzare il comportamento dei lavoratori e dei disoccupati durante il periodo del lockdown. Prendendo in considerazione la fase pre e post-emergenza, si è evidenziato che:
– a metà marzo si è registrato un brusco calo della ricerca del lavoro con un -34,12% rispetto al periodo pre- emergenza;
– ad aprile si registra invece un incremento significativo di chi cerca lavoro con un +84,43%; superando addirittura i dati registrati a gennaio 2020 (pre COVID) con un un +21,5%.

Da questi dati si evince che a metà marzo, quando è esplosa l’emergenza in Italia,  la ricerca di lavoro è passata sicuramente in secondo piano, segno evidente che l’attenzione delle persone era tutta rivolta all’emergenza che stava letteralmente travolgendo il paese;  invece ad aprile, seppure ancora in pieno lockdown, si evidenzia un incremento notevole di traffico e interazioni da parte di utenti interessati a nuove opportunità lavorative. Probabilmente gli italiani hanno iniziato a metabolizzare l’emergenza COVID, e di conseguenza a preoccuparsi del dopo lockdown, mettendosi nuovamente alla ricerca di un lavoro.

Un dato sicuramente interessante da segnalare è il forte incremento di utenti già in possesso di un impiego che si rendono disponibili a valutare nuove proposte lavorative (+86,62%), in maggioranza operanti nei settori del commercio/negozi, della ristorazione e di quello alberghiero. L’incremento è probabilmente dovuto ad una notevole incertezza riguardo il futuro lavorativo, al non sapere cosa accadrà una volta finito il periodo di cassa integrazione concesso dal governo, che ha coinvolto più di 6 milioni di lavoratori. A contribuire in questo incremento anche liberi professionisti e freelance, come commercialisti, avvocati, grafici e consulenti, che probabilmente approfittando del tempo libero a disposizione, si sono dedicati alla cura della propria web repitation creando dei profili online che potrebbero sicuramente tornare utili per aumentare la visibilità e quindi trovare nuovi potenziali clienti e opportunità di business.

fonte: Comunicato stampa Marco Contemi Applavoro

L’umore social sui numeri della Protezione civile

Ogni giorno la Protezione civile pubblica puntualmente i suoi numeri, e puntualmente sulle pagine social, milioni di utenti, comuni cittadini e contribuenti commentano quei dati  altrettanto liberamente. Spesso è confortante leggere commenti di persone, che appaiono molto competenti e più informate degli addetti alla nostra protezione.

I commenti sono pensati e ragionati, alcuni molto forti, coloriti o populisti, ma vale la pena leggerli, per comprendere ciò che pensa la gente. Eccone alcuni direttamante dalla pagina della Protezione civile:

Ma perché non la smettiamo con questi bollettini di guerra paghiamo in sacco di soldi per sentire tutti i giorni la solita litania 

Non ho capito i conti se sono 98.467 positivi e guariti 85.231 come fanno a essere deceduti 29.315. Sono deceduti ma non di covid 19 a questo punto o sbaglio io?

Sarò scema ma in questi dati non ci capisco un cavolo! Sono numeri da quando e iniziata la pandemia o altro!

“il popolo italiano ha subito e sta subendo il trattamento che annunciava il Presidente Thomas Jefferson, nel 1785, nel momento in cui approvavano l’emendamento della Costituzione Americana che garantiva la libertà di stampa e d’espressione: “perché i governi dispotici hanno bisogno di un esercito di scrittori e giornalisti che scrivano il falso, in modo che il popolo non sappia più distinguere il vero dal falso”.

Anch’io penso che c è qualcosa sotto perché le cure non sono uguali per tutti, se funzionano  poi si scoprono truffe su tutto, su mascherine e su medicinali ma è possibile speculare su tutto anche in queste occasioni, i responsabili non parlano onestamente chissà cosa ce sotto speriamo bene

Se per UNA VOLTA, ci dicessero cosa sono i casi “VIA DI DEFINIZIONE”, ci farebbero una bella figura. Nel loro link ai dati in csv (ovvero dei dati da scaricare ed elaborare) al 5/5 erano ben 3.148. Cosa sono, decessi che tenete nel cassetto? Gente in terapia intensiva? Nei dati “in chiaro” non li menzionano.

Si facciamo finta di credere ai numeri al lotto che danno ogni giorno, tanto la verità nn salterà mai fuori e ci governeranno sempre degli incapaci che stanno buttando alle ortiche i sacrifici dei donatori x far degli ospedali che nn servono. Avrebbero dovuto usare quei soldi x fare i tamponi invece di buttare nel cxxxx.

Documentiamoci ho scoperto che di morti l’ anno scorso,ce ne sono stati 20000 in più, parlando sempre del primo trimestre dell’ anno. E allora di cosa stiamo parlando?

Ma quante cxxxxxe si leggono….. sarà che vivo con un’ infermiera e i dati che vedo mi fanno ridere ma che canale guardate? State ancora credendo a dati ufficiali presunti? In ospedale sono quasi terminati i casi, in compenso adesso si conteranno i morti finanziari, ma questi a nessuno interessa, quante famiglie sono distrutte , quante a raccogliere nelle immondizie, però leggiamo numeroni enormi morti per covid….. ma girare canale che è meglio.

Dobbiamo essere responsabili per nn vanificare il sacrificio fatto finora e ricordiamoci dei defunti.

Qui in Liguria il Lockdown era stato allentato da Toti una settimana prima del 4/5 per cui lunedì saremo a due settimane e per ora, facendo un paio di corna grosse come una casa, tutti i numeri stanno scendendo…… speriamo

Ma se la Lombardia continua con questo andazzo, malgrado 2 mesi di chiusura, le altre Regioni ormai con i contaggi a ribasso non possono aprire? Non mi sembra giusto

In ufficio siamo 15, Uno muore, tutti in quarantena.
Il tampone viene fatto UN MESE DOPO a solo UNO di noi.
Dati palesemente falsi.

Su una popolazione di 60 milioni di abitanti 194 morti in 24 ore, nn mi sembra un numero tanto alto anche perché nn siamo sicuri se questo numero comprende solo malati di Covid o morte naturale… quanti morti ci sarebbero in Italia in un giorno normale senza Covid ? ..

 

Fatto a mano: come la manualità salva lo spirito

Chi sono gli autori:

Rosemary Davidson ha lavorato come editor in Random House, dove ha lanciato il marchio Square Peg nel 2008. Sotto il vigile occhio di una nonna sarta, ha incominciato a farsi i suoi primi vestiti fin da adolescente. Ha continuato a cucire e a lavorare a maglia e attualmente ha aggiunto anche la ceramica alle sue attività manuali. Vive a Londra.

Arzu Tahsin ha lavorato nell’editoria per più di venticinque anni, iniziando come stagista e arrivando a pubblicare autori come Khaled Hosseini e Maiala Yousafzai. Non ricorda nessun momento della sua vita in cui non stesse facendo qualche lavoro manuale. Dagli ukiyo-e giapponesi, alla rilegatura, alla tessitura, Arzu Tahsin spazia da un’attività a un’altra senza escluderne nessuna.

Introduzione – Fatto a mano 

Era fine novembre, troppo presto per sentire lo spirito natalizio, ma abbastanza in là per preoccuparci di non finire in tempo le sciarpe da regalare che stavamo facendo ai ferri. Così, oltre alla cena e alle chiacchiere, al programma della serata abbiamo aggiunto la maglia.

Mentre sferruzzavamo, finivamo una fila e ne cominciavamo un’altra, parlavamo del più e del meno, della famiglia, del lavoro, e a un certo punto ci siamo trovate a commentare il piacere di dedicarsi a lavoretti che non richiedevano troppo impegno dal punto di vista mentale. Non pensavamo solo alla maglia ma a tutte le attività manuali che si possono svolgere in modo quasi automatico.

Ci siamo chieste da dove nascesse la nostra smania di fare cose a mano. Infine ci siamo confrontate su come ci sentivamo durante queste attività ed entrambe abbiamo riconosciuto che, oltre alla soddisfazione di creare materialmente un oggetto che prima non esisteva, c’erano altri benefici, difficili però da definire.

Ci siamo rese conto che noi due siamo crafter da quando abbiamo le mani, o quasi. Nella nostra vita ci sono stati un matrimonio, un divorzio, diversi lavori, problemi di salute mentale e gli alti e i bassi legati al dover crescere dei figli, ma qualunque fosse la condizione del momento abbiamo sempre cercato di esprimere la nostra creatività, che si trattasse di lavorare a maglia o all’uncinetto, di rilegare libri, tessere al telaio, coltivare piante in vaso o decorare ceramiche. Sedute nella cucina di Rosemary, abbiamo preso atto che per noi queste attività sono indispensabili quanto lo è vestirsi prima di uscire di casa.

Siamo entrambe avide lettrici e sapevamo che esistono molti libri sull’artigianato e sugli effetti positivi del lavoro creativo. Avevamo letto diverse autobiografie di abili artigiani e artigiane che hanno speso la propria vita affinando un mestiere fino a raggiungere la perfezione. Tuttavia ci siamo accorte che avremmo voluto leggere anche di attività manuali semplici e alla portata di tutti, del puro piacere che si ricava dal creare semplicemente qualcosa con le proprie mani senza preoccuparsi troppo del risultato. Cercavamo un libro che parlasse di persone come noi, che pur svolgendo mestieri diversi nella vita consacrano il tempo libero a qualche attività in cui esprimere la propria creatività.

Perché amiamo le attività manuali? Qual è il vantaggio di dedicarsi regolarmente a un passatempo creativo? Se lo scopo non è guadagnarsi da vivere vendendo posacenere o bambole di pezza, allora qual è?

Sono queste le domande a cui abbiamo cercato di rispondere a partire da quella sera di novembre. Creiamo oggetti con le nostre mani perché ci piace e perché ci fa stare meglio. I nostri momenti di calma e di pace sono quelli in cui torniamo al nostro cucito, alla nostra maglia, al nostro telaio, alle nostre rilegature.

Quando siamo a corto di energie, fare qualcosa di manuale ci ricarica.

Quando siamo stressate o sommerse dal lavoro, queste attività ci rimettono in sesto, ci aiutano a gestire meglio il tempo e ad affrontare i problemi con più lucidità. Esse aggiungono un senso alla nostra vita, uno scopo. Senza dimenticare la sfida, il desiderio di diventare più brave in ciò che abbiamo scelto di fare. E dal momento che creare qualcosa da zero spesso conduce a nuove esperienze, nuovi incontri e nuove fonti d’ispirazione ci sentiamo più presenti e in generale più efficienti nel lavoro e nelle relazioni. Finché soddisfiamo il nostro bisogno di creare, ci sentiamo attrezzate per affrontare tutte le sfide che a mano a mano ci troviamo davanti.

Per noi il solo fare qualcosa di manuale è un esercizio di meditazione nonché un energizzante e una cura per il buon umore. Creare con le mani è la nostra psicoterapia. Siamo più contente, più ricche di risorse. Siamo persone migliori con gli altri.

E’ uno stato d’animo e un modo di essere che noi chiamiamo craftfulness.

Alcuni ricavano gli stessi benefici dalla meditazione, dallo yoga, dalla corsa, dal suonare uno strumento o dal canto, per fare degli esempi. Per noi la fonte sono le attività manuali. L’handmade è diventato parte integrante della nostra vita e ci ha fatto conoscere una nutrita comunità di maker come noi, molti dei quali hanno aumentato il proprio benessere psicofisico grazie alla pratica di creare con le mani.

Non siamo esperte di fai-da-te. Nessuna di noi due si sente particolarmente dotata dal punto di vista artistico e neppure mostravamo più talento di altri nelle ore di educazione artistica a scuola. Siamo due editor freelance che amano il loro lavoro, ma siamo anche crafter non professioniste, vale a dire dilettanti che a tempo perso si dedicano ad attività manuali creative per la propria soddisfazione personale e per il proprio benessere. Non distribuiamo dati neuroscientifici sulla chimica del cervello, non siamo psicologhe impegnate a studiare l’impatto della pratica meditativa sulla salute mentale. Siamo però profonde conoscitrici di noi stesse e abbiamo opinioni molto chiare sul motivo per cui facciamo le cose che facciamo e sul perché la creatività e il lavoro manuale sono così determinanti per il nostro benessere. Anzi, crediamo fermamente che lo siano per tutti, oggi più che mai.

Nelle pagine seguenti illustreremo i benefici delle attività creative manuali e spiegheremo perché secondo noi tutti dovrebbero averne almeno una a cui dedicarsi.

Come vedremo, creare un oggetto, dall’idea di partenza fino a lavoro finito, fa sentire più forti, aumenta la resilienza e la fiducia in se stessi. Ma anche dare nuova vita a un oggetto rotto procura grandi soddisfazioni. Entrambe le cose sono strumenti validi per esprimersi, realizzarsi e aiutarsi. La nostra opinione è che, creando e aggiustando cose, stiamo potenzialmente creando e aggiustando anche noi stessi.

Vi racconteremo le nostre esperienze personali di crafter appassionate e le storie di altri come noi che si dedicano a pratiche manuali che li aiutano a stare meglio con se stessi a casa e al lavoro e che, come noi, credono fermamente che un’attività creativa regolare abbia un impatto positivo sulla loro salute mentale.

Contemporaneamente, esploreremo aree come la mindfulness, la neuroscienza, la psicologia positiva e gli studi sulla creatività. Non è nostra intenzione subissarvi di dati provenienti dagli innumerevoli studi e ricerche nel settore, tuttavia accenneremo ad alcuni aspetti rilevanti o particolarmente interessanti desunti dai campi della scienza, della medicina e della psicologia sociale. Visiteremo comunità artistiche e spazi creativi e parleremo del legame tra lavoro creativo e benessere con medici, psicologi, psichiatri ed esperti di salute mentale.

Nella Prima parte chiariremo cosa intendiamo per creatività, discuteremo dell’importanza di una pratica manuale nella propria vita e presenteremo il nostro approccio wabi-sabi alle attività creative. Il capitolo sull’handmade e la salute mentale conterrà invece una panoramica di evidenze scientifiche corredate da esempi tratti dalle ultime ricerche e da prove a dimostrazione del fatto che creare con le proprie mani può avere un forte impatto sulla felicità.

Nella Seconda parte parleremo della negatività, delle convinzioni erronee e dei timori nei confronti delle proprie abilità creative. Spiegheremo come capire se c’è qualcosa che vi trattiene dal dedicarvi a un’attività manuale e come fare a sbloccarvi. Forniremo suggerimenti pratici e consigli su come cominciare e su come trovare tempo ogni giorno per un lavoro creativo. Se siete digiuni dell’argomento, vi indicheremo dove trovare ispirazione e quali progetti potrebbero essere giusti per voi.

Nella Terza parte troverete dei brevi saggi e alcuni progetti semplici ma gratificanti per muovere i primi passi nel meraviglioso mondo dell’handmade. Potrete usarli come ispirazione o aggiungerli al vostro repertorio.

Il nostro augurio è che ciò che abbiamo scoperto vi convinca a dedicarvi a un’attività manuale. Forse lo state già facendo, e dunque conoscete il senso di liberazione, il sollievo e la calma che si provano quando il lavoro creativo è parte della propria vita, ma ancora non sapete esattamente a cosa attribuire il merito del vostro benessere.

Con questo libro non intendiamo inginocchiarci all’altare dell’handmade, celebrare il culto delle attività creative o ridurre il comune buon senso a uno slogan adatto allo spirito del tempo. Non vogliamo criticare lo stile di vita altrui e non pretendiamo di dire a nessuno come deve passare le serate e i weekend. Soprattutto, non intendiamo insinuare che un’attività manuale risolva tutto.

Il nostro obiettivo è piuttosto quello di suggerirvi un modo per riportare equilibrio nella vostra vita e nelle vostre abitudini; di incoraggiarvi a dare sfogo alla vostra creatività per il piacere di farlo, per la gioia di creare esattamente quello che volete; di convincervi che ritrovare la dimensione infantile del gioco attraverso un’attività manuale vi restituirà ben più del semplice prodotto che avrete creato.

Il messaggio che fatto a mano spera di trasmettere è che il tempo libero può anche avere uno scopo e regalarvi sia la profonda soddisfazione data dall’attività in sé sia il piacere di dare una forma concreta all’idea che avevate in testa.

I libri ci raccontano il mondo

Il termometro che misura ciò che accade intorno a noi

L’Islanda ha il più alto numero di scrittori e lettori, c’è infatti, uno scrittore ogni dieci abitanti. Questo paese, non a caso, ogni anno ha un posto nella classifica dei paesi più felici al mondo. Gli abitanti, tutti gli anni ricevono un catalogo delle nuove uscite in libreria, bisogna prepararsi per il Natale e pensare ai regali da fare e a quelli da ricevere: libri.

L’era del Covid-19 rappresenta uno spartiacque senza precedenti, uno di quelli per cui abbiamo dovuto modificare le nostre vite e il nostro modo di pensare, in questo periodo sono nati tanti nuovi libri, che hanno cercato di raccontare o di fare analisi della fase attuale. Personalmente, credo sia prematuro, oggi, scrivere un libro sul Covid-19 o almeno su aspetti di cui si parla a volontà, forse è scontato, è semplicemente presto per fare il punto della situazione; c’è talmente tanta carne sul fuoco, che tutto ciò di cui si discute è in continua e rapida evoluzione. Sta di fatto che sono usciti testi che hanno raccontato la crisi economica, la quarantena e anche gli aspetti scientifici dell’emergenza sanitaria in corso. Va tutto bene, perché i libri raccontano il mondo e i suoi cambiamenti, perfino la voglia di chi vuole rivelare o descrivere  un malessere e uno stato d’animo. Bisogna, però, fare una netta distinzione, fra un libro vero e un libro contenitore, che esprime poco di quella saggezza di cui la società ha tanto bisogno. Ecco perché, vale la pena leggere le recensioni, consultare le nuove uscite editoriali e dare un’occhiata magari anche agli estratti, per accorgersi quando e quanto il mondo ci parla attraverso i libri. Sì, perché attraverso il libri noi scopriamo e riscopriamo il mondo e noi stessi.

Mi sembrava il caso di segnalare due testi fra le tante novità, non perché non ci sia altro in pentola o perché altri siano meno validi, ma semplicemente per non dimenticare, che oltre il Covid-19 c’è e continua ad esserci anche tanto altro, ed è necessario continuare a leggerlo.

Pescatori di uomini, edito da Garzanti è il libro di Mattia Ferrari, scritto con Nello Scavo, che racconta (in realtà è un saggio) le vicende riguardanti la nave Mare Jonio della piattaforma della società civile Mediterranea Save Humans, che il 9 maggio 2019 individua fra la Sicilia e la Libia un gommone in avaria con 30 migranti a bordo. I clandestini alla domanda “da dove venite?”, rispondono: “Dall’inferno”. Su quella nave c’è anche Mattia Ferrari, un giovane prete di ventisei anni, imbarcatosi come cappellano a bordo. Lui è fra i primi a soccorrere, chi arrivava dall’inferno e questo libro è la testimonianza di una generazione che odia le ingiustizie, che vuole impegnarsi per un mondo più giusto e più libero, e che ha fatto della tutela dei diritti e della difesa dell’ambiente le assi portanti della propria vita.

Da prete so che in fondo la mia è la missione della <<barca di Pietro>>. Ma mai mi sarei sognato di salire un giorno su un’altra <<barca di Pietro>> perché insieme ad altri diventassimo, letteralmente, <<pescatori di uomini>>. Da “Pescatore di uomini”

Ecco una bellissima intervista a Don Mattia Ferrari 

 Il secondo libro è “Fatto a mano” aggiustare se stessi attraverso la creatività, Corbaccio editore, scritto da Rosemary Davidson e Arzu Tahsin.

La manualità libera la mente da brutti pensieri, ci guarisce dallo stress e cura la nostra anima. Lavorare con le mani significa dare un ordine e un valore a quanto si sta facendo. Distrarsi di tanto in tanto con un lavoro manuale creativo, allontanarsi dalle preoccupazioni, dalle scadenze, dalla continua richiesta di una risposta veloce e appropriata a email, messaggi e whatsapp ci aiuta a recuperare energie e a valutare con un giusto distacco cosa è davvero necessario, come rispondere, come agire, come resistere. Rosemary Davidson e Arzu Tahsin non propongono elisir miracolosi contro la frenesia del mondo di oggi, perché sono ben consapevoli che bisogna fare funzionare un quotidiano complicato e denso (i figli, la famiglia, il lavoro…); ma proprio partendo dalla loro personale esperienza fatta di alti e bassi, di fatica e tante corse invitano il lettore a riflettere: non è impossibile sottrarsi all’insoddisfazione cronica, a volte basta poco.

Unendo armoniosamente mindfulness, psicologia e creatività. “Fatto a mano” offre un punto di vista sorprendentemente nuovo sull’arte di fare le cose con le proprie mani in connessione con il nostro io più profondo e con il senso di appagamento e di benessere spirituale che possiamo ricavarne.

Cosa dicono in giro…

«Una preziosa guida per trovare, anche nelle nostre vite frenetiche, il tempo per dedicarsi a un’attività manuale che fa stare bene. Imparerete a disegnare, dipingere, creare vasi di terracotta e tanto altro…»
The Sun

«Fare le cose con le proprie mani è un ottimo modo per curare lo spirito.»
The Telegraph

Leggi l’Introduzione di “Fatto a mano”: come la manualità salva lo spirito

Vangelo secondo Mattia Ferrari: Pescatori di uomini

Il rischio del pensare di trovare la gioia solo se si pensa a se stessi è quello che il vescovo di Palermo Corrado Lorefice chiama la peste nel cuore”. Quello che dico io è che il rischio di una certa retorica culturale, prima che politica, è che porti a una percezione distorta secondo cui pensare prima a se stessi che agli altri ti fa stare meglio. Invece è importante riscoprire che la vita trova senso e significato nella misura in cui viene donata: più pensi agli ultimi e più trovi la gioia nella tua vita.

Il 3 marzo 2020 è apparsa una bellissima intervista su illibraio.it, realizzata da Amelia Cartia ad un giovane prete, autore di “Pescatori di uomini” , che riportiamo di seguito.

Mattia Ferrari  ha ventisei anni e un colletto bianco, di quelli che si usavano quando ancora i preti portavano la talare. “Scusi, eh, è che sto di corsa ché siamo in emergenza per il virus”. Al primo minuto sono chiare due cose. Uno: il ragazzo è emiliano. E due: non ha intenzione di starsene fermo in canonica. Tanto che nell’ottobre del 2018 sopra il colletto ha messo una felpa blu, ed è andato in mare con la Ong Mediterranea, sulla nave Mare Jonio: per andare incontro ai barconi partiti dalla Libia e prendere a bordo il disperato carico di umani in fuga, evitandone così lo sbarco clandestino sulle coste siciliane, o l’annegamento.

Il tema è dei più controversi e dibattuti in Italia (e non solo), e se dal punto di vista politico il fuoco è acceso, dal punto di vista vocazionale Don Mattia non ha dubbi: tendere la mano al fratello che soffre è precetto evangelico. E lo racconta, insieme al giornalista di Avvenire Nello Scavo, in un libro edito Garzanti, che ha per titolo una parabola: Pescatori di uomini, la promessa che Gesù fece ai primi suoi discepoli, Pietro e Paolo, invitandoli a lasciare reti e pesci per seguirlo. Il 29 giugno 2018, giorno di San Pietro e Paolo, nasce il progetto di Mediterranea.

Don Mattia, la missione in mare è stata da subito evangelica?
“Il 29 giugno è la notte in cui è stato concepito il primo sogno di Mediterranea, la nave poi è partita la notte tra il 3 e il 4 ottobre. Quando, rientrati, mi è stato chiesto quanti ne avessi convertiti a bordo, ho risposto senza retorica che sono stati loro a evangelizzare me”.

Cioè?
“Sono queste persone, anche chi non è credente, o magari è di altre religioni, ad avermi evangelizzato”.

E come?
“Con il loro coraggio, con la grandezza umana che dimostrano nell’attivarsi e nell’esporsi in prima persona solo per essere accanto agli ultimi del mondo. È stata una grande testimonianza evangelica da parte loro nei miei confronti, che pure sono prete. Io che sono prete non ho convertito questi ragazzi ma loro hanno evangelizzato me”.

Ha frequentato i centri sociali dove, come poi sulla nave, incontrava più atei che cristiani, e certo molti islamici. Che convivenza è stata?
“Quelli che abbiamo salvato sono prevalentemente musulmani, ma non in maggioranza schiacciante, c’erano tanti cristiani ed evangelici. Una convivenza perfetta: l’esperienza di Mediterranea fa vivere la bellezza di essere una grande famiglia umana, al di là di ogni appartenenza religiosa e culturale, un sentirsi fratelli e sorelle, membri di un’unica famiglia umana”.

È la chiesa voluta da Papa Francesco?
“È la Chiesa di Gesù. Sì, il messaggio di Francesco riprende appunto quello di Francesco d’Assisi, che parlava di Vangelo sine glossa, di riscoprire il Vangelo nella sua integralità, bellezza, anche nella sua radicalità”.

Giovanissimo in seminario: com’è prendere una decisione profonda come il sacerdozio, in un mondo che va verso la secolarizzazione?
“L’esperienza personale e comunitaria che ho fatto a Formigine, a Modena, per me è stata un’esperienza esistenziale di incontro con la persona di Gesù e con la sua Chiesa. Non nasce da un’idea, ma dall’esigenza di rispondere alla chiamata che ho sentito, quella di diventare prete, e dalle esperienze che mi hanno portato a sperimentare la bellezza del Vangelo”.

A metterla in cammino è stato l’incontro con una comunità di migranti. Cosa le ha fatto capire?
“Più che con una comunità, con alcuni migranti. Ha fatto capire a me, e a tutti, che tutte le persone che arrivano, i migranti, i poveri, sono innanzitutto un dono perché ci portano un’enorme ricchezza spirituale. La consapevolezza che ho visto, nelle donne della parrocchia di Cittadella come sulla nave Mediterranea, è la consapevolezza profonda che se tu apri il cuore a queste persone, ne sei arricchito. È quello che dice Papa Francesco: questi fratelli sono un dono che ti arricchisce di senso, ti fanno riscoprire la gioia del Vangelo”.

Si dice critico con “i populisti”: è quindi contento delle traversie dell’ex ministro dell’Interno? E che dice a chi poi ha bloccato navi per tempi ancora più lunghi?
“Intende la Ocean Viking? Per entrare nel merito delle questioni politiche invito a leggere le dichiarazioni della presidente di Mediterranea Alessandra Sciurba, che è più preparata di me. Quello che dico io è che il rischio di una certa retorica culturale, prima che politica, è che porti a una percezione distorta secondo cui pensare prima a se stessi che agli altri ti fa stare meglio. Invece è importante riscoprire che la vita trova senso e significato nella misura in cui viene donata: più pensi agli ultimi e più trovi la gioia nella tua vita. Il rischio del pensare di trovare la gioia solo se si pensa a se stessi è quello che il vescovo di Palermo Corrado Lorefice chiama la peste nel cuore”.

In cosa consiste?
“In un circolo vizioso, in una spirale che porta dall’egoismo alla tristezza. Invece, se ti doni a chi è più in difficoltà, più sperimenti la gioia vera, del Vangelo, e qui nasce un circolo virtuoso. Ciò che mi preoccupa di certa retorica, da prete, è che la gente rischia di maturare quel pensiero. Dal punto di vista politico lascio che ne parlino altri”.

Questa è stata solo la prima missione?
“Non so se tornerò a vivere missioni in mare. Il problema non si è più posto”.

Perché?
“Dopo la prima missione, la Mare Jonio è stata sequestrata. Ma c’è una grande unità tra missione in mare e sulla terra”.

In cosa consiste?
“Nel costruire giustizia e fraternità nelle nostre città. Una missione che già costruiscono le parrocchie, i centri sociali: sulla terra facciamo la stessa cosa che facciamo in mare, dedicarci all’accoglienza. Costruire la civiltà dell’amore, per usare le parole di Paolo VI. Se capiterà a me di tornare in mare non lo so. Di sicuro, l’unica grande missione per tutti continua”

Quando celebrava messa sulla nave, partecipavano?
“Partecipavano tutti alla messa domenicale. Per loro scelta, partecipavano anche gli atei, anche gli agnostici e i musulmani”.

Anche i musulmani?
“Sì. Per esprimere un senso di stima e di amicizia verso me che ero il cappellano di bordo, ma in generale verso la Chiesa. Non venivano alla messa feriale, ma spesso non lo fanno nemmeno i cattolici. E poi è difficile in navigazione: se avessimo dovuto ogni giorno sospendere le attività avremmo dovuto piantare la nave in mezzo al mare. E in 18 giorni, di cui 12 di navigazione, è dura”.

E dopo?
“Dopo c’è stato il salvataggio”.

La pesca.
“Appunto”.

fonte: Illibraio

 

Cybersecurity: le PMI italiane esposte ad attacchi informatici

Tecnologia e Smart Working, ma con sicurezza dei dati e dei software. Se lo stile di vita di molte aziende si baserà totalmente o parzialmente sul lavoro da remoto, diventa necessario tutelare aziende e dipendenti da attacchi informatici.  I dati che emergono dalle ricerche effettuate pongono più di un quesito in fatto di sicurezza digitale. Attenzione a eBook falsi, falsi e-shop e farmacie online, creati apposta come campagne di phishing.

La pandemia da Coronavirus ha messo le PMI italiane di fronte alle proprie vulnerabilità e debolezze. Come emerso da uno studio di Capterra Italia rilasciato a inizio Aprile, il 47% delle aziende italiane non era pronta per permettere uno smart working massiccio dei dipendenti, a causa della mancanza di strumenti appropriati e, purtroppo, anche di misure di sicurezza. Infatti, del 68% di persone che hanno iniziato a lavorare da casa all’inizio della quarantena, solamente il 24% ha disposizione un computer aziendale. Quest’ultimo dato è apparso particolarmente allarmante in termini d’adozione di misure di sicurezza informatica per la protezione dei dati aziendali.

Per esplorare che tipo di misure di protezione i dipendenti da remoto hanno preso per tutelare gli asset aziendali, il team di Capterra Italia ha lanciato un secondo sondaggio con 584 rispondenti provenienti da PMI Italiane dal quale è emerso che:

·  Solamente il 21% dei dipendenti accede da casa al server aziendale utilizzando una VPN;
·  Solamente il 26% dei dipendenti ha installato un antivirus sul proprio device personale;
·  Il 37% dei dipendenti è stato vittima di phishing, ed una percentuale era legata esplicitamente al COVID-19;
·  Il 22% dei dipendenti ha dichiarato di non aver mai ricevuto alcuna formazione in materia di sicurezza informatica.

L’Agenzia per l’Italia digitale aveva sottolineato a inizio quarantena un preoccupante trend di truffe online e campagne di phishing che prendevano di mira gli utenti con tematiche legate all’emergenza sanitaria e le autorità competenti avevano invitato alla cautela. Il 37% degli intervistati ha confermato di essere stato vittima di un attacco di phishing, ed il 15% ha confermato che l’attacco è avvenuto durante il periodo della quarantena. Il fenomeno sta ulteriormente evolvendo, come sottolineato da Pierguido Iezzi, con la pubblicazione di eBook falsi, la nascita di falsi e-shop e farmacie online, per cui è ancora più importante che le aziende ed i dipendenti prendano delle contromisure efficaci e che puntino ulteriormente sulla formazione dei propri dipendenti. Migliorare la risposta delle PMI agli attacchi informatici non è impossibile, ma si devono iniziare a prendere provvedimenti seri in merito. Si può partire da due punti essenziali, ovvero la gestione delle password e la formazione.

1.  Gestione delle password: solo il 20% dei rispondenti usa un password manager Un primo passo molto semplice, ma essenziale, riguarda ad esempio il dover instaurare una migliore cultura aziendale nella gestione delle password, dal momento che solamente il 20% di chi ha risposto al sondaggio di Capterra Italia ha dichiarato di utilizzare un software per la gestione delle password. Gli strumenti online di gestione delle password (insieme alle misure di 2-way-authentication) permettono di mantenere al sicuro i dati ed i documenti aziendali eliminando il rischio che una password venga scoperta ed utilizzata impropriamente.

A tutt’oggi il 29% dei rispondenti ha dichiarato di non utilizzare un password manager perché dice di conoscere a memoria le proprie password ed il 16% le annota fisicamente nei propri appunti. Questi ultimi due punti possono risultare particolarmente preoccupanti dal momento che un uso corretto delle password presupporrebbe una tale complessità e varietà che renderebbe molto complesso il ricordarle tutte, da un lato e, dall’altro, l’annotare su fogli le password è sempre caldamente sconsigliato da chi si occupa di sicurezza informatica. Inoltre, viene sempre consigliato di cambiare spesso le password, per mantenere sempre un livello di siurezza alto. Questo ulteriore punto dovrebbe dimostrare che per gestire al meglio le password è fondamentale servirsi di strumenti adatti e di non fare affidamento solamente alla propria memoria o alla buona volontà delle persone. Il 34% dei rispondenti ha dichiarato ad oggi diavere un’unica password per tutti gli strumenti online che vengono utilizzati.

2.   Formazione sulla sicurezza informatica: 79% degli intervistati ha ricevuto una formazione, ma comunque il 37%  stato vittima di attacchi di phishing. Normalmente quando i dipendenti sono in ufficio utilizzano strumenti hardware e software che, tecnicamente, sono stati controllati e passati al vaglio degli esperti IT interni di cybersecurity. Se, invece, come è successo durante questa crisi pandemica, il dipendente deve utilizzare i propri device, o non può fare altrimenti, il modo principale per poter proteggere i dati aziendali è puntare sulla sensibilizzazione e sulla formazione del personale. Stando ad i dati raccolti dagli analisti di Capterra, secondo il 79% degli intervistati la propria azienda considera già una priorità la formazione interna e secondo il 77% degli stessi all’interno delle loro aziende esistono esperti dedicati alla sicurezza. Di chi ha dichiarato di aver ricevuto una formazione:

·   Il 31% ha seguito un corso online;
·   Il 25% ha avuto una formazione presenziale;
·   Il 14% ha seguito un corso certificato;
·   Il 9% ha eseguito test di autovalutazione.

Tuttavia, nonostante questi numeri possano sembrare incoraggianti, se il 37% degli intervistati si è reso vulnerabile ad attacchi di phishing c’è ancora molto da fare nella direzione di far capire ai propri dipendenti come difendersi dagli attacchi, quali misure prendere e, soprattutto, come evolvono gli attacchi e le vulnerabilità. Infatti, come evolvono le misure di sicurezza così evolvono anche le modalità d’attacco. Le aziende ed i dipendenti devono sempre più entrare nell’ottica che gli asset digitali sono sempre più importanti all’interno di un mondo che si sta sempre più digitalizzando e che, necessariamente, chiede un’ulteriore spinta alla digitalizzazione.

fonte: Aurora Martina Granata – Capterra     

Blog su WordPress.com.

Su ↑