200 mila depressi in più dopo il Covid-19

Alcuni hanno ancora paura del Covid-19, e restano a casa. L’isolamento e il distanziamento forzato hanno cambiato alcune dinamiche sociali, ma ha anche acuito fenomeni già esistenti nella società di oggi.

In Italia già 100 mila Hikikomori

Negli ultimi tempi gli specialisti hanno studiato diversi fenomeni psicologici derivanti dalla quarantena, e ne viene fuori una fotografia preoccupante. In particolare emerge un avanzamento della sindrome Hikikomori nei giovani. In giapponese la parola significa “stare in disparte”. Il fenomeno riguarda persone che non lavorano, non studiano e escono poco da casa. Gli esperti ritengono che ciò avvenga per diversi fattori, legati a fallimenti scolastici e nella vita di relazione. Altre cause potrebbero trovarsi nelle famiglie, che esasperano i ragazzi con un’eccessiva competizione scolastica o sportiva. L’ambiente circostante di certo non aiuta, perché è noto da tempo che l’urbanizzazione delle città tende a creare persone depresse. Un’ulteriore causa di isolamento potrebbe trovarsi nei social, o meglio nel tempo che i ragazzi trascorrono sui social, togliendolo alle relazioni. La sindrome di Hikikomori è stata evidenziata in Giappone per la prima volta, ma si sta espandendo in altri paesi come in Italia, India, Finlandia, Marocco, Oman, Francia, ma anche negli Stati Uniti. Le condizioni esterne non sono affatto favorevoli: mancanza di lavoro, per cui pochi stimoli ad uscire, società frenetica, basata sul consumismo, città caotiche e industrializzate. Questi sono tutti elementi che non aiutano ad uscire da questo problema.

200 mila persone depresse in più dopo il Covid-19

Qualcuno l’ha chiamata la sindrome della capanna; si tratta di persone che passata l’emergenza continuano la loro vita in un isolamento volontario. Nei giorni della quarantena, bisogna dirselo, è cresciuta l’ansia e la depressione, o almeno tutti hanno fatto i conti con un forte senso di preoccupazione, che non è stato molto piacevole (ma è più che normale, ci mancherebbe!). Resistere era la parola che si è sentita di più, come quelle altre più ottimistiche da Mulino Bianco come “ce la faremo” o “andrà tutto bene”, ma a volte bisogna anche fare i conti con la realtà, anche se l’ottimismo è fondamentale. Fra i camici bianchi è frequente la sindrome di burnout, che abbiamo trattato in un articolo precedente.

E la realtà è diversa da come spesso ce la voglio descrivere. La crisi economica e la disoccupazione hanno generato nuovi depressi. Andiamolo a dire ad un disoccupato o a chi ha chiuso un’attività commerciale in piedi da anni, che non deve preoccuparsi e non deve deprimersi. Solo in Lombardia si stimano 150 mila persone depresse in più, in quel luogo oltre alla crisi economica c’è stato molto di più, e lo sappiamo bene. C’è gente che non ha iniziato ancora a realizzare cosa sia davvero successo, persone che devono ancora elaborare lutti avvenuti nel peggiore dei modi.

Il coronavirus non causa solo problemi respiratori ma, in modo indiretto, a causa anche del lockdown, ha causato (e sta causando) ansia e depressione. E tutti gli esperti hanno lanciato l’allarme per  una vera e propria “ondata” di disturbi mentali – i dati arrivano dall’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.

La Fondazione Onda-Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, ha organizzato una serie di incontri a Milano sul tema – Infatti gli esperti, gli specialisti, i medici di base, e anche le istituzioni stanno cercando di comprendere come affrontare il problema. Per fortuna, molti psicologi e associazioni si stanno muovendo, offrendo supporto gratuito anche attraverso l’istituzione di numeri verdi per l’ascolto. Il 10 luglio Onda Osservatorio ha organizzato un incontro virtuale gratuito per presentare il Manifesto “Uscire dall’ombra della depressione”.

In un articolo su LaRepubblica si legge:

I costi diretti non sono l’unico tassello da tenere in considerazione se si vuole cogliere il peso economico e sociale di questa patologia. I costi indiretti (sociali e previdenziali) la fanno da padrone rappresentando il 70% del totale dei costi della malattia – spiega Francesco Saverio Mennini, professore di Economia Sanitaria e Direttore del Eehta del Ceis dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. “Basti pensare ai costi previdenziali legati all’elevato numero di giorni di assenza dal lavoro causato dalla depressione maggiore, alla perdita di produttività legata al presenteismo. Visto l’incremento previsto del numero delle persone con depressione in seguito alla pandemia di Covid-19, il peso economico della malattia è destinato ad aumentare“. Gestire il paziente in una fase precoce della malattia consente non solo un miglioramento della sua qualità di vita, ma anche una riduzione dell’impatto dei costi per il sistema sanitario e sociale”.

Questi sono solo alcuni dei fenomeni che ci hanno letteralmente invaso, si potrebbe parlare di tanti altri elementi che hanno investito la vita pubblica e sociale, come anche quella politica, la quale ha conosciuto nuovi orizzonti, e non sappiamo dire ancora se si possa considerare un bene o un male. Non meno importante è il ruolo dell’informazione, dove vi sono e vi erano già, personaggi che dovrebbero solo sparire dalla circolazione. Come non fare, infine, solo un accenno ai furbi di ogni sorta; in particolare a chi ha lucrato sui prodotti, a chi ha sfruttato la paura, a chi ha approfittato nelle più svariate forme possibili di questi  momenti di fragilità. Come non avere un pensiero anche per chi ha deciso di essere malato per due o tre mesi, con la complicità di medici compiacenti. A tutti loro un affettuoso e caloroso saluto, siete come l’erbaccia: fastidiosa, maleodorante e inutile, che quando viene strappata può andare solo nel fuoco.

 

 

 

 

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