Ladri d’arte e libertà: colonialismo e razzismo al British Museum

Sono decenni che va avanti il dibattito sulla restituzione delle opere d’arte africane, rubate durante gli anni della colonizzazione e custodite gelosamente nei musei europei. 

Tutto è iniziato  con un tweet o si fa per dire. Il direttore del British Museum aveva espresso la sua solidarietà al movimento Black lives matter; il tweet però conteneva l’immagine di un’opera dell’artista afroamericana Kara Walker esposta, ovviamente nel Museo inglese.

“Oh, guarda! È una di quelle navi che il British museum e il Victoria and Albert museum hanno usato per trasportare il loro bottino dall’Africa al Regno Unito?”  è stato il commento della scrittrice etiope Maaza Mengiste.

Tutto è iniziato con l’uccisione, poche settimane fa, di un afroamericano per mano della polizia o si fa per dire. La rabbia e le proteste hanno sempre radici più profonde. L’omicidio del giovane di colore ha acceso più di un dibattito sul colonialismo e sullo sfruttamento che da decenni l’Occidente esercita sulle ex colonie.

Sono tanti i Musei europei che custodiscono opere africane; il paradosso vuole che nei loro musei i pezzi di storia di paesi “altri” siano protetti da allarmi sofisticati, vetrine e sorveglianza. Avere paura che qualcuno sia più ladro di te è davvero il colmo. Il discorso aperto ormai è lungo e complesso e non abbraccia solo l’odio razziale. Dovrebbe essere la gente di colore, privata della propria storia e della propria cultura ad odiare i colonizzatori e invece… Anche Parigi  il museo Quai Branly custodisce opere rubate, per non parlare del Belgio. In tutti i musei europei sono esposte opere, come trofei, per sottolineare la bravura del colonialismo, la sua missione giusta e civilizzatrice. La verità è che il dibattito sul ritorno delle opere rubate nei luoghi d’origine va avanti da decenni e non si fermerà adesso.

A Bruxelles è nato Africa Museum (una colossale presa per i fondelli); conserva 180mila oggetti originari del continente. Il palazzo che ospita il Museo reale è stato costruito grazie ai saccheggi in Congo e dopo cinque anni di chiusura, riapre al pubblico sotto un’altra veste e con l’intento palese di nascondere quello che era lo scopo principale: l’esaltazione dell’impresa coloniale.  

Une aquarelle représentant les différents niveaux du Maris-Séraphique. Sur l'entre-pont s'entassaient les esclaves - Un acquerello che rappresenta i diversi livelli del maris-serafico. Sul ponte c'erano gli schiavi ammucchiati
Une aquarelle représentant les différents niveaux du Maris-Séraphique. Sur l’entre-pont s’entassaient les esclaves – Un acquerello che rappresenta i diversi livelli del maris-serafico. Sul ponte c’erano gli schiavi ammucchiati

La storica dell’arte francese Bénédicte Savoy e l’economista senegalese Felwine Sarr, raccomandano la restituzione pura e semplice, in un rapporto commissionato dal governo francese nel 2018. Nel documento si legge:

La questione delle restituzioni punta il dito al cuore di un sistema di appropriazione e di alienazione, il sistema coloniale, di cui alcuni musei europei oggi sono gli archivi pubblici (…). Per un continente dove quasi il 60 per cento degli abitanti ha meno di vent’anni restituire significa garantire ai giovani africani l’accesso alla loro cultura, alla creatività e alla spiritualità di epoche sì passate ma la cui conoscenza e il cui riconoscimento non dovrebbero essere riservati alle società occidentali o delle diaspore che vivono in Europa. I giovani africani, come quelli in Francia e in Europa, hanno un ‘diritto al patrimonio’.

Mentre altri rubano le grandi case d’asta stanno registrando grande interesse verso l’arte di continenti considerati “altri”, con opere battute a cifre importanti e oggi dopo il Covid-19 si continua con le aste on line. Il dibattito continuerà fra l’indifferenza di alcuni e l’ipocrisia di altri, ma resterà aperto e acceso; è necessario porre fine a una grande ingiustizia, è giusto che popoli derubati per secoli, abbiano la possibilità di ammirare nei loro musei la storia e la cultura che gli appartiene, come qualsiasi altro popolo fa con la sua civiltà.

Fonte immagini Twitter; theconversation.com

 

 

 

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