Il business della solidarietà

L’industria della solidarietà sostiene gruppi armati, gli aiuti umanitari sono spesso gestiti da autorità corrotte che non agiscono per il bene della popolazione

Non tutti si domandano perché reti televisive nazionali pubblicizzano in modo continuo raccolte fondi da destinare a progetti di beneficienza in giro per il mondo. Secondo la reporter olandese Linda Polman, le crisi umanitarie più gravi sarebbero involontariamente alimentate dagli aiuti internazionali. L’autrice del libro “L’industria della solidarietà“, racconta le contraddizioni della macchina delle ong, disorganizzate e spesso irresponsabili, che involontariamente sostiene i gruppi armati e dunque il perpetrarsi dei conflitti. La competizione economica tra le ong è il problema più grande, afferma Polman perché se lavorassero insieme verrebbero sprecati meno soldi e potrebbero esercitare un maggiore controllo sui beni.

Nei paesi in cui ci sono guerre non esiste economia, e paradossalmente, gli aiuti umanitari servono per acquistare armi.

In Sierra Leone, Congo, Ruanda, dove i massacri sono cruenti, in alcuni momenti si potevano contare più di 250 ong a operare in una sola città, Goma, dove gli operatori umanitari erano in competizione per distribuire coperte, viveri e costruire campi profughi. Che in molti casi hanno dato ospitalità anche coloro che hanno ucciso, incendiato, violentato.

La solidarietà è un business

Il rapporto con le autorità locali è fondamentale, se queste sono corrotte, nessun progetto per il bene della popolazione viene realizzato. Le Ong sono organizzazioni enormi, multinazionali all’interno delle quali operano migliaia di addetti, per gestire somme di denaro da capogiro.  Le organizzazioni benefiche si fanno la guerra per accaparrarsi gli aiuti, ecco perché ricorrono a spot televisivi e spesso anche a personaggi pubblici, che scelgono di sponsorizzare i loro progetti.

La letteratura che fa chiarezza sulle ONG

Libri che hanno indagato e offrono ai lettori una chiave diversa sulle attività delle multinazionali benefiche ce ne sono tanti. Nel 2002, ad esempio anche Giulio Marcon, capogruppo Sinistra italiana pubblicò Le ambiguità degli aiuti umanitari, Feltrinelli editore, suscitando non poche polemicheLa maggior parte delle organizzazioni del terzo settore non ha elaborato, in questo contesto, strategie di sviluppo economico per il settore non profit tali da far emergere le “alterità” rispetto ai settori dominanti dello stato e del mercato. Nello stesso tempo non ha nemmeno adeguatamente messo in discussione non tanto l’economia di mercato quanto gli indirizzi di fondo cioè il modello di sviluppo delle politiche economiche che aumentano le povertà, le ingiustizie, le diseguaglianze ed erodono i diritti per i quali il terzo settore si batteè quanto afferma lo scrittore. 

Valentina Furlanetto ha scritto più recentemente un saggio interessante dal  titolo “L’industria della carità” edito da ChiareLettere. Nel testo, l’autrice indaga sulla credibilità e sullla mancanza di trasparenza di molte organizzazioni non governative, che si dedicano alla raccolta fondi. Il problema nasce dal fatto che i donatori non conoscono i meccanismi che regolano la destinazione dei loro soldi, generosamente dati alle associazioni, alcune delle quali hanno fatto della carità una florida industria.

L’economia della beneficenza è un ottimo affare,  secondo un rapporto del 2013, si calcola che nel mondo l’insieme di attività che appartengono al Terzo settore (organizzazioni non governative, onlus, fondazioni, enti caritativi, enti umanitari, cooperative) valgano circa 400 miliardi di dollari. Sembra che in tutto il mondo operino circa cinquantamila Ong, che ricevono oltre dieci miliardi di dollari all’anno in finanziamenti. Le più ricche sono Save the Children, World Visione Feed the Children (circa 1,2 miliardi di dollari di bilancio a testa).

In Italia non mancano montagne di soldi inviate alle organizzazioni benefiche:  Medici senza frontiere (50 milioni di euro); ActionAid (48 milioni); Save the Children (45 milioni); Coopi (Cooperazione internazionale, 35 milioni); Cesvi (Cooperazione e sviluppo, 33 milioni); Emergency (30 milioni); Avsi (Associazione volontari per il servizio internazionale, 28 milioni); Intersos (18 milioni); Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli, 16 milioni); Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo, 16 milioni).

Secondo una ricerca della UniCredit Foundation, il non profit italiano fattura più della moda. Secondo il rapporto delle Nazioni unite, il numero dei volontari è pari a 140 milioni di persone, più del doppio della popolazione italiana.

Basti pensare alle grandi organizzazioni che hanno in piedi diversi progetti, dal sostegno alla fame nel mondo alle attività di ricerca. Ebbene, tali organizzazioni hanno sedi in tutto il mondo, dispongono di migliaia di dipendenti, pubblicizzano ovunque le loro attività (con i nostri soldi). Sempre con i nostri soldi, organizzano viaggi, stand nelle piazze, acquistano arance e piantine, sostengono (ops sosteniamo) spese per consulenze varie, spese telefoniche, di logistica, di amministrazioni e di contabilità, software, computer, siti web, locazioni di immobili, hotel, auto e taxi.

Tirando le somme, viene da chiedersi a chi fanno beneficenza? E allora cosa fare?

Consapevoli o inconsapevoli, purtroppo, ognuno di noi, invia sms, effettua bonifici o paga bollettini postali pensando che i propri soldi alleveranno le pene di qualcuno. Bisogna però informarsi, non basta elargire somme piccole o grandi; fra i tanti piccoli gesti, che la nostra coscienza ci detta, qualche soldo andrà anche, a nostra insaputa, a finanziare qualche guerra. Per quanto i riguarda verifico le associazioni, come ad esempio, Angeli Guerrieri della Terra dei fuochi Onlus, da anni vicina ai piccoli malati oncologici del Pausillipon di Napoli, e poi prediligo realtà locali, piccoli centri all’interno di associazioni e parrocchie che raccolgono indumenti e generi alimentari. Quando qualche multinazionale della solidarietà mi convincerà, forse, darò qualche spicciolo anche a loro.

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