Terza dose: il raffreddore ci protegge dal Covid 19?

La stagione delle piogge e del freddo sembra sia iniziata e con lei i primi raffreddori. Malanni che la maggior parte di noi aveva dimenticato, grazie alle mascherine, che ci hanno protetto anche da altri virus.

Da alcune settimane sono iniziate le terze dosi, e il dibattito resta aperto sull’opportunità della terza dose e su quali fasce di popolazione. Le domande sono tante. Chi prende il raffreddore ha una protezione maggiore contro il Covid-19? Fin dalla comparsa del Covid era stata presa in esame questa ipotesi, che in base a molti studi non sarebbe solo un’ipotesi.

Già un articolo apparso sul sito della fondazione Veronesi nel 2020 asseriva quanto segue:

Com’è possibile che una persona che non è mai entrata in contatto con Sars-Cov-2 (il virus che causa Covid-19) possegga anticorpi capaci di riconoscere comunque il virus? Il fenomeno non è affatto nuovo. Gli esperti lo chiamano cross-reattività, ovvero la capacità da parte di un anticorpo di agire contro virus differenti ma molto somiglianti -almeno in alcune parti- fra loro. Un fenomeno che potrebbe valere anche per Sars-Cov-2. Almeno è quello che è emerso nello studio da poco pubblicato su Cell dai ricercatori del La Jolla institute for immunology guidati dall’italiano Alessandro Sette. Nell’analisi i ricercatori californiani ha analizzato il sangue di persone convalescenti da Covid-19 confrontandolo con quello di persone mai esposti al virus (l’analisi di questi ultimi si è basata su prelievi effettuati tra il 2015 al 2018).

Anticorpi che riconoscono Sars Cov-2 senza averlo mai visto

Un risultato preliminare ma molto importante che indica che una quota di popolazione, grazie all’incontro con qualche coronavirus precedente (ad esempio quelli del raffreddore), potrebbe possedere un’immunità almeno parziale contro il nuovo coronavirus. Un dato che potrebbe spiegare l’enorme differenza su come le persone rispondono a Sars-Cov-2 e dunque sulla differenza nella gravità dei sintomi. Queste persone infatti potrebbero essere parzialmente immuni e sviluppare una malattia blanda o asintomatica.

Sars Cov-2: Quanto dura la risposta al vaccino

L’altra domanda che ci si sta ponendo in queste settimane è quanto dura la protezione da vaccino anti Covid. La domanda è diventata frequente da quando si sta parlando di terza dose. Alcuni esperti consigliano di effettuare l’esame per accertare la percentuale di anticorpi presenti, prima di decidere la data della terza dose.

Terza dose: Cosa dice la scienza

Quanto dura la protezione del vaccino anti Covid? Una prima risposta arriva ora dallo studio condotto da ricercatori delle università di Verona e Trento e dalle aziende ospedaliere IRCCS Sacro Cuore Don Calabria Hospital di Verona e dell’Istituto San Raffaele di Milano, pubblicato su Nature Communications Medicine. Il team coordinato da Donato Zipeto e Luca Dalle Carbonare (Università di Verona) ha provato a capire come il sistema immunitario risponda alla vaccinazione anticovid, e quali anticorpi vengano stimolati, confrontando persone che hanno contratto il virus con altre che non si sono mai ammalate.

Quando si misurano le risposte all’infezione o alla vaccinazione, tipicamente si cercano gli anticorpi IgG (quelli dei test sierologici). Pochi ricercatori hanno invece analizzato altri tipi di immunoglobuline, quali le IgA e le IgM, spiega Zipeto: a differenza delle IgG, le immunoglobuline IgA sono tipicamente prodotte nelle mucose delle vie respiratorie. Le IgA mucosali sono diverse anche perché agiscono in coppia, e per questo motivo sono molto efficaci nel bloccare il virus; ma sono anche difficili da stimolare con un vaccino, specialmente se il vaccino viene inoculato per via intramuscolare, dove mancano le cellule in grado di produrre IgA.

Un articolo apparso su focus parla del fatto che, in effetti,  i ricercatori si sono chiesti se e come il vaccino fosse capace di stimolare quelle cellule, e la risposta è stata in parte positiva e in parte negativa. Lo stimolo è efficace, perché le IgA compaiono subito dopo la prima dose, ma non sembrano essere in grado di bloccare il virus. Quali anticorpi vengono indotti in base alla via di somministrazione del vaccino?

In questo specifico caso la somministrazione intramuscolare probabilmente coinvolge un altro tipo di IgA, dette sieriche, che non agiscono in coppia come quelle indotte a livello delle mucose e non sembrano in grado di bloccare efficacemente il virus. Tale dato suggerisce che, se e quando avremo un vaccino somministrabile per via nasale – spray o aerosol -, potremo probabilmente essere in grado di sfruttare entrambi questi tipo di anticorpi, le IgG e le IgA mucosali che agiscono in coppia. Forse allora avremo un vaccino più efficace non solo contro la malattia, ma anche contro l’infezione, cioè capace di sbattere la porta in faccia, per così dire, al virus, bloccandone la replicazione.

Presenza di una memoria immunologica pregressa

Dallo studio emerge anche che il vaccino sembra richiamare una risposta immunitaria nei confronti di precedenti incontri con virus simili, come i coronavirus che provocano il raffreddore. La potenziale implicazione dell’immunità cross-reattiva ad altri coronavirus nella risposta alla vaccinazione è supportata da una caratteristica inaspettata emersa dallo studio: una risposta anticorpale non convenzionale osservata in soggetti che non avevano incontrato il SARS-CoV-2. Dopo la prima dose, infatti, quando la risposta immunitaria primaria classica dovrebbe generare IgM, ovvero i primi anticorpi che l’organismo produce quando incontra un nuovo agente infettivo, e solo in seguito le IgG, quasi la metà degli individui vaccinati, invece, produceva direttamente IgG ma non IgM, suggerendo la presenza di una memoria immunologica pregressa, conseguente a un precedente contatto non con il Sars-CoV-2, ma con virus simili.

Quest’ultima osservazione suggerirebbe che tutti siamo, in maniera diversa, preventivamente un po’ immuni al Covid-19. Questo elemento potrebbe essere alla base della straordinaria efficacia che hanno dimostrato i vaccini nella protezione dalla malattia: perché richiamano e amplificano risposte immunitarie precedenti. È una ulteriore evidenza a supporto dell’importanza della vaccinazione.

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