L’alba: ripensare a una nuova storia dell’umanità

Si chiama The Dawn of Everything: A New History of Humanity,  ed è un libro scritto da David Graeber e David Wengrow, che sta facendo parlare molto. Autorevoli giornali, infatti, hanno già dedicato recensioni e cercato di interpretare quanto affermato dai due autori.  

L’alba di tutto è un brillante resoconto che capovolge le ipotesi su cui si basano trentamila anni di cambiamento. Gli autori riconsiderano la storia dell’umanità, reinterpretando i fatti e riscrivendo una nuova verità. Il titolo è emblematico e al tempo stesso fa una promessa: quella di farci attraversare migliaia di anni, come osservatori di una conoscenza mai completamente afferrata, mai veramente nostra.

Il testo fotografa i nostri antenati come esseri liberi di costruirsi una propria vita. Secondo David Graeber e David Wengrow l’umanità non era ristretta solo a piccole bande di cacciatori-raccoglitori, l’agricoltura non conduceva inevitabilmente a gerarchie e conflitti e non vi era un’organizzazione sociale predominante. Il mondo antico era un work in progress perenne insomma.

Secondo gli autori, i nostri avi, praticavano la partecipazione sociale, facevano scelte, quindi esercitavano la politica. E non solo questo, godevano di uno spiccato senso di libertà, che li spingeva a cambiare in continuazione, a non obbedire a prototipi e leggi prestabilite, anzi, s’impegnavano nel creare nuove realtà.

Una delle domande, che gli autori si pongono, frequentemente è  – Come siamo rimasti bloccati in un sistema di gerarchie e vistose disuguaglianze di potere e di consumo?

Questa domanda sembra quasi uno sguardo e una visione allargata della storia, ci racconta il modo in cui siamo arrivati ​​a capire noi stessi, ammesso che ciò sia mai avvenuto.  

Perché siamo intrappolati e bloccati in gerarchie e conflitti, in disuguaglianze di potere e di consumo?  I due autori se lo chiedono, e lo chiedono a noi. Forse perché abbiamo sempre considerato i primi uomini apparsi sulla terra indigeni, selvaggi e istintivi e noi stessi come una loro naturale evoluzione. La domanda non trova risposte nel libro e nemmeno tenta di farlo.

Gli esseri umani vivevano in piccoli gruppi, poi si avvicinarono all’agricoltura, e questo portò alla crescita della popolazione e alla proprietà privata. Le bande divennero tribù e nacque la necessità di santi, capi, guerrieri ed eroi. La civiltà arrivò con le città e di conseguenza si diffusero alfabetizzazione, filosofia, ricchezze, potere. E così lo stato moderno prende forma sotto ai nostri occhi con la nascita di imperi, scienza, capitalismo, colonialismo.

Se vogliamo reinterpretare la storia e ripensare all’alba di tutto, solo due parole, forse ci occorrono in quanto comunità e in quanto singoli individui: Evoluzione e ricerca, i veri motori che dovrebbero muovere le nostre esistenze.

Migliaia di anni fa quelli che noi chiamavamo indigeni avevano capacità organizzative, per loro la civiltà era aiuto reciproco, se l’agricoltura non dava i suoi frutti, cambiavano, sperimentavano, perpetravano un continuo mutamento. Sapevano di essere frutto solo delle proprie scelte, e non di condizioni climatiche o di cause di forza maggiore oppure del fato. Osservavano il vicino, per poi fare, se serviva l’esatto opposto.

Quelle strutture di pensiero e di civiltà sono state da noi ereditate, e una volta arrivate nelle nostre mani, sono state distorte, manipolate a nostro piacimento. Non solo, quella follia l’abbiamo pure chiamata civiltà occidentale, sentendoci, in qualche modo superiori.   

Non hanno bisogno di essere interpretati il colonialismo e lo sfruttamento dei territori; non c’è molto da dire sulle guerre, sul traffico di schiavi, sulle bombe democratiche e sulla corsa al denaro. Tutto fin troppo chiaro sulla speculazione a svantaggio di paesi poveri e indifesi.

Che cosa significa veramente per noi civiltà?  Forse, ricchezza, lusso e potere? Oppure non prendere mai in considerazione forme di vita alternative?

Basta farsi un giro sui social, lì dove l’ignoranza si unisce per combattere conoscenza e intelligenza, lì dove l’unione fa la forza e promette manganellate al di fuori del virtuale per avere un’idea di come viviamo nella follia, senza nemmeno accorgercene. Basta guardare i veri selvaggi, i nuovi schiavi, con una testa di leone sul capo e a torso nudo fare versi animaleschi, mentre i loro mandanti ricconi approvano scene di ordinaria follia, su comode poltrone per farsi un’idea di sono i veri selvaggi.

Evoluzione e ricerca come nuovi modi di esistere, forse è questo il messaggio profondo di questo testo. Probabilmente, oltre a riconsiderare e riscrivere la storia, basterebbe riprogrammare il concetto di conquista e di civiltà per vivere liberi.  Graeber e Wengrow ci offrono una loro visione, e come di solito accade quando si legge un libro, sarà il lettore a guardare l’alba di tutto sotto una luce diversa, rinunciando ad antiche certezze, e a desiderare una nuova alba di se stesso.

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