L’inquinamento favorisce la diffusione del Covid: Lo studio

L’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di ammalarsi di Covid, la conferma in uno studio italiano, anche se già vi erano segnali fin dall’inizio della Pandemia

Molti se lo chiedevano e ancora oggi, la domanda è sempre la stessa: Perché il Covid si è diffuso maggiormente al Nord. Un nuovo studio conferma quanto già evidenziato da ricerche precedenti: un’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico è in grado di aumentare il rischio di infezione da coronavirus.

Il nuovo studio, condotto da Epimed (Centro di Epidemiologia e medicina preventiva dell’Università dell’Insubria) e pubblicato su Occupational & Environmental Medicine, ha preso a campione la popolazione adulta della città di Varese.

Sono 62.848 le persone che sono state monitorate da inizio pandemia (febbraio 2020) fino a marzo 2021 con l’obiettivo di indagare l’associazione tra esposizione a lungo termine agli inquinanti atmosferici e incidenza di

Per poter analizzare gli effetti dell’inquinamento sulla pandemia è stato necessario ottenere diversi dati, uno sforzo che ha coinvolto l’Università di Varese ma anche quella di Como e Cagliari oltre che l’Osservatorio Epidemiologico di Regione Lombardia, l’Agenzia regionale Aria e la società privata Arianet per i dati relativi all’esposizione ambientale sul lungo periodo

Cosa è emerso? Dopo aver preso in considerazione dati clinici e demografici che aumentano il rischio di infezione da SARS-COV2, si è evidenziato un aumento del 5% nel tasso di infezione per incremento di 1 microgrammo/metrocubo di PM2.5 (a livello medio annuo), il che corrisponde a 294 positivi in più ogni 100mila abitanti per anno.

Nello studio si legge quanto segue:

L’esposizione a lungo termine a bassi livelli di inquinanti atmosferici, in particolare PM 2,5 , ha aumentato l’incidenza di COVID-19. La causalità merita conferma in studi futuri; nel frattempo, gli sforzi del governo per ridurre ulteriormente l’inquinamento atmosferico dovrebbero continuare.

È noto che l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di malattie respiratorie e cardiovascolari, attraverso l’infiammazione persistente e compromissione dell’immunità. Presumibilmente, gli stessi percorsi sono coinvolti nel legame tra inquinamento atmosferico ed incremento nei tassi di infezione da Covid-19. I nostri risultati da soli non sono in grado di stabilire il nesso di causa-effetto, ma forniscono la prima solida prova empirica in merito al legame finora solo ipotizzato che collega l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico con l’incidenza di Covid-19 – è quanto ha affermato l’autore dello studio Marco Ferrario.

Gli scienziati hanno già annunciato che la ricerca non si ferma e lo stesso team è a lavoro per aggiungere dettagli importanti alle conoscenze acquisite. Si è infatti esteso lo studio a tutta la provincia di Varese per l’anno 2021, aggiungendo anche tra i dati di cui tenere conto le ospedalizzazioni e i decessi per Covid-19.

Da anni si conoscono i danni che provoca lo smog, maggiormente presente nelle grandi città industrializzate; si tratta di danni legati, non solo al tratto respiratorio ma anche cardiovascolari e spesso, l’inquinamento è causa dell’insorgenza di tumori.

questo non è certo il primo studio che ha trovato prove del legame tra maggior rischio Covid ed esposizione prolungata ad inquinamento atmosferico. Vi avevamo ad esempio parlato dello studio dell’Università di Catania del marzo 2021 e di quello opera degli scienziati Mauro Minelli e Antonella Mattei, pubblicato sull’International Journal of Enviromental Research and Public Health. (Leggi anche: “Sono le polveri sottili a influire sui contagi”: nuovo studio associa ufficialmente il PM2.5 alla diffusione del Covid)

È ovvio che uno stato di salute ottimale, difenda da tante patologie; altri studi, dimostrano che il Covid resta più a lungo nello smog e nelle polveri sottili. Non a caso, in Lombardia e in Veneto ci sono i livelli di PM 2,5 più alti d’Italia e gli abitanti di quelle zone (e i loro polmoni) sono maggiormente esposti.

Fonte: Greenme

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