Bufera sulla presidenza italiana: Referente del tavolo ambiente e energie G20 affidato a Manager Eni

G20, Inchiesta del Domani su presidenza italiana. Greenpeace: Il Governo spieghi perché ha affidato a un Manager Eni il ruolo di referente del tavolo ambiente e energia del G20.

Commentando quanto riportato da un’inchiesta pubblicata dal Domani – secondo cui un manager di Eni sarebbe stato scelto da Palazzo Chigi come “referente del tavolo ambiente e energia e dei lavori preparatori dei diversi delegati ministeriali per il G20 Ambiente, clima e energia che si terrà a luglio a Napoli” – Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia, dichiara:

Se confermati ufficialmente, i contenuti dell’inchiesta del quotidiano Domani tratteggiano uno scenario inquietante sulle reali intenzioni del nostro governo. Affidare a una big del gas fossile e del petrolio le trattative del tavolo ambiente ed energia del G20 è un po’ come consegnare le vittime ai carnefici. Aziende come Eni, che hanno grossi interessi internazionali nell’ambito del mercato delle fossili e le cui attività hanno un impatto negativo sul clima del Pianeta, non devono essere coinvolte dai governi quando questi hanno un ruolo di presidenza di importanti vertici internazionali. E certamente, come pare accadere in questo caso, non dovrebbero avere questo ruolo nei tavoli tecnici. Ne va della credibilità dei lavori.

Greenpeace sottolinea come Eni sia una delle aziende italiane con il più alto livello di emissioni di gas serra al mondo, nonché tra le realtà principalmente responsabili dell’emergenza climatica in corso: le sue emissioni globali sono maggiori di quelle dell’Italia. Nei suoi piani futuri, il Cane a sei zampe non prevede affatto la svolta green che sbandiera a tambur battente con spot o interventi sui media, bensì intende continuare a puntare massicciamente sul gas fossile, una delle cause della crisi climatica in corso. Se quanto scoperto dal “Domani” fosse ufficialmente confermato, l’esecutivo di fatto diventerebbe complice di questo pericoloso atteggiamento, purtroppo già anticipato da altre scelte governative.

Assumendo la Presidenza del G20, il capo di governo Giuseppe Conte aveva affermato di voler mettere persone e Pianeta tra i pilastri dell’immediato futuro, continua Iacoboni. Eppure, alcuni progetti presenti nell’ultima bozza disponibile del Recovery plan italiano sembrano essere stati scritti sotto dettatura di Eni. Si veda la parte che destina miliardi di finanziamento pubblico a un progetto inutile e costoso come il polo di Cattura e Stoccaggio della CO2 (CCS) a Ravenna, funzionale solo a continuare a sfruttare gas fossile, e non ad avviare una vera decarbonizzazione del mix energetico di Eni. È davvero questa la svolta green a cui mira l’Italia?, conclude Iacoboni.

Se davvero vuole perseguire l’obiettivo della decarbonizzazione, per Greenpeace il governo deve puntare davvero sulle energie rinnovabili. Come dimostra il report “Italia 1.5” dell’organizzazione ambientalista, una rivoluzione energetica che metta da parte i combustibili fossili porterebbe al Paese vantaggi ambientali, economici e occupazionali.

Fonte: Ufficio stampa Greenpeace Italia

Economia blu: bere birra fa bene ai pesci

Abbiamo parlato di economia circolare, di quella sostenibile e verde, ma anche di economia blu. Tali economie anche se differenti hanno dei punti in comune; si tratta di modi diversi di produrre e creare ricchezza e lavoro allo stesso tempo, senza sfruttare indiscriminatamente risorse e senza distruggere il nostro territorio. 

L’economia blu ha una marcia in più rispetto alla Green economy, la quale mira a ridurre le emissioni, mentre la Blue Economy tende ad azzerarle completamente, creando un ciclo perfetto, come già avviene in natura.

Scarti derivanti dalla produzione di birre per nutrire i pesci

Negli Stati Uniti, esattamente a est di New York si sperimenta una pratica chiamata agricoltura a ciclo chiuso. I pesci d’allevamento della società TimberFish Technologies si nutrono degli scarti di produzione della Five & 20 Spirits and Brewing, la birra.

Wikipedia definisce per acquaponica  una tipologia di agricoltura mista ad allevamento sostenibile basata su una combinazione di acquacoltura e coltivazione idroponica, al fine di ottenere un ambiente simbiotico. In un sistema acquaponico l’acqua delle vasche per acquacoltura viene pompata in quelle idroponiche, in modo tale che le piante che vi si trovano possano filtrarla sottraendo diverse sostanze di scarto dei pesci, traendone contemporaneamente nutrimento. L’acqua così filtrata potrà quindi essere reimmessa nelle vasche per acquacoltura e riprendere il suo ciclo.

L’ acquacoltura è una pratica che si mescola con altri sistemi e  da questi ultimi trae vantaggio; infatti,  l’acquaponica è una combinazione di acquacoltura e coltivazione idroponica, che ha il fine di ottenere un ambiente simbiotico. In un sistema acquaponico si sfrutta la capacità delle radici di filtrare l’acqua, eliminando le sostanze di scarto dei pesci. Si tratta di un tecnica che depura e le piante si arricchiscono di importanti nutrienti.

Cosa sperimentano negli Stati Uniti?

Si tratta di un esperimento unico nel suo genere, perché sfrutta la quantità di acque reflue e scarti di cereali che un birrificio produce; infatti, i residui delle lavorazioni sono utilizzati per alimentare una vasca piena di microbi che scompongono i rifiuti. Il sistema nutre organismi come larve e vermi, che saranno l’alimento per i pesci d’allevamento.

Mario Mazza, direttore generale della Five & 20, afferma: “Un grande birrificio può sostenere costi annuali a sei cifre nella gestione di volumi di rifiuti di questa portata. Grazie alla partnership con TimberFish possiamo utilizzare un sottoprodotto, di cui pagavamo lo smaltimento, per produrre qualcosa di valore

Anche gli allevamenti di pesci hanno sfruttato al massimo le risorse, che la natura metteva a disposizione, fortunatamente esperimenti che cercano di realizzare il più possibile un’economia vantaggiosa anche per l’ambiente sono diverse. In California, per esempio, McFarland Springs Trout Farm, alleva trote arcobaleno con alghe, rifiuti di noccioli scartati e semi di lino, tutti prodotti di scarto delle aziende agricole locali. C’è addirittura chi sta cercando di convogliare le emissioni inquinanti in spazi dove l’azione di alcune colture microbiche sarebbero in grado di produrre mangimi per pesci.

Perché un progetto produca i suoi risultati è necessario tempo, e la sostenibilità deve tener conto di numerosi fattori, come gli effetti sulla salute, per cui la linea di demarcazione fra ciò che è sostenibile e ciò che appare sostenibile è molto sottile. 

Economia Blu: un nuovo modello di Business

La Blue Economy è un  modello di sviluppo economico basato su durabilità, rinnovabilità e riutilizzo, che punta ad azzerare le emissioni inquinanti. La definizione di Wikipedia è la seguente: L’economia blu è un modello di economia a livello globale dedicato alla creazione di un ecosistema sostenibile grazie alla trasformazione in materie prime di sostanze precedentemente sprecate.

Sostenibilità e redditività sono alla base dell’economia blu. 

Secondo Gunter Pauli, economista e scrittore belga, l’economia blu potrebbe addirittura essere più incisiva della green economy per tutela ambientale e contrasto ai cambiamenti climatici.

L’Esempio – La Blue Economy è stata applicata con successo alle Canarie, sull’isola di El Hierro – Cosa hanno fatto qui gli abitanti?

A El Hierro, gli abitanti hanno cercato di aggiungere valore a ciò che facevano; gli allevatori, oggi producono dieci volte di quello che rappresenta il sussidio dell’UE. Dalla pesca indiscriminata con grandi reti, sono passati alle lenze e non hanno più pescato le femmine dei pesci. In questo modo è aumentato il pescato e l’occupazione. Nell’isola felice, poi hanno puntato sulle energie rinnovabili, qui bastano 50 capre per fatturare 100  mila euro all’anno. In altre parole con semplici passaggi si è creata un’economia con zero emissioni, zero rifiuti, aumento del fatturato e senza disoccupazione. 

Oceani, laghi, mari e fiumi sono un patrimonio straordinario per l’intera umanità, ma si stanno trasformando in discariche di plastica. L’ecosistema è compromesso, infatti, anche i pesci si nutrono delle plastiche presenti nel mare. L’economia blu permette lo studio del funzionamento della natura, dove tutto viene riutilizzato in un processo che trasforma i rifiuti in materie prime. E’ possibile fare questo trovando nuove tecniche per produrre e migliorando quelle che già esistono. 

I rifiuti, il vero problema

La differenza con la Green Economy è sostanziale, come da quella classica o attuale. L’Economia blu si concentra sulla salvaguardia di tutto ciò che è blu, come oceani, mari e cielo, ma non è solo quello. Quando beviamo un caffè, utilizziamo solo lo 0,2%, mentre il resto del prodotto è buttato via; tale processo è la normalità, infatti, il modello economico tradizionale ha come strategia la riduzione dei costi e la globalizzazione dei processi. Vi è, in questo modo una corsa all’aumento della quota di mercato, con uno spreco di risorse immane e con la produzione di tonnellate di rifiuti. Si parla di riciclo, ma la maggior parte dei rifiuti sono tossici e restano nell’ambiente e sono sotterrati. L’economia blu non è altro che l’imitazione della natura, che utilizza le stesse leggi naturali, come l’economia circolare, dove nulla viene gettato via, dove nessuna risorsa diviene scarto, perché serve per generare energia o per diventare concime, in un continuo ciclo naturale.

A ogni tonnellata di rifiuti urbani corrispondono 71 tonnellate di rifiuti prodotti dalla produzione, dalla distribuzione e dall’estrazione dei prodotti stessi. Il punto cruciale è lo smaltimento dei rifiuti, ovvero lo spreco, perché la trasformazione dei rifiuti in energie e nutrienti rappresenta l’unica soluzione. L’ecosistema basta a se stesso, perché anche i rifiuti restano all’interno del sistema. Per creare un nuovo modello di blue Economy è necessario che i nuovi imprenditori si ispirino al blue thinking, che punta a favorire la crescita con capitali minimi. Solo cambiando modo di pensare e mettendo al centro le risorse come vero valore l’economia blu potrà creare posti di lavoro e ecosostenibilità duratura. Le soluzioni sono diverse: pesca, acquacoltura, industria della trasformazione alimentare, cantieristica e i servizi connessi alla nautica da diporto, turismo attività estrattive.

Interventi dell’Unione Europea

L’Unione Europea ha destinato Settantacinque milioni di euro per far crescere l’economia blu innovativa dei Paesi europei. Il nuovo strumento di finanza sostenibile si chiama BlueInvest Fund. 

“Gli oceani sono i primi ecosistemi ad essere colpiti dai cambiamenti climatici, ma al tempo stesso offrono anche molte soluzioni per affrontare l’emergenza climatica in ogni singolo loro settore – pesca e acquacoltura, energia eolica e dal moto marino, biotecnologie blu ecc.”, ha spiegato Virginijus Sinkevičius, Commissario europeo per l’Ambiente. “Il fondo di investimenti di 75 milioni di euro servirà a sbloccare il potenziale dell’economia blu innovativa per contribuire al Green Deal europeo e provvedere alla crescita economica delle PMI europee che sviluppano prodotti e servizi nuovi e sostenibili”.

L’articolo completo delle risorse che finanzieranno quei fondi sottostanti che supportano tutte le attività economiche legate agli oceani, ai mari e alle coste. Lo strumento è completato dalla piattaforma BlueInvest della Commissione europea che stimola la propensione agli investimenti e l’accesso ai finanziamenti per le imprese, le PMI e le scale-up in fase iniziale. – fonte: Rinnovabili.it

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