Avvelenamento da diossina: cos’è e come difendersi

La diossina è pericoloso inquinante ambientale che può persistere a livelli non sicuri in molti degli alimenti che mangiamo. Molti parlano di diossine al plurale, perché ne esistono oltre duecento composti differenti.

Possono immagazzinarsi nelle cellule adipose del corpo per un massimo di undici anni prima che si rompano naturalmente. Ci sono alcuni studi in cui si dice che oltre il 90% dell’esposizione umana è attraverso cibo, principalmente molluschi, pesce, carne e latticini. Le diossine possono avere gravi effetti sulla salute umana, ad esempio compromettere lo sviluppo del bambino e la fertilità, attaccare il sistema nervoso e il sistema immunitario e causare il cancro.  Il Ministero della Salute ogni anno mette in atto dei meccanismi di monitoraggio che consentono di individuare le sostanze tossiche negli alimenti e, in relazione ai risultati, bloccare immediatamente le derrate alimentari che potrebbero essere contaminate dalle diossine

Inoltre, la diossina può modificare il DNA che i genitori trasferiscono ai figli.

La diossina è principalmente presente nei cibi

La diossina entra nel corpo attraverso la respirazione in una percentuale del 2%, mentre per il 98% entra tramite l’alimentazione.

Alcuni esperti hanno messo a punto alcune raccomandazioni per proteggerci dalle diossine:

  • Bere molta acqua, per depurarsi e perché la diossina non è solubile in acqua;
  • Diminuire o eliminare cibi derivanti da grassi animali;
  • Mangiare molta verdura – va lavata bene e disinfettata utilizzando bicarbonato;
  • Molta frutta – frutta e verdura non sono a rischio diossina;
  • Consumare Yogurt magro, cereali integrali, legumi, olio biologico;
  • Evitare prodotti chimici, medicinali;
  • Evitare l’uso di detergenti chimici in casa

Le diossine: Cosa dice l’Istituto Superiore della Sanità?

Le diossine non sono sostanze prodotte volontariamente. Per lo più derivano infatti da processi naturali di combustione (come gli incendi di foreste o le emissioni di gas dei vulcani) oppure da specifiche attività umane quali l’incenerimento di rifiuti o i processi di produzione industriale. Attualmente, i cambiamenti nei metodi di produzione degli stabilimenti industriali e, soprattutto, nelle tecniche di incenerimento dei rifiuti, hanno ridotto molto il rilascio di diossine nell’ambiente.

I policlorobifenili (PCB), prodotti industriali ormai vietati da anni a livello mondiale, in passato hanno avuto vastissimo impiego in una serie di applicazioni. Attualmente, la loro presenza nell’ambiente è dovuta soprattutto al rilascio da parte di vecchi prodotti o apparecchi non correttamente eliminati o da “compartimenti ambientali” (come i sedimenti) dove si sono accumulati nel corso degli anni.

Ciò è potuto avvenire poiché le diossine, appartenenti alla classe degli inquinanti organici persistenti (noti come POP dall’inglese persistent organic pollutants), hanno un’elevata stabilità chimica (vale a dire che difficilmente si degradano), poca facilità di sciogliersi nell’acqua e, avendo caratteristiche simili alle sostanze grasse, riescono a rimanere per tempi piuttosto lunghi sia nell’ambiente che all’interno degli organismi, compreso il corpo umano, dove si localizzano principalmente nel tessuto grasso (adiposo): per eliminare il 50% di una dose di diossine ci vogliono più di 10 anni. Queste sostanze chimiche, inoltre, sono in grado di diffondersi facilmente nell’ambiente, raggiungendo distanze anche molto lontane rispetto al luogo di rilascio. Sono quindi presenti ovunque sulla Terra, anche in zone estreme ed isolate del nostro pianeta, come i poli.

In conseguenza di tali caratteristiche, la loro attuale presenza nell’ambiente deriva, più che da nuove emissioni, da un loro accumulo avvenuto lentamente con il passare degli anni. Dall’ambiente, dove si trovano legate alla parte organica del suolo e dei sedimenti (depositi di materiale solido) marini e lacustri, le diossine entrano nelle catene alimentari, accumulandosi negli organismi più piccoli, poi nei grassi degli animali più grandi che se ne nutrono fino all’uomo che è esposto attraverso l’alimentazione (biomagnificazione).

La principale fonte di esposizione alle diossine

La principale fonte di esposizione umana alle diossine (pari a circa al 90%) è rappresentata dagli alimenti. I cibi con una maggiore componente grassa (come carni, alcune specie di pesce, formaggi ed altri prodotti caseari) sono quelli con i livelli più elevati di diossine.

Altre possibili vie di esposizione, anche se generalmente molto più limitate, sono costituite dall’inalazione e dall’ingestione di polvere o terra, oppure dal contatto con la pelle.

Poiché questi inquinanti sono presenti ovunque, sia nell’ambiente che negli alimenti, la popolazione è stata, e continua ad essere, costantemente esposta (anche se a livelli sempre più bassi con il passare degli anni).

Di conseguenza, nell’organismo di ogni individuo le diossine sono presenti in quantità misurabili. A questo proposito si parla di dose interna rilevata in una persona e determinata, oltre che dall’esposizione attuale, da quella avvenuta nel corso degli anni, visti i tempi lunghi di permanenza di questi inquinanti nell’organismo. Attualmente, la dose interna di diossine della popolazione generale, determinata attraverso studi di biomonitoraggio, è mediamente molto bassa e in continua diminuzione (già dagli anni ’70 alla fine degli anni ’90 era scesa di circa 4 volte). La presenza di diossine nel sangue, o nei tessuti corporei, di un individuo è indicativa di una certa ed avvenuta esposizione; questo però non significa necessariamente la presenza di malattie ad essa collegate.

Quali sono gli effetti della diossina sulla salute umana

L’esposizione limitata nel tempo ma ad alti livelli di diossine (acuta) può causare anche gravi effetti sulla salute umana quali:

malattie della pelle (come la cloracne, che si manifesta con eruzioni cutanee e pustole simili all’acne giovanile, localizzate su tutto il corpo, che possono persistere per anni, lasciando cicatrici permanenti)

alterazioni delle funzioni del fegato

difficoltà nel metabolismo del glucosio

Questo tipo di esposizione, benché rara, si è verificata in passato sia a seguito di incidenti industriali (come quello del 1976 allo stabilimento chimico di Seveso, in Italia, dove si ebbe la fuoriuscita e diffusione di una nube ricca di una sostanza fra le più tossiche: la diossina TCDD) sia per casi di avvelenamento involontario o volontario (come quello del presidente ucraino Viktor Yushchenko avvenuto nel 2004).

L’esposizione a dosi più basse di diossine, ma per periodi di tempo più lunghi (cronica), può:

provocare danni sia al sistema immunitario che a quello endocrino

interferire con l’equilibrio fisiologico degli ormoni tiroidei e steroidei (azione da interferenti endocrini)

determinare effetti sullo sviluppo del feto, quando l’esposizione avviene durante la gravidanza (esposizione prenatale) o nelle fasi immediatamente successive alla nascita (esposizione postnatale)

Alcune tra le policlorodibenzodiossine ed i policlorodibenzofurani e tutti i policlorobifenili sono considerati cancerogeni per l’uomo. Possono infatti determinare tumori del tessuto linfatico, tumori del tessuto emopoietico (colpendo, quindi, organi e tessuti responsabili della produzione di globuli rossi, bianchi e piastrine) diverse forme di leucemia, linfomi non-Hodgkin e tumore al seno. Per questo motivo la agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (International Agency for Research on Cancer, IARC) classifica alcune diossine nel gruppo 1 tra gli elementi cancerogeni per l’uomo.

Sul sito dell’ISS si trova una sezione dedicata alla Prevenzione, controllo e consigli utili

Già da alcuni decenni sono state attuate dalle Autorità competenti efficaci misure di prevenzione, controllo e riduzione dell’esposizione umana alle diossine. Nei paesi dell’Unione Europea ad esempio, le emissioni prodotte dai nuovi impianti industriali sono state ridotte dell’80% e sono tuttora in diminuzione.

A seguito dell’incidente italiano del 1976 a Seveso, la Comunità Europea nel 1982 approvò la cosiddetta “Direttiva Seveso”, oggi giunta alla sua terza revisione, che prevedeva tra l’altro la registrazione degli stabilimenti industriali a rischio, l’identificazione delle sostanze pericolose trattate e la preparazione di specifici piani di prevenzione ed emergenza.

Dato che la trasmissione per via alimentare è responsabile di più del 90% dell’esposizione generale, in Europa i limiti di concentrazione di diossine presenti negli alimenti, identificati in modo da non provocare effetti sulla salute del consumatore, sono regolati per legge e periodicamente controllati attraverso specifici programmi ufficiali di sorveglianza.

A livello individuale, le misure di prevenzione e controllo da poter attuare sono piuttosto limitate e consistono, per lo più, in:

ridurre il consumo di grassi animali e altri alimenti di origine animale (carne, latticini, uova)

seguire una dieta alimentare il più possibile equilibrata e varia: una dieta costituita prevalentemente da un solo tipo di cibo proveniente da zone molto inquinate (come il pesce del Baltico) comporterà un’esposizione maggiore di una dieta ricca di cibi di origine vegetale e in generale molto variata

valutare, leggendo bene l’etichetta, da dove viene l’alimento che stiamo per acquistare, privilegiando quelli che sono prodotti in aree dove sono in atto i controlli

evitare di bruciare rifiuti potenzialmente contenenti plastiche

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